di Francesca Pellas

Cloris Waldrip è un’anziana signora texana che vede morire il marito nello schianto di un piccolo aereo sulle Bitterroot Mountains del Montana: sopravvive al disastro e alla perdita vagando nei boschi e bevendo acqua piovana da uno stivale, soccorsa da un personaggio misterioso e da un ottimismo indomito che le fa aprire nuove strade al vento. A dividere la scena con lei, anche se le due non si incontrano mai, è la ranger della forestale Debra Lewis, che la cerca per settimane contro ogni evidenza che la donna sia ancora viva (lo è, solo che forse non vuole farsi trovare). Lewis è alcolizzata, ha divorziato da poco da un trigamo, e al suo seguito ha vari personaggi minori uno meglio dell’altro, tra cui il collega col naso congelato che da anni va a caccia di Cornelia, lo spirito di una donna uccisa su quelle stesse montagne nell’800, e che secondo la leggenda cavalca un armadillo del Cenozoico.

Sono le premesse di Tutto il bene che si può di Rye Curtis, uscito da poco per Bompiani nella bella traduzione di Francesca Gatti, e molto lodato da alcuni grandi scrittori tra cui Jennifer Egan, che ha voluto tenerlo a battesimo in una delle sue prime presentazioni. Quello di Curtis è un romanzo malinconico e insieme divertentissimo, che si interroga sulla perdita in ogni sua sfumatura; lo si legge d’un fiato, avendone poi nostalgia. Nostalgia, a dire il vero, soprattutto di Cloris, che riesce a far riflettere con intensità e tenerezza, e spesso fa sbellicare dalle risate. Come questo giovane scrittore di Amarillo, qui al suo esordio, sia riuscito a scrivere così di un’anziana signora metodista del Panhandle texano piena di allegria e di opinioni su ogni cosa, è un mistero. Ho provato a indagare facendogli qualche domanda, e questa è la conversazione che ne è venuta fuori.

Questa è davvero una grande storia. Qual è stato lo spunto, come hai capito che sarebbe iniziata con un disastro aereo e la conseguente indagine?

Direi che è nato tutto da un interesse per certe storie di disastri e di sopravvivenza. Avevo perso da poco una persona cara, riflettevo molto sul lutto e, per qualche strano motivo, le storie di tragedie mi aiutavano a mettere le cose in prospettiva. Ho letto parecchi libri di questo tipo: uno che ho amato particolarmente è La morte sospesa di Joe Simpson. Mi piacciono le ricostruzioni, quindi ho visto qualche stagione delle serie Air Disasters e Survivorman. Questo mi ha portato a pensare a come anche la sofferenza a un certo punto sembri relativa. E suppongo di aver capito che lo schianto di un aeroplano poteva essere un valido punto di partenza per scrivere una storia così. Il resto è venuto di conseguenza, ma c’è da dire che le indagini sui disastri aerei mi interessano da sempre: perché un aereo abbia un incidente devono andare storte una miriade di cose tutte insieme.

C’era qualcosa che ti preoccupava in modo particolare, durante la scrittura? Un personaggio, o una situazione, che temevi di non riuscire a rendere su carta esattamente come ce l’avevi in testa?

Ottima domanda. In un certo senso quella preoccupazione dovrebbe esserci per tutto ciò che si scrive, ma è anche parte del divertimento. Una cosa che mi sta molto a cuore però c’è, ed è riuscire a rendere l’ambiguità. Voglio che il lettore abbia un certo tipo di reazione in un dato momento, e voglio che quella reazione abbia diverse sfaccettature. Penso anche che uno scrittore riesca a capire quando è riuscito nel suo intento, cioè quando un passaggio funziona ed è in grado di suscitare delle sensazioni all’interno dello spettro desiderato. Amo i personaggi complicati. E amo il fatto che i fraintendimenti, con dei personaggi così, diventino inevitabili. Per esempio: è bello, certo, se al lettore piace un personaggio per via di scelte precise che hai fatto tu nello scriverlo; ma se non piace, o viene frainteso, proprio per scelte altrettanto precise da parte tua… be’, può essere ancora meglio, perché significa che tu, tu scrittore, sei sulla strada giusta. La ranger Lewis e il collega Bloor, per esempio, possono non piacere, e ci sarà anche il lettore per cui sono un deterrente sufficiente a fargli abbandonare il libro: è parte del gioco.

Te l’avranno già detto in tanti: Cloris Waldrip è un personaggio incredibile. Una vecchietta coraggiosa che fa ridere (a volte sbellicare), e pensare a tante cose (la vita, l’amore). Viene dal Panhandle texano, la stessa zona da cui vieni tu. Ho letto due cose. La prima è che avevi in mente da tanto un personaggio così; la seconda è che la scintilla è arrivata quando hai visto una foto ad Amarillo, a casa di tuo padre, tra foto di eventi locali: un’anziana signora sconosciuta, dall’aria curata e da peperino. Accanto c’era il suo nome (Cloris, appunto), ma non sapevi nient’altro. Eppure la sua voce è così vivida, i suoi pensieri sembrano così veri: è come se davvero le avessi dato vita.

Grazie, questa cosa mi fa felice. Cloris è un miscuglio di persone che ho conosciuto e di esperienze che ho vissuto. Penso sia così per la maggior parte dei personaggi di finzione, e ti dirò di più: probabilmente anche il modo in cui pensiamo alle persone che conosciamo nella vita reale è, in qualche modo, un’interpretazione filtrata dalla nostra psiche e dalle nostre stranezze. Cloris è ispirata a quella fotografia, ed è anche il risultato di una vita, la mia, passata ad ascoltare la gente del Panhandle: a sentirli chiacchierare, a leggere di loro nelle cronache locali, nei libri e nei giornali, nei racconti che si tramandano nella zona… in tutto questo, ho sempre fatto attenzione anche alla sintassi, alle parole usate.

Pensi che saresti uno scrittore diverso se fossi cresciuto altrove?

Il Texas in un modo o nell’altro è sempre presente quando scrivo qualcosa, e non penso si possa levarlo di lì. Nemmeno lo vorrei, francamente. Il modo in cui le persone parlano e si comportano in quella parte del paese rappresenta per me una grande influenza. Quell’umorismo fa parte di me.

Qual è il rapporto che invece ti lega alle Bitterroot Mountains in Montana, il luogo in cui è ambientata gran parte della storia, e che rappresenti in modo così vivido?

Non ci sono mai stato! All’inizio avrei voluto andarci, ma poi ho deciso di no. Mi sono detto: sto scrivendo una storia, e l’autenticità di questa storia non ha a che fare con l’esplorare quelle montagne. Una delle cose più importanti della narrativa è proprio la possibilità di inventare. Ho letto molto sul Montana, certo. Ma desideravo che il mio racconto di quei luoghi somigliasse a quello che ne avrebbe potuto fare Cloris anni dopo: una narrazione estratta dalla memoria, imperfetta e tortuosa, anche per via del trauma che lì aveva vissuto.

Mi sembra che il romanzo abbia un tema centrale ben preciso, e altri temi (non meno importanti) che sono delle specie di sue declinazioni, o diramazioni: modi di esplorare la stessa natura selvaggia (anche dell’animo). Direi che il tema centrale è essersi persi ed essere perduti. Sia Cloris che la ranger Lewis si sono smarrite: una nella natura selvaggia vera e propria (e nel dolore per la perdita del marito nell’incidente aereo), l’altra nell’alcolismo e, di nuovo, nella perdita di suo marito. Le diramazioni: il lutto, naturalmente, ma anche il cambiamento, inteso come tutti i modi in cui una persona può cambiare se messa davanti a cose più grandi di lei, o che mai avrebbe previsto. Ti andrebbe di parlarne un po’?

Non voglio dire troppo, ma l’idea era quella di provare a raccontare una storia che ruotasse sì intorno a questi temi, essendo però accattivante, coinvolgente. Mi interessavano in modo particolare le domande su un tema complesso come quello dell’umana decenza, specie in situazioni complicate. Mi piacciono le storie in cui la gente è confusa, e confonde gli altri e se stessa. Tutti quanti siamo a nostro modo ridicoli e insignificanti di fronte a certe cose: questo dovrebbe spingerci a non giudicare, e ad avere compassione.

Questo romanzo si dispiega come una specie di grande parabola, e contiene persino elementi che definirei allegorici, come il leone di montagna che cammina all’indietro… che cosa ti ha ispirato, e quando hai capito che era questa la struttura che volevi dare a Tutto il bene che si può?

Non credo di essermi ispirato a qualcosa in particolare. A un certo punto ho capito che questa struttura “a parabola” faceva parte della visione di Cloris, del modo in cui avrebbe raccontato le sue traversie passate (la narrazione di Cloris avviene dal futuro, quando ormai si trova in una casa di riposo, ndr), e del modo in cui avrebbe dato forma al racconto per provare a trovarne il senso. Forse è quello che sul finire della nostra vita facciamo tutti, guardandoci indietro. E volevo che Tutto il bene che si può si muovesse su questi binari.

Il libro è anche “abitato” da una presenza importante, o perlomeno dalla possibilità di una presenza: quella degli spiriti e delle anime che popolano il West (da Cornelia Akersson, uccisa sui Bitterroot nell’800, alla prozia Malvina del Texas, e persino agli spiriti di animali, come quello che secondo la leggenda Cornelia cavalca). In questo è vicino a Entroterra di Téa Obreht: anche lì gli spiriti sono una presenza fondamentale dell’Ovest americano, una terra che Obreht dice essere abitata tanto dai suoi vivi quanto dai suoi morti.

Mi piaceva molto l’idea che Claude (collega della ranger Lewis, ndr) fosse ossessionato dall’idea di riuscire a riprendere in video il fantasma di Cornelia. Mi piaceva l’idea che questa ricerca “futile” andasse di pari passo a quelle concrete. E la storia di Cornelia era un altro modo per riflettere su come le persone si fraintendano a vicenda, e sulla crudeltà che questo può provocare.

Tutto il bene che si può è il tuo romanzo d’esordio, eppure svela una grande padronanza di scrittura e degli strumenti narrativi. Quando hai capito che volevi fare lo scrittore, e come hai nutrito questo talento?

Grazie davvero. Ho sempre voluto fare lo scrittore, fin da bambino. Era il mio chiodo fisso, e l’idea di fare qualcos’altro mi faceva paura. Non mi sono mai interrogato molto sul perché, so solo che inventare storie è sempre stato ciò che mi divertiva più di ogni altra cosa. Per quanto riguarda il prendermi cura di questo dono, posso dire che ho sempre letto molto, e passato più tempo che potevo a lavorare su idee, su storie.

Quali sono gli aspetti della scrittura che ti vengono più naturali? E quelli invece su cui devi lavorare di più?

Davvero non saprei rispondere, perché mi sembra che l’una e l’altra cosa cambino continuamente.

 

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