whitesands

Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«La potenza del luogo nasce, in parte, dall’impossibilità di identificarne la vera natura», scrive Geoff Dyer osservando le Watts Towers di Los Angeles, una serie di tralicci metallici di forma conica decorati con materiali di risulta, dai cocci di vetro ai tappi di bottiglia, «ciarpame avanzato dopo che la parte apparentemente di valore era stata già presa e utilizzata». Visitando questo esempio di architettura spontanea – alla cui costruzione il suo autore, un immigrato italiano che si chiamava Sam Rodia, lavorò dal 1921 al ’54 – Dyer si rende conto che ci sono spazi davanti ai quali il linguaggio esita, non trova le parole, o almeno non quelle che descrivono ciò che si vede,e allora procede per supposizioni e similitudini, per fantasticazioni.

In Sabbie bianche (Il Saggiatore, traduzione di Katia Bagnoli) lo scrittore inglese da qualche anno residente negli Stati Uniti raccoglie dieci testi, apparsi su varie riviste, dal New Yorker a Harper’s a Granta, ognuno dei quali si confronta con la strutturale ambiguità dei luoghi, mettendo in relazione lo spazio fisico e le parole che provano a nominarlo.

All’inizio di tutto c’è un microterritorio originario, the Hump, un cumulo di terra al centro del campo giochi di Cheltenham, nel Gloucerstershire, dove Dyer è cresciuto; quella gobba è il fulcro di ogni sfida, è genesi e traguardo, «il primo luogo significativo del mio paesaggio personale». Talmente che in ogni suo viaggio Dyer sembra cercare sempre il mistero inscritto in quel primo paesaggio, l’ignoto al centro del noto. E così il suo ultimo giorno a Pechino è sì il racconto della Città Proibita – le corti interne grandi come campi di calcio, le masse umane che colmano ogni interstizio, l’inquinamento che scende nero e solido dal cielo – ma è soprattutto l’incontro con una donna cinese, Li, in teoria una guida, nei fatti qualcuno che Dyer osserva fino a esserne conquistato, percependola come tensione e rimpianto, un frammento di città in forma umana che non si lascia afferrare e che non si può dire, esistendo come presentimento.

Ed è ancora il presentimento – andare in cerca dei luoghi in cui visse Paul Gauguin – a condurre l’autore a Papeete, in Polinesia, dove in generale non succede molto (la domenica proprio niente), dovrebbe esserci il campionato internazionale di surf ma non ci sono i surfisti e neppure le onde, il mare è una distesa piatta e intatta, pura superficie (e di colpo trapela la sensazione che viaggiare sia anche questo: andare a vedere che cosa non accade, com’è narrabile la superficie).

In Polinesia, e poi durante un viaggio nel Circolo Polare Artico per vedere l’aurora boreale – che non compare mai: al suo posto gite in slitta trainati da una muta di husky, bistecche di renna e pensieri vaghi sul congelamento del viso e delle dita –Dyer comprende che la delusione, tutt’altro che un suo esito negativo, è un connotato centrale del viaggio contemporaneo, ed è inseparabile dalla soddisfazione di aver viaggiato: «Siamo contenti di aver fatto questo viaggio anche se abbiamo trascorso tanta parte del nostro tempo a rammaricarci di averlo fatto»; e, ancora, si rende conto che quanto a volte sembra essere solo geografia è invece cronologia («molti viaggi geografici in realtà sono una forma di viaggio nel tempo»), qualcosa che si incarna nell’autobiografia del viaggiatore.

La potenza di un luogo si manifesta per Dyer nel suo essere spazio che accade nel tempo, come nel caso di The Lightning Field, a Quemado, nel New Mexico, l’opera di land art realizzata nel ’77 da Walter De Maria, 400 pali diversamente allineati a intercettare i fulmini e a dialogare con le stelle, oppure, complementare, la potenza del luogo è riconoscibile percorrendo lo Spiral Jetty, il molo spiraliforme che Robert Smithson costruisce nel ’70 a Great Salt Lake, dove si avverte solo la propria presenza e il tempo si scioglie nello spazio.

Quando un giorno lasciano White Sands guidando in direzione di El Paso – dove la sabbia è fatta di solfato di calcio – Dyer e sua moglie danno un passaggio a un autostoppista afroamericano che affiora dal candore del deserto, accogliendo così nell’abitacolo un pezzettino di ignoto; dopo un poco subentrano però i dubbi, i fantasmi, la paura – perché l’ignoto attrae e respinge – e lo spazio che appariva docile si rivela indomabile.

La costante di Sabbie bianche è la consapevolezza che ogni luogo raggiunto è al contempo perduto, evidente eppure indecifrabile, perché durante il viaggio lo sguardo si offusca, le percezioni si fanno incerte, il linguaggio brancola (e forse la letteratura è proprio quel brancolare). Ciò che dunque resta del viaggio è la nostalgia degli altrove mancati: «Fu presto chiaro che la domanda “Dove andiamo?” si stava trasformando nel suo contrario opposto, “Dove non andiamo?”, a cui si rispondeva con: tutti i posti dove volevo andare veramente».

Condividi

1 commento

  1. Consolo,
    perché viaggiamo, perché veniamo fino in quest’isola remota, marginale?
    (Retablo, in edizione Sellerio),
    diciamo per vedere le vestigia, i resti del passato, della cultura nostra e civiltate, ma la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno d’ère trapassate, antiche, che nella lontananza ci figuriamo d’oro, poetiche, come sempre è nell’irrealtà dei sogni, sogni intendo come sostanza de’ nostri desideri,
    Consolo,
    mai sempre tuttavia il viaggio, come distacco, come lontananza dalla realtà che ci appartiene, è un sognare,
    e sognare è vieppiù lo scrivere, lo scriver memorando del passato come sospensione del presente, del viver quotidiano,
    Consolo,
    e un sognare infine, in suprema forma, è lo scriver d’un viaggio, e d’un viaggio nella terra del passato,

    Manganelli,
    ogni strada è una strada, ma è anche una allucinazione, una strada verso un obiettivo, così pare, ma poiché l’obiettivo, quale sia, non è mai conseguito, eccetto che nel caso in cui si tratti di una ulteriore strada, è possibile che ogni strada sia un inganno, una giarda, una arcatura, per suggerire, grazie ad un menzognero ideogramma tracciato nel buio, che dopo tutto sarebbe saggio che non mi muovessi affatto,
    (La palude definitiva, in edizione Adelphi),

    Beckett,
    dire un corpo, in cui niente, niente mente, in cui niente, almeno questo, un luogo, in cui niente, per il corpo, per esservi, per muovervisi, andarne, tornarne, no, niente andate, niente ritorni, solo esservi, restarvi, ancora là, fermo,
    (In nessun modo ancora, in edizione Einaudi),
    prima il corpo, no, prima il luogo, no, prima entrambi, ora l’uno, ora l’altro,

    Manganelli,
    oh, amare ciò che non esiste, che sa di non esistere, che sa che noi sappiamo che non esiste, oh quale stremante dolcezza,

    Zingarelli,
    potenza, il fatto di potere molto,
    rocca sbriciolata dalla potenza delle onde,
    la potenza della sua mente, la potenza della vostra fantasia,
    possibilità di produrre o subire mutamenti, potenza attiva, potenza passiva, in potenza, allo stato di possibilità,
    (Vocabolario, in edizione Zanichelli),
    potenza elettrica, lavoro prodotto nell’unità di tempo da una corrente elettrica,
    il numero che si ottiene elevando ad un certo esponente quello dato, seconda potenza d’un numero, il quadrato del numero, il numero per sé stesso, all’ennesima potenza, massimamente, estremamente,
    spessore di un giacimento stratiforme di minerale, potenza ridotta, quella del solo minerale utile contenuto,

    Euclide,
    definizione 15,
    un cerchio è una figura piana delimitata da una linea, tale che tutte le rette incidenti su di essa da un punto posto all’interno della figura siano uguali tra loro,
    definizione 16,
    questo punto è chiamato centro del cerchio,
    (Il primo libro degli elementi, in edizione Carocci),

    Manganelli,
    questo non sapere mai in qual punto ci si trova, a quale distanza da ciò che per altro giudichiamo prossimo o lontano, a seconda dell’umore vi potrà stremare o dilettare; o piuttosto entrambi, che è quel che mi accade, e sempre mi accadrà,
    (La notte, in edizione Adelphi),
    dunque, dare una mappa, possibile non pare; ma piuttosto descrivere quel che chiamerei il comportamento della valle; così come non daremmo la mappa che so io di un bove che cammina, ma sì la descrizione del modo con cui alza il gravame dei piedi, e quel suo tenere il capo chino, e se rumina, in qual modo, e se mugghia, potrò imitarvene il suono: muuuu…
    ma una mappa si dà di cose ferme, non di mobili e instabili,

    Zingarelli,
    ambiguità, di chi o di ciò che è ambiguo, ambiguo, ambiguum, da ambigere, essere discorde, composto di ambi, intorno, e agere, condurre,

    Benn,
    dove sono finito? dove mi trovo ora? un minimo frullare d’ali, uno svanire.
    (Cervelli, in edizione Adelphi),
    provò a pensare quando tutto questo era cominciato, ma ormai non lo sapeva più: cammino per strada, vedo una casa e penso a un palazzo simile che esisteva a Firenze, ma si sfiorano con un bagliore e subito dileguano,
    Benn,
    non ho più un sostegno dietro gli occhi,
    lo spazio ondeggia senza fine; un tempo fluiva verso un punto,
    si è disfatta la corteccia che mi portava,
    Benn,
    passare dal nulla alla problematicità, spinto da un’ombra, incapace di qualsiasi collegamento, eppure contando di sopravvivere,
    Benn,
    quando sarebbe diventato l’uomo bronzeo, attorno al quale di giorno si frangono le cose e di notte il sonno, l’uomo capace di stare rilassato davanti a una stazione, a dispetto della immensità della terra, l’uomo con radici, l’imperturbabile?
    Benn,
    ci nutriamo di autoincontri in ore brevi, ma chi incontra sé stesso? solo pochi, e poi isolati,

    ogni luogo raggiunto è al contempo perduto,
    ogni luogo raggiunto è al contempo perduto,

    Hamsun,
    e a volte guardo l’erba, e magari l’erba guarda me, che ne sappiamo?
    (Pan, in edizione Adelphi),
    guardo un singolo filo d’erba, forse tremola un poco, e a me sembra qualcosa d’importante,

    che non si lascia afferrare e che non si può dire,
    né afferrare,
    né dire,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

giorgio@zerounoscritture.it

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).

Articoli correlati