Alberto Arbasino in una pagina dei suoi ritratti concentra l’attenzione su Vladimir Nabokov e nel giro di un paio di frasi, come sempre gli riusciva, entra dritto dritto nei luoghi più interessanti dell’opera di Nabokov, ricordando che lo scrittore russo «non citava teorici della letteratura» e una frase che gli disse su come non vanno letti i romanzi: «Ma leggere un romanzo come un documentario su un paese… gli Stati Uniti… Sarebbe assurdo fidarsi di Gogol’ e di Dante come reporter della Russia ottocentesca e della società medioevale… Lo sguardo di un artista è sempre un fenomeno più complesso, violentemente soggettivo; e la realtà, l’ho sempre guardata così». Chiunque si sia accostato alla produzione romanzesca di Nabokov non fa alcuna fatica a ritrovare questa impostazione nelle sue opere e, soprattutto, le conseguenze di questa sul piano della scrittura. Così, leggendo anche le sue lezioni di letteratura, questa idea del testo letterario come strumento a cui accostarsi senza particolari riverenze e, soprattutto, senza fastidiose idee preconcette, si compone in maniera plastica nell’immaginario del lettore, a cui sembra di poter entrare nella mente del Nabokov lettore.

Basta leggere le prime pagine delle Lezioni di letteratura, ripubblicate da Adelphi nel 2018 con la traduzione di Franca Pece, le lezioni che lo scrittore tenne a Cornell e a Ithaca una volta lasciata prima la Russia, poi la Germania e infine la Francia: queste lezioni hanno proprio come soggetto la letteratura occidentale, con l’attenzione rivolta a Jane Austen, Charles Dickens, Robert Louis Stevenson e Joyce, per ciò che riguarda la lingua inglese che sarà da lui utilizzata per i suoi romanzi dopo Il dono, a due maestri della letteratura francese e mondiale come Gustave Flaubert e Marcel Proust e, infine, a Franz Kafka. Il breve testo che apre la raccolta di queste lezioni, uscite postume ma comunque definite poiché Nabokov sembrava essere poco consono all’improvvisazione e i suoi appunti seguono già un itinerario ben delineato, si intitola Buoni lettori e bravi scrittori e fa capire subito come la lettura dei libri e la pazienza di scontrarcisi senza utilizzare scorciatoie figuri come unica via non solo per diventare scrittore, ma anche per conoscere la letteratura e, verrebbe da aggiungere, per leggere.

Un avvertimento che oggi si tinge di un’urgenza ancora maggiore quando anche a scuola più che leggere i testi degli autori ci si perde su perimetrate analisi del testo incentrate sul riconoscimento del narratore o delle sequenze, mancando di sottolineare i suoi aspetti più profondi e, soprattutto, senza praticare una lettura completa. In questo testo di apertura Nabokov scrive: «Nulla è più noioso o più ingiusto nei confronti dell’autore dell’incominciare a leggere, diciamo, Madame Bovary partendo dall’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia. Non dovremmo mai dimenticare che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo, e che la prima cosa da fare sarebbe studiare quel mondo nuovo nel modo più circostanziato possibile accostandoci a una cosa per noi del tutto nuova. Una volta studiato attentamente quel mondo nuovo, allora, e allora soltanto, potremo passare a esaminarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza».

Addentrarsi nei testi attraverso le modalità descritte da Nabokov non significa ovviamente sminuire i valori “esterni” al testo letterario, ma significa piuttosto praticare una convinta gerarchizzazione, banale a dirsi, ma complessa nella realtà dei fatti: prima di tutto si legge il libro, questo straordinario oggetto di creazione, non ricercandovi le ossessioni dell’autore o i costumi che si crede vi siano descritti, ma gli elementi centrali e le tecniche che lo costituiscono (nella Prefazione a Lolita non a caso lo scrittore definisce «lettori all’antica» quelli che «vogliono seguire la sorte dei personaggi “reali” oltre i confini del “romanzo veridico”»). Solo allora, e solo se si vuole, si può provare a individuare le lezioni dei libri, la psicologia dell’autore o, orrore da principianti per Nabokov, ritrovare se stessi nei personaggi romanzeschi.

Tornano adesso in libreria anche le Lezioni di letteratura russa di Vladimir Nabokov (sempre pubblicate da Adelphi, con la traduzione di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato che firmano anche una postfazione molto utile per comprendere il modo in cui Nabokov si accostava alla letteratura), che raccoglie le lezioni su Nikolaj Gogol’ (a cui è dedicato anche un bellissimo saggio autonomo), Ivan Turgenev, Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj, Anton Čechov e Maksim Gor’kij. Anche in questo caso un foglio non titolato, probabilmente quanto rimane di una panoramica introduttiva sugli scrittori russi, fornisce una chiave di lettura importante: «È difficile astenersi dal sollievo dell’ironia, dal lusso del disprezzo, quando si considera il disastro che mani docili, obbedienti tentacoli guidati dall’enfio polipo dello Stato, sono riuscite a fare di quella cosa ardente, fantasiosa, libera che è la letteratura. Di più: ho imparato a fare tesoro del mio disgusto in quanto so che, nutrendo un sentimento così forte per la letteratura russa, sto salvando quanto posso del suo spirito. Accanto al diritto di creare, il diritto di criticare è il dono più ricco che la libertà di pensiero e di parola possano offrire». In queste lezioni sugli autori suoi connazionali Nabokov, costretto a lasciare la Russia dopo la rivoluzione del 1917 e l’Europa nazista nel 1940, porta avanti lo stesso metodo utilizzato per leggere gli altri europei e non risparmia critiche, anche pesanti, ad alcuni di questi maestri della letteratura. Nel breve testo intitolato Scrittori, censori, letterati russi, una conferenza letta nel 1958, Nabokov in poche pagine delinea la sua visione della storia della letteratura russa come «evento recente», che la mente di un lettore straniero può considerare «qualcosa di compiuto, qualcosa di concluso una volta per tutte».

È per questo che Nabokov, dopo aver detto di aver calcolato che quanto di meglio viene riconosciuto alla prosa e alla poesia russa prodotto dall’inizio dell’Ottocento occuperebbe 23000 pagine, un tascabile rispetto ad altre letterature europee, dice che se si esclude un unico capolavoro medievale, «lo spazio della prosa russa è tutto meravigliosamente contenuto nell’anfora di un secolo tondo tondo», il diciannovesimo che a «un paese pressoché privo di tradizione letteraria» è bastato «per creare una letteratura che, quanto a valore artistico, quanto al raggio di influenza – in tutto, fuorché nel volume –, uguaglia la gloriosa produzione dell’Inghilterra o della Francia». Nabokov individua quindi in un arco di tempo molto limitato la grandezza della letteratura russa, preceduta prima dal buio del feudalesimo medievale e poi dalle costrizioni e censure del regime sovietico. Nabokov analizza gli scrittori che appartengono a questo periodo aureo, parlando, tra gli altri innumerevoli aspetti, di Gogol’ e delle sue opere più celebri, Le anime morte e Il cappotto, ma anche delle difficoltà della traduzione in inglese («non è facile rendere le curve di questa sintassi generatrice di vita in un inglese piano, così da colmare lo iato logico, o piuttosto biologico, tra un panorama sbiadito sotto un cielo opaco e un vecchio soldato ubriaco che accosta il lettore con un sonoro singhiozzo sul ciglio festivo che chiude il periodo») o della Morte di Ivan Il’ič di Tolstoj («questa in realtà è la storia non della Morte di Ivan, ma della vita di Ivan»).

E se, come sottolinea Nabokov, «nel romanzo russo non cerchiamo l’anima della Russia. Cerchiamo il genio individuale. Guardate il capolavoro, non la cornice – e non le facce di quelli che guardano la cornice», dobbiamo anche analizzare provando ad assumere questo punto di vista le pagine su Dostoevskij, che riassumono benissimo tutto quello che si è detto finora. Per Nabokov, lui che certo, come sottolineano De Lotto e Zinato nella loro postfazione, era «senza dubbio esigente e anche “intransigente” tanto che non esitava a liquidare opere di autori consacrati dal canone letterario», dal punto di vista del genio individuale Dostoevskij «non è un grande scrittore, è uno scrittore piuttosto mediocre, con lampi di humour eccellente ma, ahimè, inframmezzato da desolate distese di banalità letterarie». Eppure, anche in queste pagine, si respira la meticolosità del Nabokov scrittore e l’attenzione profonda per i particolari dei testi letterari e degli autori: «io parlerò diffusamente di un certo numero di artisti davvero grandi, ed è a questo alto livello che Dostoevskij dev’essere oggetto di critica».

Leggendo le lezioni raccolte in questi due volumi, il modo in cui Nabokov insegna letteratura può sembrarci avulso dalla nostra contemporaneità, perché è una ricerca lenta e paziente che, come ha notato tra gli altri Claudio Giunta, si serve di uno strumento letterario che ci rimanda direttamente verso lontani anni scolastici, il riassunto. La fatica, ma anche l’intransigenza («non si parla, non si fuma, non si lavora a maglia, non si legge il giornale, non si dorme – e, per amor di Dio, prendete appunti» diceva Nabokov ai suoi studenti), di queste lezioni sta anche nel raccontare il romanzo agli studenti con puntiglio e attenzione, non mancando di procedere a una lettura anche scolastica del testo evidenziando gli snodi principali delle vicende per provare a introdurre chi ascolta nello studio dello scrittore, mostrandone gli strumenti preferiti e i vizi attraverso la sua capacità straordinaria di narratore e ordinatore di storie. Il desiderio di questo professore esigente è quello di rendere partecipi gli studenti della «quiddità» dei testi letterari, ricreare «la fitta alla spina dorsale» dei testi e ritrovarla nella vita di tutti i giorni, conoscere «non le emozioni dei personaggi, ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà del creare».

 

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Autore

matteomoca@minimaetmoralia.it

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L'indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie "Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett",  "Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi" e "Un'esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico"

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