Pubblichiamo, ringraziando l’editore Mimesis, un estratto dal libro di Mario Vargas Llosa Davanti allo specchio. Conversazioni con Juan Cruz Ruiz (traduzione di Anna Falivene), raccolta delle molte interviste tra lo scrittore e il giornalista spagnolo. Questa in particolare, intitolata Non ho un talento naturale. Scrivere mi costa fatica, risale al 2015 ed è successiva alla pubblicazione del romanzo Crocevia.
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Il Nobel per la Letteratura ha completato il suo ultimo romanzo, Crocevia, e si dichiara pieno di energie in questa sua nuova fase vitale. D’altro canto, osserva però di “non avere più una vita privata”. Questo è Mario Vargas Llosa in versione integrale, lo scrittore di storie e l’uomo. A marzo compirà ottant’anni; la sua vita personale ha conosciuto una trasformazione radicale, che ha a che fare tra le altre cose con una nuova relazione sentimentale di cui si è parlato molto più di quanto avesse mai potuto immaginare. E adesso la sua casa editrice, Alfaguara, annuncia che quando il Premio Nobel peruviano compirà gli anni il suo ultimo lavoro uscirà in tutto il mondo di lingua spagnola. In Crocevia, così come in Conversazione nella “Catedral” o ne La città e i cani, Vargas Llosa ritorna alla sua terra, il Perù, fondamento della sua narrativa e croce e delizia del suo cuore e della sua memoria. Quest’intervista affronta i temi centrali della sua scrittura, ciò che la scrittura ha rappresentato e rappresenta per lui e gli aspetti attuali della sua vita personale. L’ha rilasciata domenica scorsa a mezzogiorno a “El País”, il giornale con cui collabora da anni, nel suo appartamento di New York, dove vive per insegnare all’Università di Princeton. Prima e dopo la conversazione, che viene qui riportata fedelmente e integralmente, il personaggio e la persona si uniscono in un esercizio straordinario di memoria, di piccoli dettagli e di storie che Vargas Llosa ripercorre oralmente con la proverbiale precisione che sempre si riflette nell’e- strema efficacia narrativa e descrittiva di tutta la sua opera. In virtù di quanto appena detto, la prima domanda verte proprio sulla memoria.
JUAN CRUZ: Da dove viene questa capacità di ricordare così tante cose?
MARIO VARGAS LLOSA: Non è propriamente così; ricordo cose relative al mio lavoro, cose molto intime o familiari, ma sono molte di più quelle che dimentico, come succede a tutti. Però sì, mi sono reso conto di ricordare un discreto numero di immagini, episodi che diventano poi la materia prima del mio lavoro.
JC: Come avviene questo trasferimento?
MVL: Del tutto inconsciamente. Come tutti, ho esperienze di ogni tipo, e alcune di esse vengono recuperate, preservate dall’immaginazione, e d’un tratto queste immagini cominciano a formare una sorta di fantasia, senza però che io me ne renda conto. Finché poi all’improvviso mi accorgo di aver lavorato inconsapevolmente a una piccola storia, all’embrione di una storia, prendendo spunto da un qualche fatto vissuto, letto o ascoltato. La genesi di tutte le cose che ho scritto, il perché alcuni eventi abbiano il potere di accendere l’immaginazione, di mettere in moto la fantasia, sono questioni che hanno sempre rappresentato un grande mistero per me. Forse queste esperienze toccano qualche centro vitale particolarmente importante, ma che risiede nei meandri del subconscio. Non ho mai compreso esattamente perché alcune esperienze abbiano questo potere mentre tantissime altre no.
JC: Quale crede che sia questo centro vitale?
MVL: Non saprei; se lo sapessi il meccanismo non funzionerebbe in modo così naturale, probabilmente. È legato ad alcuni elementi chiave che costituiscono la personalità, la fonte della psicologia di un personaggio. Quel che è certo è che è sempre stato così: il punto di partenza della fantasia, dell’immaginazione che sta alla base di un romanzo o di una storia è il fatto vissuto. Vale anche per le opere teatrali. Per i saggi invece il discorso è diverso: i saggi sono molto più sporadici, sei tu a scegliere l’argomento che vuoi trattare; nel caso della narrativa invece non hai potere decisionale, sono gli eventi a scegliere la persona e a indirizzarla in una certa direzione. Anche se da quel momento in poi cominci a lavorare con assoluta libertà, credo che il punto di partenza non sia mai libero, perché è qualcosa che la realtà impone tramite l’esperienza vissuta.
JC: Nel suo caso, la realtà ha spesso a che fare con la sua infanzia o con la sua giovinezza, ma anche con la realtà peruviana.
MVL: Sì, sì. Gli anni in cui si forma la personalità sono quelli della giovinezza, quelli che io ho trascorso in Perù e che mi hanno più profondamente segnato. In realtà, fino a dieci anni ho vissuto in Bolivia: ricordo un periodo estremamente felice, e direi che non potrei mai scrivere una storia ispirata agli eventi di quegli anni, forse proprio perché ero felice, perché vivevo senza alcun tipo di trauma. Penso infatti che le esperienze traumatiche siano molto più feconde per uno scrittore, se non altro per uno scrittore moderno, rispetto a quelle felici. Le esperienze per me più feconde dal punto di vista letterario sono sempre legate a conflitti, a traumi, a momenti difficili, a un qualche tipo di frustrazione o rottura, o anche a una grande esaltazione. Non sono fatti convenzionali, di quelli che non lasciano tracce nella memoria; sono fatti piuttosto conflittuali e molto spesso traumatici.
JC: È questo il caso di Crocevia?
MVL: Il caso di Crocevia è molto interessante; a differenza di altre storie, non mi è ben chiaro come l’idea di questo romanzo si sia insinuata in me. Tutto è cominciato con un’immagine alquanto erotica di due donne, amiche, che una notte, in modo totalmente impensato per entrambe, vivono una situazione erotica. Siccome l’immagine mi perseguitava, ho cominciato a metterla su carta, e quello è stato il mio punto di partenza. L’idea si è poi trasformata in una storia poliziesca, quasi un thriller, e il thriller si è pian piano tramutato in una specie di affresco della società peruviana negli ultimi mesi o settimane della dittatura di Fujimori e Montesinos, in un momento in cui il sistema che avevano edificato cominciava a fare acqua da tutte le parti. E, nel mezzo, una grande violenza, una violenza multiforme dovuta al terrorismo, alla repressione operata dalle forze dell’ordine e dai militari, e il grande sgomento, lo scoramento psicologico e politico collettivo e individuale che viveva il Perù. Ed ecco il risultato. Il titolo, Crocevia [Cinco esquinas in lingua originale], è un omaggio a Cinco esquinas, un quartiere molto importante di Lima in cui si trovavano un tempo alcune delle principali ambasciate, tra cui quelle di Francia, Regno Unito e Stati Uniti; un quartiere che in epoca coloniale aveva conosciuto una grande vitalità, tant’è che le principali chiese coloniali della capitale sono forse proprio quelle di Cinco esquinas. Più avanti conobbe un declino brutale, anche se all’inizio del ventesimo secolo raggiunse una sorta di apogeo differente, diventando il cuore del criollismo, della musica peruviana, dei grandi chitarristi… Attraversò poi un nuovo periodo di decadenza fino a trasformarsi in un quartiere molto pericoloso, con tanti spacciatori e tanta delinquenza pubblica, al punto che l’ultima volta che sono tornato a Lima, nel recarmi in un paio di occasioni a passeggiare da quelle parti, sono stato invitato ad andarmene perché la zona era molto pericolosa, avrei potuto essere aggredito, e perché solo quelli del posto potevano sentirsi al sicuro lì. Tutto questo mi era sembrato il segno della società e della questione peruviana e mi piaceva l’idea di intitolare la mia storia Cinco esquinas, come un quartiere che rappresenta in qualche modo l’emblema di Lima, del Perù e dell’epoca in cui la storia si sviluppa.
JC: Il Perù non si è mai svigorito in lei.
MVL: No. Le esperienze essenziali, che sono quelle che hanno a che fare con la formazione della personalità, le ho vissute in Perù. Ho scoperto il Perù quando avevo già dieci anni; prima avevo vissuto in Bolivia, ma sempre con l’idea che il Perù fosse il mio paese, la mia patria. E tornai in un paese che mi considerava uno straniero, perché a Piura parlavo come un ragazzo boliviano e i compagni di scuola mi prendevano in giro, dicevano che parlavo come un montanaro.
JC: Chi ha letto Crocevia dice che ha una forte carica erotica…
MVL: Ebbene sì! Uno degli elementi della storia è questa relazione erotica molto intensa, che serve probabilmente da rifugio. Quando non si hanno altri mezzi per sfuggire dalla realtà, l’erotismo può aiutare a evadere, a non vivere una situazione che repelle. Ma se in Crocevia c’è un tema che permea, che pervade l’intera storia quello è il giornalismo, il giornalismo scandalistico. La dittatura di Fujimori fu un caso molto interessante perché, soprattutto con Montesinos, l’uomo forte del regime, utilizzò il giornalismo scandalistico, la stampa sensazionalistica, come arma politica per screditare e annichilire moralmente tutti i suoi avversari. Assoldava giornalisti, pagava organi di stampa per distruggere moralmente avversari e critici. Questa fu una vera macchia per il giornalismo, lo gettò in una dimensione ignobile, vile. In nessuna delle altre esperienze dittatoriali vissute dal Perù il giornalismo si era mai trasformato in uno strumento così efficace per mettere a tacere e liquidare l’opposizione senza apparentemente fare politica, semplicemente scoprendo che gli oppositori erano scandalosi, ladri, pervertiti… Insomma, chiunque osasse affrontare e criticare il regime si vedeva piovere addosso tutta una serie di vili calunnie. Questo è uno dei temi centrali della storia. C’è poi allo stesso tempo un’altra faccia, quella cioè che mette in luce come il giornalismo, che può essere sporco e vile, possa diventare di colpo uno strumento di liberazione, di difesa morale e civile di una società. Queste due facce del giornalismo, che non sono limitate alla realtà peruviana ma riguardano tutti i paesi e le società del mondo, costituiscono i temi principali di Crocevia.
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