Pubblichiamo il diario di traduzione del libro Città assediata di Clarice Lispector, a cura di Roberto Francavilla e Elena Manzato.
di Roberto Francavilla
Clarice Lispector scrive La città assediata in una fase assai peculiare della sua esistenza. Ha 25 anni, ha già conosciuto il favore del pubblico e della critica con il suo romanzo d’esordio Vicino al cuore selvaggio e ha in seguito pubblicato Il Lampadario, la cui ricezione è venata di inciampi e di incomprensioni. Il matrimonio con il diplomatico brasiliano Maury Gurgel Valente, destinato a fallire, le ha imposto l’avventura del nomadismo fra i consolati europei. Dopo Napoli e proprio alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ecco la nuova destinazione: la Svizzera.
A Berna, Clarice è colta da una sottile depressione. Il paesaggio alpino non le regala la serenità auspicata e l’amenità del paesaggio sembra trasformarsi in un monotono dipinto da cui non riesce a evadere se non attraverso momentanee scalfitture. È in quelle circostanze che si dedica alla difficoltosa redazione del suo terzo romanzo e ogni precoce dissesto della sua anima inquieta sembra confluire in quelle pagine animando l’esistenza di uno dei suoi personaggi più straordinari e spiazzanti: ancora una volta una giovane donna, Lucrécia.
La città assediata è prima di tutto un luogo mentale. Ma è anche l’estensione possibile di São Geraldo, un sobborgo immaginario sistemato in un Brasile più che mai reale, in bilico fra un polveroso passato su cui vegliano cavalli totemici e sensuali a cui la scrittrice affida la potente valenza di arcaiche divinità e la modernità che trasforma e illude, che attira e insieme respinge, aumentando il senso di spaesamento e di profonda indecisione in cui questa fanciulla sognatrice e arrivista, in parte inconsapevole dei propri limiti e in fondo portatrice di una struggente tenerezza, naviga a vista in attesa di una rivelazione, di una svolta e, soprattutto, del vero amore.
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di Elena Manzato
La città assediata non si colloca fra i romanzi più amati né acclamati di Clarice Lispector. Lo scrisse in un periodo difficile, lontano da quella che aveva eletto come la sua terra natale, il Brasile. Nel tempo di Berna, la sofferenza provata di quel luogo strano e straniero parve infliggerle una sensibilità nuova e differente. Una sensibilità che la portò a creare una protagonista molto diversa dalle precedenti e, senza saperlo, anche da quelle future. Lucrécia Neves non possiede la profondità delle altre protagoniste clariciane, la rende estranea a chi conosce la sua opera, quasi distante dalle sue eroine. Perché Clarice non le attribuisce quella sensibilità epifanica che destina alle altre.
Eppure Lucrécia cresce insieme a una città. E non lo fa passivamente, come potrebbe sembrare al principio: lei la costruisce con il suo sguardo, con l’osservare, con lo sbirciare. Verbi onnipresenti nel romanzo. I personaggi maschili e la popolazione del sobborgo anelano alla modernità. Lei aspira a un’epifania che non ha parole per definire, a un’idea di amore che il sobborgo le impone. Assediata come la città nascente da un’idea che non è sua.
A São Geraldo la gente vuole disfarsi degli oggetti del passato per comprare un’idea di futuro. Lucrécia sogna un’ancestraltà che non conosce, si trasfigura in sogno, in statua greca. Ma, al contempo, calpesta le pietre della città nuova con zoccoli di cavallo addormentato e furente. Soccombe all’idea di progresso e sperimenta un amore nuovo e impossibile, in un simulacro di città che lei vede ergersi. Ne La città assediata, Clarice non solo assedia il sobborgo, ma anche Lucrécia, e sfida sé stessa, chi la legge, e, senza saperlo, chi la traduce.
Anche la traduzione è stata un assedio. I campi semantici dello sguardo e dell’osservazione, del sogno e della veglia, ricorrono nel testo i come i cavalli sul poggio del pascolo che sovrasta il sobborgo e come i grandi rospi a cui la protagonista fa ritorno. Lucrécia e il paesaggio rimangono sognanti e vigili, come la scrittura potente di questa autrice indefinibile.
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