L’abbiamo vista tutti, una bolla di sapone che viene trapassata da un filo d’erba e ancora riflette il mondo, lo restituisce inalterato.

In The reading and writing of short stories, redatto da Eudora Welty e pubblicato nel 1949 dalla celebre rivista The Atlantic, fa la sua comparsa un’espressione magica, «the mystery of allurement», il mistero dell’attrazione; mistero (e attrazione) che di lì a poco avrebbero permeato la raccolta The golden apples, considerata a ragione il vero capolavoro dell’autrice, e uscita ben venti quattro anni prima che il suo romanzo The optimist’s daughter vincesse il Pulitzer nel 1973.

Le mele d’oro – di nuovo in libreria grazie a Racconti Edizioni nell’ottima traduzione di Isabella Zani – è forse il libro più caratteristico e attrattivo di Welty; non solo il più complesso, il più immaginifico, il più affascinante, ma anche quello che rivela più a fondo la natura poliedrica di una scrittrice votata alla scrittura al punto di rinunciare, in controtendenza coi valori del suo tempo, al matrimonio e alla famiglia, e incline a fascinazioni apparentemente distanti dalla letteratura, come la botanica e la fotografia.

Welty è stata infatti, oltre che una donna anticonformista e una tra le più grandi autrici americane del Novecento, un’importante fotografa: dai suoi anni come agente pubblicitaria alla Work Projects Administration sarebbe nata un’enorme raccolta di ritratti di donne, uomini e bambini al lavoro o nei momenti di svago, un grande affresco dell’America degli anni della Depressione e in particolare del Mississippi, dov’era nata.

Quest’attitudine a rappresentare la realtà, nonché la capacità di sintetizzare con grande economia di mezzi espressivi l’essenza di una società ibrida– in cui bianchi e neri convivono con naturalezza tale da annientare, solo in apparenza, la tensione intrinseca di razza e classe tra i suoi protagonisti – e di un momento storico terribile quanto affascinante, è alla base di tutta l’opera weltiana. E non è un caso che Le mele d’oro, com’era già accaduto in Delta wedding (ritradotto nel 2020 da Simona Fefè per minimum fax con il titolo Nozze sul Delta), esprima la volontà della scrittrice statunitense di rappresentare un mondo che affonda le sue radici nel dominio del reale, pur conservandone e legittimandone gli aspetti mitologici, fantastici o esoterici.

La scrittura di Welty è in effetti la fotografia scritta di un luogo e di un tempo in cui coesistono storia e leggende mutuate dal racconto orale, dall’ascolto, dalla testimonianza, fondata su una lingua sovrabbondante e complessa, che risulta vitalissima e sospesa. A differenza della fotografia, però, in cui la rappresentazione del dettaglio sembra talvolta scaturire dall’istinto o da un colpo di fortuna, la penna di Welty non è affatto estemporanea: rivela l’estemporaneità, ma non la frequenta; cattura l’essenza, il visibile, ciò che rischia di scomparire perché troppo lieve o fugace, ma con meticolosa attenzione.

Per questa ragione, volendo (ri)creare un universo letterario a partire dall’esperienza di un universo in cui si alternano mito e verità, Le mele d’oro è un epos corale popolato di fantasmi, apparizioni e spiriti umanissimi, nonché un libro dal sapore profondamente iniziatico e simbolico – non a casosi apre con un concepimento e si conclude con un funerale.

In questa struttura circolare da teatro in movimento, che in linea con la tradizione weltiana verrà progressivamente invasa da un numero pressoché infinito di comparse, si disvela l’affresco vivente di una comunità molto complessa; Welty sceglie di dare un nome fittizio al suo palcoscenico, battezzandolo Morgana, per rievocare ancora una volta il carattere epico della sua scrittura; e su quel palco allestisce una tragicommedia umana ricca di rabbia e bellezza, che attinge dallo studio – più innato che programmatico – dell’oralità, della tradizione, del folklore testimoniato, del racconto in presa diretta.

Riguardo le fascinazioni di The reading and writing of short stories, occorre tornare allo sviluppo del discorso sul mistero; mistero che, come scrive l’autrice, nel rendersi via via più comprensibile non perde né il suo significato né la sua potenza, se mai li intensifica. È questa componente rivelatrice la caratteristica più forte dei racconti e dei romanzi di Welty, che nelle Mele d’oro diventa più sublime che mai. Il King McLain di Pioggia d’oro, racconto che apre la raccolta, è lo stesso che più tardi, dopo essere sparito nel nulla come grazie a un sortilegio (attuando invece il banale esercizio di abbandono a cui molti uomini costringevano mogli e figli) riapparirà sotto le spoglie di un uomo nero molto simile al demonio. King è tanto uno spirito quanto un essere umano “fin troppo umano”, soprattutto nelle sue azioni più tremende – come la violenza sessuale ai danni di una giovane contadina nera, che finirà suicida.

Jinny mi ha guardato e non se l’è presa. Io invece sì. Le ho sparato a bruciapelo – più di una volta. A distanza ravvicinata – fra noi c’era a malapena lo spazio per estrarre di colpo la pistola. E lei si limitava a fissare corrucciata l’ago di cui avevo scordato la necessità. La sua mano non deviava mai, non tremava mai per il rumore. L’orologio in penombra sulla mensola batteva le ore – la pistola non l’aveva coperto. Io guardavo Jinny e le vedevo i puerili seni imbronciati, due ben miseri esemplari, crivellati di fori vividi dov’erano entrate le mie pallottole. Ma Jinny non se ne accorgeva. Infilava la gugliata. Faceva la sua faccetta trionfante. I suoi fili entravano sempre nella cruna al primo colpo. «Sta’ fermo». Era ben lungi dall’ammettere il dolore – tutto ma non tristezza e dolore. Quando io non riuscivo a darle qualcosa che voleva, si metteva a canticchiare. In camera nostra abbassava la voce, fino al completo svilimento. Allora la amavo molto. La piccola fedifraga. Ho aspettato mentre lei faceva saettare l’ago e mi tirava la manica, la manica sul mio braccio inerte. Era come contarsi i respiri. Espiravo la furia e inspiravo la limpida delusione: che lei non era morta stecchita. Lei ha morso il filo – magnifica. Quando ha allontanato la bocca sono quasi caduto per terra. Fedifraga.

Come lui, tutti i personaggi delle Mele d’oro vivono in un costante equilibrio tra dimensioni opposte e sono cangianti, rivelano la propria natura indifferente, spietata, oppure amorosa e devota. La missione di Welty è immortalare la crudele bellezza della vita; e celebrare questa vita, più che la morte, pur essendo la morte – o la scomparsa, l’evanescenza nelle sue mille forme, compresa la malattia o la superstizione – costantemente incombente; sa spingersi nel territorio del grottesco, oltre che in quello della favola nera, o gettare una luce improvvisa su squarci di gioia o di armonia, come durante il metaforico battesimo dell’acqua nel racconto Al lago Moon, che insieme è pulsione sessuale e mortifera; o come l’ondeggiante sentimento di peccato e innocenza che aleggia nel Saggio di giugno, dove una pianista senza marito adora e maltratta le proprie allieve, offre rifugio a una donna di colore e al tempo stesso schiaffeggia l’anziana madre.

Certo è che neppure nei suoi slanci più audaci – quando sembra davvero che il mondo fotografato assuma i connotati del sogno – si avverte mai una sensazione di disturbo o di artificio, neppure quando un sentore di magia attraversa i cortili, le case abbandonate, i giardini e i salotti dalle tende svolazzanti in cui risuonano pianoforti indemoniati dalle gambe a forma di zanne di elefante. Il mondo di Welty, esattamente come le sue fotografie, è ricco di luci e ombre che creano un contrasto mai disturbante, ma che anzi rivela quel mistero affascinante che, pur svelato, non perde la sua grazia.

Per un attimo, con le mani potenti, Nina riuscì a trattenere la barca. Di nuovo le vennero in mente le pere – non le normali pere terrose appese all’albero nel giardino dietro casa, ma quelle preziose, in vendita sui treni a caro prezzo, ciascuna avvolta in un cono di carta – pere bellissime, simmetriche e pulite, dalla buccia sottile e la polpa bianca come neve, così tenera e succosa che a mangiarne una sola ti ci battezzavi tutta la faccia, e così delicate che mentre mangiavi di corsa la prima metà, la seconda già cominciava a scurirsi. A ogni frutto, e specialmente a quelle pere tanto preziose, succedeva qualcosa; il processo era così rapido che non le raggiungevi mai per tempo. Non sono i fiori a essere effimeri, pensò Nina, è la frutta: è nel tempo in cui sono pronte, che le cose non durano.

Le mele d’oro è forse il manifesto weltiano per eccellenza, in cui si riverberano in un sofisticato gioco di specchi le fascinazioni che saranno proprie di tutti i romanzi e i racconti degli anni successivi. E quando del palcoscenico non resta altro che la cenere di una casa dopo l’incendio, a sopravvivere è la potenza, la bellezza e l’unicità di una scrittrice in stato di grazia, decisamente al culmine della sua gloria.

 

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Autore

tarini@minima.it

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 ed è editor e libraia. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Ha fatto parte delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto e nel 2024 ha fondato a Milano Supernova, un bookclub che parla di antropocene, insieme a Ferdinando Cotugno.

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