Pubblichiamo, ringraziando la casa editrice Fandango e l’autore, un estratto da Maiorca di Giovanni Dozzini.

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Nell’estate del 1936 mio padre non era ancora nato. Erano nate le sue due sorelle, che sono ancora vive, le mie vecchie zie che ne conservano ancora le memorie più antiche, di bambino e di ragazzo. Mio nonno, loro padre, era del 1905. Di lui non so moltissimo, ma so che era antifascista, e che a un certo punto fu indubbiamente comunista, come poi lo fu mio padre. Cos’era la Spagna, per mio nonno, cos’era Maiorca, nel luglio del 1936? Non lo saprò mai. Le notizie in Italia arrivavano in ritardo, la stampa prese a parlare dell’alzamiento dopo qualche giorno, e non ho idea di che giornali leggesse mio nonno, se li leggeva, e se lui, o mia nonna, ascoltassero la radio. Se l’informazione fosse stata in grado di viaggiare velocemente come fa oggi, allora i miei nonni avrebbero presto saputo per esempio che la sorte delle Baleari nelle prime settimane di guerra era in bilico, e che la situazione era molto variegata. Avrebbero saputo che Minorca era rimasta nelle mani dei repubblicani, mentre a Ibiza e nelle altre isole minori i nazionalisti erano riusciti facilmente a prendere il potere. A Maiorca, l’isola più grande e più importante, invece si combatteva. Il colpo di mano aveva avuto successo, ma nel giro di pochi giorni gli aerei repubblicani avevano cominciato a bombardare, pur producendo pochi danni, le guarnigioni dei ribelli e la città Maiorca di Palma. Ai primi di agosto una nave tedesca trasportò in Italia alcuni capi della rivolta, il capitano Juan Thomas e il falangista Martí Pou Rosselló, chiamati a intavolare una trattativa che si rivelò faticosa e piuttosto lunga. Solo l’11 agosto, dopo quasi dieci giorni, Mussolini accettò di fornire l’aiuto richiesto. Anche in questo caso, non fu un aiuto gratuito. I nazionalisti avevano bisogno di aerei, e l’Italia decise di venderglieli: bastava versare l’equivalente di tre milioni di lire ad Abramo Facchi, console onorario a Maiorca. E anche in questo caso, i soldi andavano cercati in casa di chi i soldi ce li aveva. Ancora una volta, a pagare, fu Juan March. I tre milioni vennero in parte da lui e in parte dalla requisizione del patrimonio della Banca di Spagna locale. Così, il 13 agosto, il capo della Falange, il marchese Alfonso de Zayas, telegrafò a Roma per garantire che il deposito era stato effettuato. Ecco, quindi, i tre Savoia-Marchetti S. 55, ed ecco la nave Morandi con il suo carico di caccia e idrovolanti. Ma nel frattempo era trascorso un mese, e in un mese, a Maiorca e nel resto delle Baleari, erano successe molte cose. I repubblicani avevano provato a riconquistare le isole. Un po’ caoticamente e velleitariamente prima. Poi con più convinzione. Il 7 agosto sbarcò a Formentera una colonna salpata da Valencia sotto la guida dell’ufficiale della Guardia civil Manuel Uribarri. L’8 agosto sbarcò a Ibiza una colonna salpata da Barcellona sotto la guida di Alberto Bayo, militare e aviatore che era nato e sarebbe morto a Cuba, dove, quasi settantenne, avrebbe contribuito a formare i guerriglieri rivoluzionari di Fidel Castro. Formentera e Ibiza tornarono subito ai lealisti. Rimaneva quindi solo Maiorca, e cioè il pesce più grosso. A Maiorca il colpo di stato aveva avuto successo perché l’esercito e le forze dell’ordine si erano schierati in massa con i golpisti. Tra soldati, carabinieri e membri della Guardia civil si trattava di circa millecinquecento uomini, a cui si aggiungevano i falangisti che, il 19 luglio, erano grossomodo cinquecento. Nel giro di poche settimane sarebbero diventati migliaia. A metà agosto, quando Bayo, da Minorca, stava preparando l’assalto a Maiorca con le sue truppe catalane, le forze dei nazionalisti erano insufficienti a resistere troppo a lungo. Lo sbarco avvenne il 16, a Porto Cristo, sulla costa orientale dell’isola, con mezzi navali numerosi, sei idrovolanti e un contingente tra i duemila e i tremila uomini. La spedizione era stata benedetta dal governo repubblicano di Barcellona, ma non da quello centrale di Madrid. Bayo prese quindi la costa, e avanzò per qualche chilometro verso l’interno. Forse i piani continuavano a essere confusi, forse mancò un coordinamento adeguato, fatto sta che i ribelli tutto sommato tenettero, e si generò un’impasse da cui si sarebbe potuti uscire solo con un avvenimento eccezionale. I soldi di March e della Banca di Spagna avevano già messo in moto il meccanismo necessario perché questo avvenimento si verificasse. Arrivarono gli aerei italiani, e soprattutto arrivarono gli italiani. Non se ne sarebbero andati fino alla fine della guerra.

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