Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
20. BELLA, L’ITALIA
Dopo essersi cambiati i vestiti impregnati di sudore ormai gelido e aver consumato una rapida cena, tutti si prepararono per la notte. Mirko e Christine si sistemarono di sopra, Luca e Laura sui divanetti, uno di fronte all’altro. Nonostante la stufa fosse accesa faceva ancora freddo, i muri di pietra non ne volevano sapere di assorbire il tepore delle fiamme. Solo il cane pareva naturalmente a suo agio, acciambellato nella sua posa morbida, lanciando sbuffi improvvisi tra un sogno e un altro. Erano tutti spossati, in particolare Luca, che però si sentiva per la prima volta al sicuro. Seguendo il respiro lento e regolare di Laura, che dormiva come una bambina con il sacco a pelo che ne copriva per metà il volto, cadde in un sonno profondo.
Svegliarsi fu una questione di necessità. Bisognava riaccendere il fuoco, faceva un freddo cane. Mirko, ricoperto da uno spesso telo di pile, spalancò la porta e tornò tremando con in braccio un mucchietto di ceppi e legnetti. Ripeté l’operazione della sera prima e diede vita a un fuoco intenso e fumoso, che subito invitò i quattro a radunarsi attorno alle fiamme, stretti l’uno contro l’altro.
Il sole era spuntato e inondava la casa, che di mattina pareva grande il doppio.
“Prepariamo colazione?” propose Mirko, che subito si mise all’opera insieme a Luca. Tostarono il pane sulla ghisa (il profumo di legna arsa e quello del pane bruciacchiato inondarono lo spazio), misero su una bella moka di caffè, tirarono fuori dagli zaini marmellate e cioccolato. Mangiarono di gusto.
La mattina si srotolò lenta, al ritmo del riscaldarsi dell’ambiente e del sole che si alzava oltre ai vetri imperlati dalla condensa. Misero un grosso pentolone di acqua gelida sulla stufa e ne approfittarono per darsi una bella ripulita, mezzi nudi nello sprazzo di prato davanti alla baita. Lo spazio intorno si apriva immenso nell’aria rarefatta. Si sentivano i campanacci di una mandria di mucche lasciate libere al pascolo da qualche parte più a valle.
“Andiamo a fare un giro?” propose Luca a Laura, che assentì tirandosi su dall’erba dopo essersi stiracchiata sinuosamente, subito incalzata dallo scodinzolio entusiasta del cane.
“Già che ci siete portate un po’ di legna”, fece Mirko, che nel frattempo stava preparando la griglia per il pranzo, pulendola dal grasso dell’anno prima.
I due raggiunsero il bosco rado che si diramava tra rocce coperte di licheni, vecchi muri a secco dissestati, arbusti contorti e improvvisi spiazzi di erba soffice.
“È bello qui” disse Laura in un invito al dialogo. “Tu come stai, meglio?”
“Sì, è come essere uscito da un sogno. Oppure come se stessi sognando ora, non so.”
“Mi ha fatto piacere che tu abbia pensato a me per venire quassù. In fondo non ci conosciamo molto.”
Luca sorrise e le prese la mano, che lei strinse intorno alla sua come se non aspettasse altro.
“È stato un periodo incasinato”, fece guardando fisso verso un punto distante. “Sono successe tante cose, e non ho ancora capito se ho trovato il mio posto o no. Però ora sto bene, non ho voglia di pensare a nient’altro. Se potessimo stare qui per sempre…”
“Be’ ci possiamo tornare qui”, fece rassicurante Laura. “In fondo non c’è niente di stabile. È tutto un muoversi, un andare a ritmo. Forse tutto quello che possiamo decidere è proprio a che ritmo andare, oscillando tra le cose che dobbiamo fare e quelle che vogliamo fare.”
“Serve spazio, però”, replicò Luca.
“Prendiamocelo, lo spazio”, sussurrò Laura facendo per adagiarsi in un punto dove le rocce offrivano un riparo circondando una distesa di prato. Luca le si rannicchiò accanto. Si trovarono vicini, stretti. Lei aveva un buon profumo di bosco e sapone, il fiato affannato sul viso e la saliva calda, la pelle morbida che fremeva al contatto con le dita e l’aria fresca, con l’erba che pizzicava la schiena scoperta giusto quel tanto che bastava per toccarsi, per assaporarsi. D’improvviso il cane si mise di mezzo leccando il volto di Luca e lanciando guaiti festosi, in cerca delle attenzioni dei due umani dopo aver gironzolato in libertà in quel campo da gioco infinito.
“Torniamo?” propose lei.
“Torniamo”, acconsentì Luca, che ora percepiva attorno a sé tutto lo spazio di cui aveva bisogno.
Il pranzo fu una festa. La carne sfrigolante sulla losa unta era quanto di meglio si potesse desiderare, assieme alla birra gelida tirata fuori dalla fontana. Luca e Mirko si trovarono in sintonia senza il bisogno di troppe parole. Si conoscevano troppo bene perché qualche mese di assenza avesse potuto minare la loro complicità. Christine e Laura parevano altrettanto in confidenza, immerse nella curiosità tipica delle nuove conoscenze.
“È bella l’Italia, si sta bene, ma io voglio viaggiare.” Christine era perfettamente a suo agio con l’italiano e il suo essere straniera era un dettaglio che si manifestava solo nei tratti diafani del volto e nell’accento spigoloso.
“Pensate che sia finito il casino giù in città?” chiese Mirko, deviando da una discussione che inevitabilmente portava Christine lontana da lui.
“Secondo me saranno già usciti con la coda tra le gambe”, asserì convinto Luca.
“Non vi sembra strano che delle persone così pericolose siano state sottovalutate?” chiese Laura. “Insomma, tutti sapevano che erano degli esaltati. Anche se nessuno immaginava che fossero armati.”
“Il fatto è che certe ideologie forti, come quelle del legame di sangue con il suolo, o cose così, sono roba vecchia. Nessuno ci crede più per davvero”, propose Mirko. “Cioè, pensateci: voi avete dei valori, delle idee. Ma siete delle persone normali. Questi invece sono disposti a sacrificarsi rischiando di far male a qualcuno e di passare la vita in prigione. Non è normale. Non si poteva prevedere.”
“Non tutte le ideologie sono da malati”, replicò Christine. “Ci sono battaglie che, come si dice… they’re worth it, è buono fare. Voi avete la mafia, ad esempio. È giusto lottare contro la mafia.”
“Lei è iscritta al partito comunista olandese”, rivelò tutto serio Mirko, facendo il pugno chiuso e beccandosi uno spintone da parte di Christine.
“Si chiama GroenLinks, e poi sì, sono comunista, so what? Non sono pazza per questo. Da noi i nazionalisti stanno crescendo, dobbiamo fare qualcosa.”
Mirko la guardava ammirato, nonostante il solito motteggio di facciata. Luca non sapeva bene come inserirsi nella discussione, nonostante qualche giorno prima avesse un’idea piuttosto precisa sui separatisti, i fascisti e tutto il resto. Ora, invece, era tutto sfumato, confuso. Preferiva non pensarci. Avrebbe voluto far notare a Mirko l’incongruenza del suo discorso: non aveva senso accomunare tutte le ideologie, come se avere una visione del mondo fosse una patologia. Giusto un anno prima quello sarebbe stato un terreno di scontro combattuto con determinazione. Adesso invece non aveva voglia di polemizzare. Cambiare era un processo che a volte lo lasciava senza parole.
“Sentite, andiamo al lago?” suggerì Laura dopo la pennichella che seguì alle chiacchiere. I quattro si prepararono e si avviarono pieni di energia verso il pendio sassoso. Luca sentiva di aver recuperato le energie mentre puntava i piedi sulla traccia di terra che serpeggiava nella pietraia, e questa volta il gruppo procedette compatto. Lassù, superato un colle nudo, c’era un grande specchio d’acqua del colore del cielo, incastonato nel bel mezzo di una distesa di pietre livide e sparuti ciuffetti di vegetazione. Un paesaggio lunare.
“Facciamo il giro del lago”, fece Christine, seguita subito da Laura, che prese a lanciare sassi nell’acqua. Luca si sedette su un masso, Mirko si sistemò vicino a lui, tirando fuori due sigarette e offrendone una all’amico.
“Si vede che ci sei un po’ rimasto sotto”, disse.
“Sì? E io che pensavo di esserne già fuori. Mi sento leggero.”
“Troppo leggero, sembri distratto. Di solito sei una spina nel culo”, ridacchiò Mirko, facendosi poi stranamente serio. “Senti, sappi che se c’è qualche problema puoi parlarne. Cioè, io sono qui. Mi fa piacere dare una mano.” Guardava fisso per terra tirando dalla sigaretta. Era chiaro che non fosse stato facile, per lui, comporre quella dichiarazione di aiuto.
Luca rispose con una pacca sulla spalla. “Grazie Mirko, sei un amico prezioso. Ci sono anche io se vuoi. Vedo che le cose non vanno benissimo, con il lavoro intendo. Se vuoi ogni tanto puoi venire da me. Sai, qui si sta tranquilli.”
I due si fermarono in silenzio a guardare il lago. Sulla sponda opposta, increspata dal soffio di un venticello che arrivava dal ghiacciaio corrugato e grigio eretto come un guardiano, stavano Christine e Laura, parlottando come al solito. Si sentiva, di tanto in tanto, squillare una risata.
“Mi piace Christine, tientela stretta.”
“Vuole tornare in Olanda, e poi chissà”, fece Mirko rabbuiandosi.
“E allora vai con lei”, propose Luca. “Vedremo. Non hai più sentito Clara?”, domandò quello in tutta risposta.
“No, non mi è sembrato il caso. Meglio così, mi ha dato una lezione, sai? Non tutto dipende da me, non sono l’unico ad avere una volontà. Mi ha insegnato questo, Clara. E adesso preferisco lasciarmela alle spalle, credo che lo voglia anche lei.”
“Sempre detto che era una stronzetta”, rise Mirko.
Tornarono nella baita poco prima di sera, rinvigoriti. Preparare la cena era già diventato un rito inscenato con cura, distribuendosi i compiti come fossero investiture di cui andare fieri. Mettere la legna nel camino (ora la casa era calda e accogliente), prendere l’acqua, sciacquare i piatti, affettare la cipolla per il soffritto, tostare il pane, stappare il vino, versarlo, berlo, scolare la pasta, riempire a grandi mestolate i piatti di porcellana spessa, tagliare il formaggio. E poi c’era la grappa tenuta in un armadietto sotto il lavabo per le occasioni come quella. Si stesero davanti al fuoco, vicini questa volta non per il freddo, ma per tenere stretti quegli istanti che si stavano esaurendo man mano che la notte dominava il paesaggio e si apprestava a separare l’oggi dal domani.
Mirko tirò fuori un mangiacassette, estraendone l’antenna. “Sentiamo che cosa è successo giù in città?”
La radio faticò a trovare il segnale, e quando intercettò una frequenza il suono incerto e frusciante si stabilizzò. Aspettarono che qualcuno desse le notizie, tra una sequenza di brani di cattivo gusto e l’altra. Vennero a sapere che l’assedio era finito proprio mentre loro si erano messi in macchina il giorno prima. Il gruppo di assalitori si era fatto scappare un primo gruppetto di ostaggi. Dopo qualche ora, i militanti avevano iniziato a cedere e si erano consegnati alla spicciolata ai militari. Dentro all’edificio era rimasto solo Gerard Blanquin, che aveva infine deciso di far capolino da un’uscita laterale sperando di potersi dileguare come niente fosse. Nel frattempo, anche Michel e il suo compare erano stati fermati mentre cercavano di passare il confine con la Svizzera. Tutto si era concluso così, senza troppo rumore. Un epilogo che lasciò insoddisfatti i giornalisti, che speravano in un po’ d’azione. Per due giorni, invece, non avevano fatto altro che inquadrare un Palazzo grigio dove non succedeva niente. Tutto era finito, nessuno si era fatto male, nel giro di pochi giorni i giornali avrebbero ripreso a parlare d’altro, di sagre, di bisticci tra politici vanitosi, di strade chiuse al traffico per lavori.
“Bisogna festeggiare”, disse Laura che aveva ascoltato il resoconto della radio con la mano stretta in quella di Luca.
“In questi casi ci vuole una canzone adatta”, propose Christine, mentre Mirko recuperava la bottiglia di grappa abbandonata sul tavolo. L’unico strumento in grado di riprodurre musica era l’apparecchio radio con cui i quattro avevano saputo della conclusione dell’operazione separatista. La cassetta nel mangianastri era vecchia. Luca schiacciò play e il pezzo suonò a tutti, meno che a Christine, familiare. “Ci vuole un fisico bestiale / Per resistere agli urti della vita / A quel che leggi sul giornale / E certe volte anche alla sfiga”, cantava Carboni. Mirko sorrise, “era da secoli che non ascoltavo questa cassetta. A mio fratello piaceva molto.” Ascoltarono assorti il lato A e il lato B, fumando e bevendo a piccoli sorsi il distillato secco che grattava in gola e accentuava le vampate che arrivavano dal fuoco, finché fu ora di coricarsi e mettere la parola fine alla giornata.
“Domani si torna giù. Sarebbe bello rimanere qui, come se fossimo davvero dei partigiani. Vivere di attesa e di lotta. Fare qualcosa di importante. Ma poi la sera tornare qui dentro e stare insieme, a bere e ascoltare la stessa cassetta, per sempre”, sussurrò Laura a Luca toccandolo e facendosi toccare.
Il fuoco lanciava ombre tremolanti e fuori ululava un forte vento. I sospiri dei due amanti al piano di sopra si erano placati da un po’. Fecero l’amore anche loro due, in silenzio, con calma, nonostante il vento fuori, nonostante il sonno inesorabile, nonostante il ritorno che presto, nel tempo cancellato dal sonno, avrebbe dissipato quella fantasia in cui Luca si era voluto perdere come un bambino.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
