“Per quel che ne so io dalla mia infanzia, la U è una vocale dannata,
sacra a Belzebù e alla sua tribù. Guai a pronunziarla troppe volte di seguito,
le parole che la contengono sono indiziate di morbo e micidiali quanto mai”
(Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto, Sellerio 1988)

“Sono stato di un sottomondo già negli antichi tempi dell’infanzia”, si legge nelle prime pagine di Chianafera (NN edizioni 2026), romanzo di formazione e iniziazione à rebours, dello scrittore siciliano Orazio Labbate.  È la voce di Orazio in persona a guidare i lettori dentro questo sottomondo enigmatico e mostruoso, in cui reale e irreale si mescolano a tal punto da mettere in discussione gli stessi concetti di spazio e di tempo: “l’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò di qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?”

Anche l’ordine dello spazio è stravolto, nonostante rimandi a una toponomastica siciliana esistente: Butera è la città in cui Labbate è cresciuto e Chianafera una zona periferica della stessa Butera; e però le percezioni allucinatorie dell’io narrante unite alla malleabilità dei ricordi, a cui il romanzo è peraltro dedicato, ridisegnano i luoghi, trasfigurandoli.

Da Butera è in fuga Labbate, all’inizio del libro, e “con pochi vestiti, marginato e reietto alla vista, condito di una vistosa cicatrice all’occhio sinistro e un grappolo di capelli corvini cùrti”, giunge dinnanzi ai cancelli di un manicomio intitolato alla “Madonna della Catena”.  Qui, come accade nei sogni, o meglio nei migliori incubi, lo stanno kafkianamente aspettando; la stessa struttura del manicomio può dirsi kafkiana: “mi percepivo dentro un labirinto di fresca costruzione le cui carnevalesche mappe degli interni, appena ideate da un giullare, risultano festosamente sorprendenti alla lettura di un re ignorante, ma che, però, nascondono la catastrofe della bugia e del crollo, solo dopo.” Ma è lo stesso Labbate che deve insistere per farsi aprire: un paradosso se non fosse che in quell’oscuro luogo di detenzione egli cerchi (e trovi) una sorta di liberazione, come era accaduto a Palermo, molti secoli prima, a tre condannati a morte, sciolti dalle catene grazie all’intervento della Madonna, detta appunto della Catena. Ad attenderlo c’è un custode con “un lindo camice bianco”, Zino Whitaker, al quale una “borbottante telefonata” da Butera ha già annunciato il suo arrivo; sarà lui a consegnargli una benda oculare nera con le seguenti parole: “Con essa vedrai le forme. Con l’altro occhio l’ambiguità”. Del resto non è possibile convocare la ragione, ma solo una “intelligenza sentimentale”, che si affida alla visione piuttosto che all’organo della vista.  

Nell’unica altra cella del nosocomio occupata compare un’altra figura inquietante: è quella del falegname di Riesi, Angilino Stracquadanio, colui che ha donato ai genitori di Orazio un misterioso diario d’infanzia, un diario metamorfico da lui stesso plasmato, e dentro il quale si può letteralmente venire risucchiati, come in un body horror di David Cronenberg.

Altra figura chiave, che appare in sogno a Orazio nella sua cella, è Chiara Nightingale, “ombra scantata” con il suo “piccidu occhio azzurrino”, un po’ fata morgana un po’ vampira. È suo l’invito rivolto a Orazio di vedersi “a Chianafera, a sud di Butera”.

Siamo arrivati solo a p. 27 e potrei continuare ancora a lungo a chiosare la trama impossibile del romanzo di Labbate, che è un vero e proprio labirinto in cui gli oggetti assumono poteri magici che ci aiutano a proseguire il cammino – le piccole bare che si trasformano in gettoni, l’uovo misterioso che contiene una chiave –  o al contrario ci riportano al punto di partenza come in una sorta di videogame: effetto consapevolmente ricercato dallo scrittore che ha sempre dichiarato di amare il pop. Anche il pop.

Ma a mio avviso più letterari e più raffinati rimangono i riferimenti intertestuali evocati nel libro, da Gesualdo Bufalino a Giorgio Manganelli, da William Faulkner a Shirley Jackson fino arrivare a Stephen King. È soprattutto a Dall’inferno di Manganelli che ho pensato leggendo Chianafera: una vera prova di resistenza per il lettore non solo per l’atmosfera claustrofobica che si respira in entrambi i libri, in cui la meticolosità, anzi l’ossessione descrittiva dei luoghi non dà tregua, e in cui la crudeltà messa in scena è terrorizzante, ma anche e soprattutto per la lingua volutamente pomposa, densa, quasi vischiosa, tanto da richiedere più pause durante la lettura. C’è in Labbate un’interessante sperimentazione linguistica, in cui gli innesti del siciliano – che per chi non conosce la lingua siciliana sembrano le fanfole di Fosco Maraini – sono lingua viva che scotta, significante che si ribella al suo significato.

“Forte e incurante del generoso sperpero di laghetti di sangue sul pavimento blu, intravidi – in quella cornice di rutilante cromatismo – un grande quadro alla parete e un tavolino di ferraglia attaccato al letto. Il quadro rettangolare ritraeva quella che poteva essere una gigantesca bottiglia di latte in vetro, colma però di un liquido rosso. […]

Dietro alla bottiglia disegnata nel quadro dormiva la collina di Butera, nìvura e rùssa, il cui cielo fiammeggiava del colore del vino. Trattenni i polmoni per un po’ e li lasciai andare di modo da evitare il disgusto, così mi sedetti fino a che mi cadde dalle tasche del mio inutile giubbotto, come una foglia gravida di pietre, il picciriddu diario.”

Ma cosa accomuna l’inferno descritto da Manganelli con le sue indimenticabili bambole infernali e l’infanzia rivissuta da Labbate tramite il picciriddu diario? Entrambe sono discese nella profondità della psiche. Chianafera è una discesa all’infanzia, discesa più infernale di quanto ci si aspetterebbe.

Orazio bambino vive infatti recluso in una cantina buia distante dal regno dei genitori più preoccupati alla loro vita coniugale che a quella del figlio. Decisamente distratti:  

“Mamma non mi guardava negli occhi, vagava attorno a me tra i flutti del suo etere, mentre apparecchiava. Solo i due genitori si fissavano in tralice, e io ero un morto mal adattato nel loro universo, un fantasma che è fantasma che è fantasma davvero per loro solo se cristianizzato. Perché dovevano nascere se, concentrati nell’amore fucuniatu di loro, per me c’era questa insolita permanenza nella nebbia?”

Insieme ai genitori non mancano le figure mitiche, archetipiche, di nonna Antonietta e Maria dentro alle loro alchemiche cucine, e tutti che quegli oggetti che ci hanno terrorizzati da bambini o a cui ci siamo aggrappati per non naufragare.

Al centro del libro c’è dunque il tempo oscuro dell’infanzia, delle origini, ma se viene immediatamente la tentazione di legare la pazzia, che conduce il protagonista a cercare riparo nel manicomio, con i traumi infantili, Labbate è abile nel lasciare sospesi eventuali collegamenti, e soprattutto aperte le interpretazioni. Di sicuro quella raccontata dall’autore è una “sanguinosa infanzia”, per citare Michele Mari, forse altro suo riferimento, dal punto di vista dei temi e dei generi attraversati, ma anche e soprattutto delle scelte linguistiche.

Oltre la lingua uno degli aspetti più interessanti del libro è l’incontro del gotico siciliano, di cui Abbate stesso è stato originale apripista, con la cosiddetta autofiction: Labbate racconta la propria infanzia siciliana senza rinunciare al fantastico, quello cupo e perturbante di un Poe e di un Maupassant. Ma se la coincidenza tra autore e protagonista è molto più problematica di quello che appare, lo stesso protagonista dovrà vedersela con il suo Doppelgänger: non c’è infatti camminamento senza l’incontro con il proprio doppio, senza confronto allo specchio:

Era un cavaliere atemporale, viddàno, il cui linguaggio silenzioso, di movimenti, si dimostrava castigato da una battaglia tanto antica e incompleta del suo cuore. Non volevo allontanarmi da quell’estremo doppio di disperazione, propenso, più di me, alla natura malinconica e contemplativa. Provai a parlargli all’orecchio, ma lui mi disse con nitidezza incisiva: Non taliare lo specchietto delle nonne, ci sono papà e mamma messi insieme, incucchiàti, non ci fanno conoscere la scintilla della luce, ci ho provato eoni addietro, ma ci annientano di sicuro e ci pietrificano.

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Autore

lisabentini@tin.it

Lisa Bentini si è laureata in Letteratura Contemporanea a Bologna. Docente di Lettere nella scuola dal 2006 è intervenuta in seminari e pubblicazioni su romanzo, poesia e teatro. Scrive inoltre sulle pagine culturali del Manifesto, sulla rivista on line Limina e sul Blog della casa editrice Topipittori.

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