È in libreria con Adelphi Il popolo è immortale, di Vasilij Grossman, uscito originariamente a puntate su Krasnaja zvezda tra il luglio e l’agosto del 1942. Pubblichiamo un testo di Claudia Zonghetti, che ha tradotto il volume.

di Claudia Zonghetti

Ho amiche e colleghe che traducono al bar. E ne ho altre che senza musica faticano il doppio.

Io al bar (o nelle biblioteche, o ovunque) origlio ogni possibile conversazione e mi invento storie fra gli avventori (come Kitty Ščerbackaja alle terme, sì…).  E niente musica quando traduco, no; giusto in treno, alta nelle orecchie per isolarmi dall’assillo di cellulari e vario berciare.

Poi, però, a un certo punto è arrivato lui. Semën Ignat’ev, soldato della 1a compagnia fucilieri ed ex kolchoziano della regione di Tula, che per tutto Il popolo immortale di Vasilij Grossman canta e suona la chitarra per i compagni, nei primi mesi di una guerra che promette poco di buono. Ed è stata questione di un attimo. Cosa suonerà? Cosa canterà?

Alcune canzoni di guerra le conosco, ma chissà quante altre ce ne sono…

Schivo i canali Youtube russi che mai come ora strumentalizzano la vittoria nella seconda guerra mondiale (che porta si potrebbe aprire, qui…), trovo una compilation (sono antica, sì) di registrazioni d’epoca quaet c’est parti

Quarantaquattro canzoni diventano il sottofondo imprescindibile di qualche mese in trincea e mi accompagnano passo passo mentre i soldati dell’Armata rossa marciano “nel buio per i campi non mietuti e riconoscono il frumento, la segale, il grano saraceno e l’avena dal picchiettio dei chicchi che piovono a terra, dal cricchiare della paglia sotto i piedi, dal fruscio degli steli che si impigliano nelle uniformi. E quell’avanzare di stivali pesanti da soldato sul corpo soffice di un raccolto non mietuto, quella pioggia triste di chicchi che cadono frusciando e che loro sentono sotto i piedi nell’oscurità, a molti cuori di gente di campagna parlano della guerra e di quell’invasione sanguinosa con voce molto più stentorea e tersa rispetto agli incendi che divampano all’orizzonte, alle scie rosse dei proiettili traccianti che strisciano lente verso le stelle, ai pilastri azzurri dei proiettori che oscillano nel cielo, ai boati lontani delle bombe”.

Allo stesso modo parlano loro le canzoni che il solito Ignat’ev continua a suonare e a cantare fra le righe.

Lui suona dalla carta, le canzoni suonano dal PC, io nel mezzo traduco.

Al capitolo 15 canta anche qualcun altro. È Ljadov, aiutante di campo di scarso coraggio e cuoco malinconico che canticchia Sinij platoček, Il fazzoletto azzurro (azzurro scuro, va bene, ma meno di blu; e comunque che fatica ogni volta coi colori…), un valzer del 1940 che ebbe in una mia capricciosa omonima una delle sue prime interpreti (e infatti è lei che la canta, al nr 7 della mia… playlist – va bene, mi arrendo).

C’è altro, però. Quella stessa melodia a una settimana dall’inizio della guerra prese anche parole diverse: Dvadcat’ vtorogo ijunja,/ Rovno v četyre časa/ Kiev bombili, nam ob”javili / Čto načalasja vojna… E cioè: “Il ventidue giugno mattina, alle quattro spaccate, con Kiev bombardata la guerra fu annunciata a tutti noi”.

Dolore. Inevitabile. Feroce. Straziante. Il passato che squarcia il presente. E non posso non pensare a Valerij Panjuškin, tradotto da poco, anche lui (L’ora del lupo, E/O): «I militari non sono persone di spiccata sensibilità, non si curano troppo di coincidenze storiche e assonanze poetiche. Se anche l’avranno sentita (la Canzone del 22 giugno), non credo si siano resi conto che oggi non parla della Germania che attaccò l’URSS il 22 giugno del 1941, ma della Russia che il 24 febbraio del 2022 ha attaccato l’Ucraina. E citando la canzone, infatti, così ha scritto il ministro degli Esteri lettone Edgars Rinkēvičs: “Russi, ora parla di voi” (in un tweet del 26 febbraio 2022)».

Silenzio. Ricomincio a tradurre.

Ma la memoria è una brutta bestia e le basta niente per ringalluzzirsi. So molto poco di musica russa (e proprio per questa ragione, in questi giorni, sto frequentando un corso online), ma certe note e certe parole sono scolpite nei miei anni di studentessa bulimica. E non chiedono altro che riaffiorare.

Cominciano loro, i Mašina Vremeni (La Macchina del tempo), con La battaglia con gli scemi e i troppo pochi savi che alla fine restano in piedi. Poi, inevitabile, arriva lui, Viktor Coj, con la sua Война (vojna, guerra: lo scrivo apposta in cirillico e in grassetto, dato che ora in Russia vale 15 anni di galera).

Ma vuoi dimenticare una versione recente di un altro brano di Coj, General, cantato da Boris Grebenščikov? E come si può?

Non basta comunque.

Traduco, ma le orecchie insistono, chiedono altro che le riempia mentre i personaggi di Grossman (umani, umanissimi) arretrano, avanzano, rubano un camion di pane al nemico (una delle scene più divertenti e calde del volume), si perdono nei boschi, disertano… Tutto il ventaglio delle possibilità umane di fronte al male assoluto. Come sempre accade con lui.

E fra i tanti cantautori (bardi, si chiamano, in russo) che ancora mancano all’appello, un altro è di quelli che non posso ignorare per come la sua voce mi scava sempre fra cuore e pensieri. Vladimir Vysockij. Qua trovate una scelta delle sue canzoni sulla guerra.

Diversi altri hanno cantato per me mentre continuavo a tradurre. Ultimo, per la gioia dei miei figli (di cui, com’è fisiologico che sia, solitamente spregio i gusti musicali, cui invece lui si avvicina) è stato Oxxxymiron, rapper e attivista. Ha anche un canale Youtube, razzolateci.

Ecco. Grossman combina di questi scherzi. Unisce le generazioni e le epoche. Come la grande letteratura sempre fa, del resto: non scopro nulla e sono fin troppo banale.

Tutto questo per dire che, se vorrete leggere il suo primo romanzo sulla guerra, le pagine sofferte e sempre fortemente sue che hanno preceduto quelle di Stalingrado e Vita e destino, tenetevi accanto un qualche strumento utile e cliccate sui link sopra. Potrebbero aiutare anche voi.

P.S. Su molti di coloro che ho citato trovate notizie online in italiano o in inglese. Ma soprattutto, lo so, non vi ho tradotto i testi delle canzoni. È poesia, non sono capace. Credo comunque che basti lasciarsi portare da quelle voci, da quei suoni, per capire – banalissimamente, di nuovo, e come sosteneva anche Grossman, per il quale Il popolo è immortale, sì, ma ogni singolo uomo è mortalissimo e andrebbe perciò preservato dalla furia delle armi – che aveva ragione Rodari:

…ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

redazione@minimaetmoralia.it

Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Articoli correlati