L’immagine è tratta da “Control” (2007) di Anton Corbijn
Nel 1964 il sociologo Pierre Bourdieu pubblicò I Delfini. Gli studenti e la cultura un testo che diverrà uno dei libri sacri della protesta studentesca del Sessantotto e sarà poi ripreso in quelle del Settantasette. I delfini assieme a La riproduzione (1970) e La noblesse d’état (1989) compone una trilogia insuperabile nel mostrare, e quindi denunciare, i giochi di forza interni al mondo dell’istruzione e come questa sia legata, indissolubilmente, al potere e al milieu di nascita: scopo centrale di questi studi è sottolineare come esista, nel mondo della scuola e dell’università, una riproduzione delle strutture sociali che innervano gli altri campi delle relazioni umane. In I delfini in particolare Bourdieu mostra come l’eredità culturale di ogni studente condizioni le sue possibilità di successo e carriera, evidenziando quindi come non funzioni il postulato dell’uguaglianza formale degli studenti. In questo modo quindi la scuola e ogni processo di formazione finisce per essere un luogo di riproduzione sociale, dove ogni gruppo riceve la propria consacrazione. Così si esercita una violenza simbolica, ovvero la forza che ha, citando Bourdieu, «ogni potere che riesce a imporre dei significati e a imporli come legittimi dissimulando i rapporti di forza su cui si basa la sua forza».
Si potrebbe partire anche da qui per leggere Melanconia di classe. Manifesto per la working class (pubblicato da Atlantide con la traduzione di Paola De Angelis) di Cynthia Cruz, poetessa e saggista cresciuta in California ma nata a Berlino, che pare aggiornare la ricerca di Bourdieu, che infatti viene talvolta citato, all’epoca contemporanea e, soprattutto, con i mezzi letterari e saggistici proprio dell’età contemporanea. Melanconia di classe è infatti un riuscito insieme di narrazione autobiografica, meditazione personale, critica (cinematografica, musicale e letteraria), tutti strumenti letterari che Cruz manipola con estrema cura riuscendo a condensare da ognuno di essi un materiale finale preciso e convincente che affonda le sue radici su una questione centrale dell’epoca contemporanea relativa all’abbandono della working class a favore della classe borghese. L’istruzione sembra appunto essere una delle chiavi di questo processo perché si tratta di ciò che appartiene più profondamente al vissuto di Cruz, figlia di un venditore di auto di origine messicana e oggi poetessa e insegnante al college. Nel libro si segue infatti il ragionamento e il pensiero che Cruz riversa su sé stessa circa la sua natura: fuggire dal mondo della working class, che garantisce solo una riproduzione, per usare un termine di Bourdieu, delle dinamiche lavorative e d’istruzione della famiglia d’origine, per abbracciare gli ariosi spazi di carriere e considerazione sociale della borghesia è il processo naturale a cui Cruz si sente chiamata ma che, con il passare degli anni, le spalanca davanti una voragine di senso sulla sua stessa essenza, la sua stessa natura.
È possibile abbandonare la working class senza perdere la propria identità? O si tratta piuttosto di una spinta della società capitalistica e neoliberista che reclama la morte e la scomparsa della working class (da Hilary Clinton a Margaret Thatcher, sono molte le figure politiche che hanno “bestializzato” la working class o la hanno ignorata del tutto negandone l’esistenza) senza però garantire un trattamento equo a chi ne fuoriesce? All’inizio del libro Cruz racconta non solo una delle molle decisive per la scrittura di Melanconia di classe, ma anche l’evidenza plastica di come questo sia un problema in alcun modo trascurabile: incontrata una sua ex professoressa, Cruz le racconta il tema del libro a cui sta lavorando, «la melanconia che nasce quando si abbandonano le proprie origini working class», e riceve una risposta spiazzante (e, a suo modo, violenta) perché lei le risponde, sorpresa, che lei non sembra affatto appartenere alla working class e non parla come una persona di quella estrazione sociale. Cruz resta a questo punto senza parole, chiedendosi se esiste, nell’immaginario di chi non vi appartiene, un’idea di come parlino o si vestano le persone della working class, specchio di una separazione e di un’impossibile assimilazione che renderà chi proviene da lì per sempre appartenente a quella classe sociale.
Ecco qua il paradosso attorno a cui ruota questo libro: provare ad allontanarsi da quel mondo verso l’ignoto è un’operazione impossibile, mentre tornare a quell’ambiente, una volta che questo è lasciato alle spalle, è altrettanto difficile. Da qui nasce allora questo sentimento di melanconia che nell’accezione freudiana, a cui fa riferimento Cruz, si identifica proprio come un sentimento di perdita che, a differenza del lutto, non ha consapevolezza precisa di ciò che si è perso: «nel lutto il mondo è divenuto povero e vuoto, nella melanconia lo è l’Io stesso»: «Il mondo che ci lasciamo alle spalle – scrive Cruz aprendo le sue fratture alla pagina – va avanti. Il senso di collettività che pervade la vita nella comunità di cui un tempo facevamo parte è scomparso. A restare viva dentro il nostro oggetto d’amore perduto è la mancanza che si forma nel vuoto dove le nostre vite si sarebbero svolte se fossimo rimasti. Dopo esserci separati dalle nostre origini, anche se vi facciamo ritorno, la frattura iniziale causata dalla partenza crea una fessura, una ferita che non si rimargina». Questo meccanismo, come Cruz spiega bene, porta il melanconico a rivolgere i sentimenti di rifiuto contro sé stesso e genera altresì un’ambivalenza verso l’oggetto perduto, in questo caso l’appartenenza alla working class, che rappresenta nello stesso momento qualcosa di amato e di odiato. La scuola di specializzazione, il dottorato, l’opera poetica, sono tutti elementi della vita di Cruz che continuamente sono avvolti dalla vergogna, uno dei sentimenti più dolorosi nella sua vita e presenti nel libro, generata da voci di professori e compagni di classe che le ricordano da dove viene e «in modo esplicito che io non appartengo al mondo in cui mi trovo adesso».
Lontana dal desiderio di voler appiattire le diverse opere per dare sostanza all’idea di fondo che sottende l’intero libro, Cruz passa in rassegna opere e artisti afferenti ad ambiti diversi, ma anche sottoculture che vivono dentro questa scissione, questo impossibile assestamento, dimostrando la pervasività estrema di questo tema. Con una profonda e convincente capacità analitica Cruz analizza alcune opere cinematografiche (l’importante Wanda di Barbara Loden, esempio plastico della fuga e della rovina di chi prova ad allontanarsi dalla working class o High Life di Claire Denis dove la possibilità di allontanarsi dalla Terra per sognare un nuovo inizio finisce per replicare, in un universo carcerario spaziale, le stesse regole opprimenti della Terra), molti artisti musicali (la dipendenza di Amy Winehouse come via di fuga dal vuoto generatosi dalla notorietà e dall’allontanamento dalla working class, la parabola riuscita di fuga di Cat Power che finisce per staccarsi completamente dal mondo in cui viene, la libido di Ian Curtis e dei Joy Division che esplode dalla depressione della working class cresciuta durante l’era Thatcher) e scrittori (come Clarice Lispector di cui viene messo in luce come l’origine e un’esistenza precarie, mutuate poi dall’approdo alla classe borghese con il matrimonio, non abbiano mai abbandonato la sua opera, in particolare in L’ora della stella dove Lispector racconta il suo «vero io, legato a un’infanzia vissuta nella povertà e nel degrado»).
Se infatti sotto il cappello di working class possiamo includere tutti quei lavoratori precari e sottopagati afferenti a qualsiasi ambito (compresi anche lavori come quello dell’autrice) è facile capire come si tratti di una questione che riguarda moltissime persone e ancora più urgente in un presente dove la finzione circa l’assenza delle classi sociali non arretra neanche di fronte all’evidenza, grazie a un mercato che garantisce a tutti un’omologazione che perpetua l’illusione. Il capitolo conclusivo riassume lo spirito energico e appassionato che si coglie facilmente in ogni pagina di questo libro, chirurgico nel descrivere un sentimento inafferrabile che nasce dall’illusione che, con le proprie forze, l’impegno e la buona volontà sarebbe possibile raggiungere il successo che però, come Cruz scopre sulla sua pelle, consiste nel liquidare le proprie origini provando a chiudere gli occhi, come fa la classe media, sull’esistenza di persone che fanno lavori, malpagati e faticosi.
Qui nasce la melanconia che utilizzando riferimenti afferenti alla psicoanalisi (Freud soprattutto, ma anche Lacan e Zizek) Cruz descrive come foriera di una depressione (altro tema centrale del libro, con tutti i tentativi farmacologici e non di superarla, spesso senza successo, fin verso la morte) che si compie nell’illusione di diventare parte indistinguibile di una maggioranza di cui non si sarà mai parte. Melanconia di classe è un libro necessario e urgente (etichette certamente abusate, ma qui davvero centrate) su una questione che coinvolge milioni di persone e che si situa, sulla scia di opere come quelle di Christopher Lasch e Mark Fisher, tra i baluardi saldi da cui ripartire. L’afflato attivistico che si respira nelle ultime pagine del libro è una benaugurante e secca disamina del punto in cui siamo, illuminato da una sapiente lettura delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, e una possibile proposta per prenderne coscienza e immaginare forme, per usare un termine benjaminiano, di «redenzione»: «Nell’ideologia onnipervasiva del neoliberismo, in cui ognuno di noi è l’amministratore delegato di un progetto imprenditoriale costituito dalle diverse sfaccettature di se stesso, da capitalizzare e vendere per profitto, il tempo libero non esiste più. Quando la nostra presenza – sullo schermo e fuori – è misurata in termini di performance, quando ogni singolo gesto è solo un mero atto simbolico meccanico che aggiunge valuta corrente al prodotto costituito dalla nostra persona, il tempo extra-lavorativo non esiste più. Il lavoro occupa tutto il nostro tempo e il tempo diventa un flusso ininterrotto. Astorico e privo di un vero futuro, è un tempo attraversato solo dall’eterna promessa dell’ambizione: se lavoro molto, diventerò qualcuno. Ma chi? E quanti tra noi non possono o non vogliono intraprendere quella strada, dove vanno?».
Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L’indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie “Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett”, “Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi” e “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico”
