Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi ha proposto la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra. Oggi è la volta del capitolo conclusivo. Grazie a Matteo, grazie a Edoardo.


21. PASTICCINI

Quando Luca percorse la via centrale per tornare al lavoro gli sembrò che niente avesse turbato la vita della sua città. Tutto era passato come un temporale estivo, violento ma fugace. Notava solo più zelo da parte dei negozianti nel lavare la loro porzione di strada, più orgoglio nel calcare i marciapiedi da parte dei passanti. I vecchi parlottavano a volume più alto e gesticolavano come rivolti a una platea. Tutti condividevano sguardi complici. La normalità aveva trionfato. Del gesto estremo dei separatisti era rimasto solo un vago senso di ridicolo e di fastidio che poteva essere scacciato con qualche pettegolezzo e un’assoluta presa di distanze, come se il movimento di Blanquin non si fosse sviluppato proprio nel ventre molle di quella città.

I colleghi lo accolsero come si fa con uno di famiglia.

“Abbiamo evitato di disturbarti”, ammise Carola, rincuorata di ritrovarsi di fronte un Luca tutto intero.

“Io ti ho cercato invece, ma non hai risposto”, confidò Garin.

La redazione era immersa in un dibattito profondo. Tornare all’ordinaria amministrazione o far partire una riflessione profonda?

“Non possiamo far finta di niente. Hanno attaccato i giornali. Non è stata una sbandata. C’è dietro un pensiero eversivo che non si limita ai separatisti”, fece Carola, secondo cui valeva la pena scavare nel sottobosco che aveva trovato l’espressione più folle nel gruppo di Blanquin.

Luca si trovò d’accordo e si mise a disposizione, non ci si poteva limitare a mettere lo sporco sotto il tappeto. Propose di ricostruire i legami tra Unione Italiana e il gruppo separatista.

“Intanto fai un bel pezzo dove ripercorri le varie tappe. Millecinquecento battute al massimo”, sentenziò Carola, appartandosi poi con un collaboratore appena entrato dalla porta scassata.

Poco prima che Luca uscisse dalla redazione, però, lo apostrofò sbucando dall’ufficio: “allora sei dei nostri o no? Non mi fare incazzare questa volta, va bene?”

“Sono dei vostri”, rispose lui. Perché no? Va bene, al diavolo Roubaud.

Luca uscì dall’ufficio accompagnato dai trilli lanciati dai messaggi di sua madre. Si voleva assicurare che il figlio si ricordasse di ritirare un vassoio di pasticcini che lei e il marito avevano ordinato per pranzo. Aveva visto poco i suoi genitori nell’ultimo periodo. Non gli aveva ancora raccontato dell’assalto al giornale, aspettando un momento più opportuno per parlarne con calma, senza farli angosciare.

Il cielo era velato e prometteva pioggia. Un venticello fastidioso scivolava dai pendii e forniva un preludio dell’inverno che per diverse settimane era sembrato un ricordo lontano. In montagna l’inverno si poteva ripresentare in qualsiasi momento, anche ad agosto, se solo si saliva di quota. Luca chiuse la giacchetta di jeans leggera e tirò su il colletto, infreddolito. Tirò fuori le cuffie e decise che avrebbe percorso le viuzze laterali. Non ne voleva sapere di quel centro città che continuava a ostentare la sua estraneità, di quelle vetrine irrispettose e dei consumatori con i portafogli gonfi, interessati solo al loro quadratino di prato. Era da lì che si era originato lo spirito che aveva nutrito il gruppo indipendentista, checché ne dicessero i commercianti scandalizzati o i pensionati strafottenti.

L’altra faccia di questo posto, sentenziò tra sé Luca.

Ecco, facciamo un riassunto, un bilancio, pensò Luca mentre zigzagava tra i vicoletti che, a pochi metri soltanto dal ciottolato dell’arteria principale, parevano condurre in un altro mondo. Nelle cuffiette Gianluca Grignani cantava il suo inno anticonformista, “Io non resto chiuso qua, da questa parte del vetro, un pupazzo identità, oggi fugge dal retro”.

Mentre le chitarre si attorcigliavano lamentose come le nuvole sopra i tetti e le mansarde, Luca sentiva di non sapere bene se si stesse rinchiudendo dietro una nuova vetrina o se fosse finalmente riuscito a spaccare il vetro. Pensò che forse era inevitabile stare dietro a qualche vetro, bastava esserne consapevoli, così da non sbatterci contro il muso.

Un bilancio, quindi. All’università il futuro era un ammasso indefinito di forse, di chissà. E questo era il bello: lo spazio aperto di fronte a sé, l’indeterminatezza. E i locali? I concerti? I cinema e i cineforum? Le serate infinite a farsi storie in testa che diventavano, nel loro girare in tondo, il vero centro delle aspettative universitarie? Si inseguiva l’illusione di una sospensione garantita da città lontane dal controllo e dalla notorietà domestica, dalla noia di provincia, dalle catalogazioni di paese, dalla famiglia.

Il suo paese di montagna invece lo aveva costretto a confrontarsi con sé stesso. Si era specchiato e non si era riconosciuto. Era cambiato. Se muta il proprio io muta anche l’ambiente intorno, realizzò tutto d’un tratto Luca. In fondo cos’è tutta questa roba che ho attorno? Cemento, case, strade, cose inerti, materiali. Ciò che cambia sono le persone, non il resto. Il suo nuovo lavoro era il modo per plasmare lo spazio: poteva finalmente viverci, nella sua città, invece di subirla.

“Cazzo, le paste!” Era arrivato al portone dei suoi senza ricordarsi del compito che gli era stato assegnato. Rifece lo stesso tragitto avanti e indietro, nella metà del tempo e con la mente vuota, per suonare finalmente il campanello di casa.

“Sbrigati, ho già scolato la pasta”, sfrigolò sua madre al citofono. Luca fece le scale saltando gli scalini a due a due nonostante i muscoli indolenziti dalla camminata del giorno prima, trovando la porta dell’appartamento dove era cresciuto socchiusa. Dentro tutto era come era sempre stato. Quel posto doveva rimanere stabile, nonostante il tempo e le sfighe avessero saputo mettere così duramente alla prova i suoi occupanti. La casa doveva continuare a essere un rifugio immutabile. La teoria dei posti che non influenzano le persone poteva benissimo crollare in quell’appartamento. Luca si affacciò alla cucina apparecchiata a festa dove troneggiava una ciotola fumante di pastasciutta.

“Dai che si fredda!” disse il padre, visibilmente rincuorato da quella visita che si sarebbe protesa per tutto il primo pomeriggio. Luca aveva molto da raccontare, e i suoi genitori volevano ascoltare, fare il punto della situazione. Sentirsi utili, se potevano.

Luca prese posto di fronte a quella coppia che ora lo guardava, in attesa. È bello sentirsi a casa, pensò.

Poi iniziò a raccontare.

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