Appuntamento con Brava Giulia di Anna Toscano alla libreria MarcoPolo di Venezia, il 17 aprile alle 19.30, con Gianni Montieri.

di Antonio Esposito

Può apparire come un paradosso ma in letteratura il miglior modo per fare rumore, in molti casi, è ricorrere al silenzio. Pagine e pagine di parole agiscono intorno al non detto e così facendo diventano ossatura, elemento strutturale della narrazione. È accaduto spesso. Per prendere qualche esempio dalla nostra tradizione: in La storia di Elsa Morante il silenzio circonda il trauma storico e personale: ciò che è troppo doloroso resta fuori dal linguaggio; in Primo Levi ha funzione ambivalente: da un lato è impossibilità di raccontare l’orrore, dall’altro ciò contro cui la scrittura lotta; in Italo Svevo, i personaggi sono incapaci di comunicare davvero: il silenzio è interno, psicologico; in Alberto Moravia i rapporti umani sono svuotati: il non detto domina più del dialogo; in Dino Buzzati è attesa, sospensione, tempo immobile; in Tommaso Landolfi, può diventare perturbante, quasi irreale; in Carlo Levi la quiete del sud è isolamento storico e sociale; in Leonardo Sciascia è spesso complicità, omertà, potere. In ognuno di questi, poi, ci sono delle sfumature: lo strumento retorico rimuove traumi, evidenzia una condizione esistenziale, ricopre spazi metafisici o getta un velo su un paesaggio, ma sempre, è la parola a definire le condizioni del dettato. Anche nel romanzo postumo di Anna Toscano, Brava Giulia (nottetempo), il silenzio ha una centralità e questa scelta prende forma capitolo dopo capitolo. Si tratta di una forma leggera, però, che muove attraverso le tre parti del testo e le definisce, scandendo le vicende dei personaggi e del loro vissuto.

Il romanzo si svolge nell’isolamento di un appartamento veneziano, Anna Toscano segue la formazione di Giulia all’interno di un nucleo familiare segnato da una radicale economia della parola: il padre, medico, chiude le conversazioni prima che queste possano aprirsi a sviluppi per lui incontrollabili sul piano emotivo e della gestione domestica; la madre scivola in lunghi periodi di assenza, l’affetto si esprime tramite gesti minimi e reiterati. In questa casa ovattata, dove anche le pareti sembrano attutire i rumori interni e fare da muro a quelli esterni, ogni suono viene progressivamente sostituito da ciò che resta fuori dal parlato: sguardi, abitudini, omissioni.

Quando Giulia si allontana per studiare Storia dell’Arte a Londra non si libera del vuoto che l’ha formata: porta con sé quel silenzio, lo utilizza per osservare gli altri e interpretare le relazioni. Anche negli snodi più decisivi della sua esistenza – l’amore, il desiderio, l’elaborazione dei traumi – nulla passa per un processo di verbalizzazione. Una dinamica che, nella ragazza, innesca comportamenti sostitutivi, a favore degli altri sensi, tra tutti lo sguardo. Nella sua mente risuonano le parole del professor Gosti: «Guardare, usare gli occhi, non solo vedere». L’uomo, anch’esso presentato come di poche parole, nella formazione di Giulia le trasmette l’idea di intercettare con gli occhi «la luce rivelatrice». Dalle sue lezioni Giulia impara che l’osservazione, in sostituzione alla sottrazione attuata dal silenzio, può aprire all’intensità dell’esistenza, ai dettagli quotidiani, agli elementi nascosti della vita: «Anche l’ultimo fiore in un quadro palpita e fa palpitare, nel fiore, anche nel fiore più umile e comune, c’è la vita della natura e la linfa che fa crescere e germogliare le cose, c’è la bellezza semplice ed eterna del mondo, c’è il mondo, tutto rinchiuso nel suo più infinitesimale frammento». 

Ed è da questo sguardo, educato, improvvisamente libero da filtri che Anna Toscano fa passare il rapporto di Giulia con la madre. La madre di Giulia guarda attraverso le lenti, da dietro una superficie sottile che protegge e trattiene: gli occhiali sulla punta del naso, il gesto di sollevarli o abbassarli, quasi a regolare l’intensità di ciò che osserva. È una visione che misura, filtra e si concede solo a tratti. In un passaggio del romanzo questa differenza si fa movimento, diventa azione carica di significato: gli occhiali cadono a terra e Giulia li schiaccia col piede. Non è rabbia, non del tutto. Al lettore l’episodio arriva come tentativo da parte della figlia di abolire quella distanza, di eliminare un filtro e costringere lo sguardo della madre a restare nudo. Il momento è però anche segno dello scarto tra loro: un solco tra diversi modi di vedere, e dunque di stare al mondo.

Nel corso del romanzo la parola subisce una trasformazione profonda. Il sistema di silenzi costruito nella prima parte si incrina. L’avvio in terza persona è segnato da una lingua controllata, rarefatta, a volte trattenuta: il racconto aderisce allo sguardo di Giulia ma mantiene una distanza che rispecchia l’economia emotiva della casa: i dialoghi sono brevi, interrotti. Nella seconda parte, con il passaggio alla prima persona della madre – che si esprime in una lunga lettera – la parola si apre, ma è un’apertura instabile, che rispecchia un flusso intermittente. La scrittura oscilla tra il tentativo di afferrare il reale, riconoscerlo e in qualche modo riscriverlo, oscillando tra lucidità e deriva, tra confessione e costruzione. Infine, nella terza parte, la voce del padre arriva sotto forma di messaggi audio. Giulia è lontana. Il padre prova a comunicare con lei. Qui la parola si fa ancora più ambigua: è diretta, concreta, ma in realtà frammentata, differita, affidata a un mezzo che permette di parlare senza realmente esporsi a una risposta. Il passaggio, in queste tre parti, dalla narrazione mediata alla scrittura intima fino alla voce registrata designa un percorso in cui la parola non guarisce il silenzio, ma lo aggira, lo modula, lo traduce in forme diverse, ognuna segnata da tentativi di controllo, esposizione o reticenza.

Brava Giulia lascia la sensazione che il vero centro della storia non sia ciò che accade, quanto il modo in cui ciò che accade si riesce a dire o non dire. Anna Toscano costruisce una drammaturgia dei dialoghi per sottrazione: le conversazioni si interrompono, svuotano, spostano altrove, e proprio in questi spiragli sembra nascondersi il senso più profondo del suo racconto. Le parole, quando arrivano, se arrivano, non contribuiscono a risolvere ma espongono a ulteriore fragilità, tentativi di difesa, e a farsi carico di ciò che resta sono i gesti minimi, le pause, gli scarti d’umore. In questo equilibrio instabile tra voce e silenzio il romanzo trova la forza di esprimere una lingua emotiva imperfetta ma autentica. Come quel «Brava Giulia» pronunciato dalla madre, semplice, quasi dimesso, in cui risuona più di un incoraggiamento. È un momento raro in cui la parola riesce a toccare per un attimo il cuore della relazione, senza filtri.

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Antonio Esposito (Napoli, 1989). È editor di narrativa per Astarte edizioni e autore di racconti. Tra i fondatori della rivista culturale Grado Zero. Suoi racconti e contributi critici sono apparsi su riviste come Minima&Moralia, Limina, In Allarmata Radura, L’indiscreto, K de Linkiesta, Spaghetti Writers, Ostranenie, Split e altri. Vive a Roma.

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