Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
8. FEBBRE
Quando il mattino seguente rispose al supervisore del centro postale di smistamento regionale, Luca era a letto e a malapena riusciva a reggere il telefono in mano. “Sto male, oggi non riesco a venire al lavoro.” Luca si aspettava che quello si sarebbe limitato a chiedergli un certificato medico, mentre la risposta fu secca. “Faccia che non tornarci proprio al lavoro. Ieri abbiamo saputo del fatto inaccettabile riguardante il signor Chiabloz, e inoltre da giorni ci segnalano che usa le cuffiette durante il turno. Le arriverà presto una comunicazione in merito. Lei è licenziato”.
Luca fu semplicemente grato che la chiamata fosse durata così poco: era esausto e quelle parole l’avevano appena lambito, lasciandolo del tutto indifferente. Ripose il telefono sul comodino e sprofondò sotto le coperte, in preda ai tremori di una febbre altissima.
Si trovò a percorrere una strada impervia, ma in qualche modo dolce, in macchina. Con lui c’erano altre persone che non conosceva. Il mezzo percorreva un tornante dopo l’altro come fluttuando, gli abbaglianti coloravano arbusti mediterranei tutt’intorno, e la tonalità dominante era un blu elettrico che lasciava baluginare chiazze rossastre e gialle lanciate sul manto stradale dai fari anteriori dell’auto. Sprazzi di vegetazione si agglomeravano a mucchietti sparsi lungo il tragitto, alberi dalle fronde mosse si libravano come presenze sfumate.
La macchina si trovò a calcare la ghiaia scricchiolante di un piazzale che terminava su un ampio cortiletto. C’era una luce chiara che illuminava un giardino elegantemente curato, modellato da siepi basse, sinuosi alberelli da frutta, cespugli di rose sparsi. Sulla moquette d’erba verde si alternavano tavolini vuoti coperti da tovaglie bianche, e ghirlande di fiori dondolavano da gazebo fantasma. Pochissime figure, come entità incorporee, si lasciavano dietro come una scia spumosa, che subito veniva assorbita dai chiaroscuri di quel luogo. Luca sapeva solo che doveva tornare. Tornare dove? Non ne aveva idea. “Luca”, gli si rivolse una signora di mezza età che sembrava conoscerlo, “devi entrare, non perderti la festa.” Si trovò dentro, anche se non ricordava di aver salito delle scale o di aver preso l’ascensore. La gente era elegante, le donne indossavano abiti di tulle color crema, le spalle scoperte e le gonne che fluttuavano come meduse, mentre gli uomini posavano rigidi nei loro completi blu scuro. Era bizzarro che nessuno parlasse, eppure Luca percepiva come quella platea fosse impegnata in un’intensa complicità.
Più si addentrava nell’abitazione più questa si rivelava incredibilmente spaziosa, per quanto dai confini astrattamente indefiniti: grandi stanzoni dalle pareti lucide e bianche, le cui cromature plastiche riverberavano, smorzandola, la luce al neon che proveniva da chissà dove. Le suole lanciavano un fruscio stridulo simile a quello delle scarpe da ginnastica sul pavimento di una palestra. “Luca, ti diverti?” chiese Clara. “Sei annoiato come al solito”, fece senza aspettare che lui rispondesse. A quel punto Clara si dileguò, trascinata da una ragazza senza volto.
Luca fece per seguirla ma si trovò davanti a un lungo corridoio, sempre bianco, dove la luce si affievoliva man mano che il pavimento digradava lentamente lungo i vettori di una prospettiva angusta. Cominciò ad avanzare nell’oscurità, che aveva ora mutato la grana dello spazio intorno. Ed ecco che Luca, guardando ancora verso le profondità di quel corridoio, percepì una presenza. Non era qualcosa di corporeo, era un bagliore rossastro. Ed era anche un suono, una vibrazione, un tremolio gutturale che lo penetrò nelle ossa. Era proprio ora di andarsene. Dove sono le uscite?, pensò affannato. Non c’erano porte, né scale: quel piano sembrava sospeso in una dimensione separata.
Vide Clara ballare con un uomo e, lì vicino, sopra un tavolo, una spogliarellista si esibiva tagliando i veli bianchi che ancora le coprivano la vita. Luca attraversò la sala col fiato corto. Sudava e il cuore batteva tanto forte da rompere il silenzio che impregnava tutto come una resina. “Clara, andiamo via, andiamo via.” Lei lo guardò senza riconoscerlo. “Prenda le scale. Sono di là, oltre il muro.”
Superò i tavoli e le poche persone che continuavano a guardare lo spogliarello. Superò una tenda sottile che ondeggiava al vento e trovò davanti a sé una delle terrazze che aveva scorto prima dal giardino al piano terra. C’erano sempre i patio, i gazebo, e i tavoli erano ancora vuoti. Però adesso la casa era distante e lui stava sul selciato ghiaioso.
“Adesso andiamo, Luca.” Laura aprì la portiera di una decapottabile e lo invitò a sedersi, poi entrò dal suo lato, scavalcandolo e strusciandosi sul suo corpo come un gatto per raggiungere il volante. Mise in moto e la strada era profumata, la vegetazione respirava e il vento della sera si scaldava, nonostante l’inquietudine di quel corridoio scuro e di quella presenza che ancora vibrava nelle corde della coscienza onirica non volessero abbandonare le sue sensazioni ovattate. Laura guidava e fumava una lunga sigaretta sottile, portava un paio di occhiali scuri e non lo guardava. Sorrideva. La strada scorreva e si stava sollevando una nebbiolina azzurrognola, e poi il letto disfatto, le coperte, il sudore, la testa che scoppiava e un bisogno incredibile di correre in bagno a vomitare.
Si riprese soltanto la sera. Erano le otto e mezza, o giù di lì, quando varcò la porta di camera sua, questa volta non per andare al cesso. In sala c’era Giorgio, seduto per terra con lo sguardo fisso sullo schermo. Era impegnato a sparare a qualcosa e aveva un’aria terribilmente seria.
“Bentornato tra noi! Bella sbronza ieri sera, eh?”
“Non ho bevuto, credo di avere la febbre.”
“L’hai misurata?”
“No.”
“E allora come fai a sapere di avere la febbre?”
“…”
“Be’ comunque è avanzata della pasta, se vuoi è tutta tua.”
Non mangiava da ventiquattr’ore. La luce della cucina si accese violenta illuminando lo spazio di una luce calda e giallognola. Nell’aria fluttuava una sottile coltre di fumo e c’era puzza di fritto. Una padella bruciacchiata e unta riposava esausta nel lavandino pieno, mentre la pentola sui fornelli era ancora mezza piena di spaghetti al sugo di pomodoro e tonno. La scatoletta sventrata stava accanto al fornello, la forchetta usata per svuotarla, appoggiata al bordo di latta, stava facendo colare l’olio lungo il manico, formando una chiazza traslucida sul ripiano.
Il fornello acceso iniziò a diffondere nell’aria un profumo intenso che fece da esca per l’appetito, nonostante lo stomaco ancora chiuso. Sistemò alla bell’e meglio un piatto fondo sul tavolo e lo riempì servendosi di un cucchiaione di legno. Il pastone era ormai colloso e sformato, ma il sapore non era così male. Si percepivano i pezzetti fibrosi di tonno, e l’acidità del pomodoro stuzzicava a dovere le papille gustative di Luca, che ora mangiava con avidità e sentiva montare una sensazione confortante sempre più simile al benessere.
Non voleva pensare alla telefonata, non ancora. Avrebbe avuto tutto il tempo e, a dir la verità, gli sembrava che l’assaggio di quella libertà forzata fosse un buon condimento per la pasta. Avrebbe dovuto sentire Clara, ma non aveva la forza di reggere tutto questo, aveva bisogno di qualche giorno per riflettere.
Per distrarsi accese la piccola televisione infilata nel vano tra il microonde e il frigorifero. Un presentatore super sorridente cercava di intrattenere un gruppo di concorrenti di un quiz a premi. Un po’ di zapping: un talk show, un western dai colori slavati, una serie tv con medici strafighi.
Altro canale. Il telegiornale locale mostrava un carabiniere, probabilmente uno alto in grado, che spiegava come le armi sequestrate fossero il risultato di una complicata operazione che aveva coinvolto i nuclei dell’arma del Piemonte e la cooperazione internazionale. Eludeva, poi, la domanda sul presunto infittirsi dei traffici illeciti legati alla criminalità organizzata negli ultimi anni, “al momento stiamo indagando e vagliando ogni ipotesi”, rispose sbrigativo.
Il presidente della commissione antimafia raccontava poi che tempo prima era stato intercettato un carico di armi ricondotto alla ndrangheta. Una parte di quel carico sarebbe però rimasta sul territorio locale, forse per soddisfare la domanda illegale della caccia di frodo o della piccola criminalità, o per ragioni speculative. Nulla, però, sembrava suggerire il bisogno di potenza di fuoco da parte dei malavitosi presenti sul territorio, interessati a mantenere il basso profilo tipico della malavita di provincia.
Luca spense la tv e si girò una sigaretta. Il gusto del tabacco era quanto di meglio potesse desiderare in quel momento, e per qualche istante si sentì davvero bene. Fuori era buio e i balconi delle case di fronte brillavano ancora di vita familiare. Ci si preparava a sdraiarsi sul divano dopo aver sparecchiato la tavola e messo a lavare i piatti, recuperando le forze e la pazienza per una nuova giornata di lavoro o di noia o di studio, o di qualsiasi altra cosa. Luca si chiese cosa avrebbe fatto domani, e il fatto di non saperlo gli strappò un sospiro.
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