Mentre leggo Sarah Gainsforth sulle ultime lotte di San Lorenzo contro gli effetti più beceri della gentrificazione selvaggia, sotto casa mia stanno girando un film ambientato durante la seconda guerra mondiale. Nelle vie adiacenti, quelle all’ombra delle mura, popolate da pizzerie al taglio e lavanderie dove una volta sorgevano centri culturali e botteghe di marmisti, si riasfaltano le strade, e le vie somigliano a lunghi scheletri carbonizzati che vibrano, come l’intera città si stesse rivoltando. Mentre scrivo, alle elezioni mancano soltanto tre giorni: l’atmosfera percepita è piuttosto funebre.
Mi sono trasferita nella storica fortezza rossa di San Lorenzo da un anno, e credo che sentirmi ancora straniera in questo posto, dove faccio regolarmente la spesa e trascorro parte del mio tempo libero, abbia molto a che vedere sia col processo di disgregamento della collettività che con quello di urbanistica di cui parla Abitare stanca — La casa: un racconto politico (effequ, 2022). Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente e freelance, fotografa con coerenza e scrupolosità la condizione disperante in cui versano le città moderne, le costruzioni che ne fanno parte e i soggetti che le occupano, o vorrebbero occuparle. Il suo è un libro ibrido, che mescola un’analisi storica ed economica a un racconto in prima persona, a una storia familiare, a un canto sul precariato abitativo. E parte proprio da Roma – perché Roma è un labirinto in cui il contrasto la fa da padrone, ne è la stessa essenza –, sfruttando i concetti di “contrasto” e “contraddizione” per ricostruire la storia del braccio di ferro tra politiche sociali e neoliberiste riguardo la concezione e la programmazione del paesaggio urbano.
«Mancano spazi di crescita e innovazione, spazi non solo di fruizione ma di incubazione e di produzione culturale, spazi sottratti alle logiche di mercato, e proprio per questi presi di mira dal capitale», osserva l’autrice; «la città [sembra essere diventata] una casa un po’ più grande, un condominio, da tenere in ordine e da liberare di ogni elemento di imprevedibilità — l’essenza stessa dello spazio pubblico». Che si parta da un’idea di casa come valore, come simbolo, o che si preferiscano concetti più fluidi di occupare lo spazio, in Abitare stanca emerge un’evidenza: l’edilizia sociale è andata in frantumi, quegli spazi sono stati definitivamente sottratti alla collettività per garantire il benessere di pochə. Ci muoviamo in città che cambiano inseguendo la moda e il progresso, che ci restituiscono un’immagine solo apparentemente dinamica di futuro e di benessere, che però in realtà non tengono conto delle esigenze concrete, autentiche dei soggetti che vivono al loro interno, dei bisogni della collettività reale.
Nell’ampia analisi storica ed economica di Gainsforth, a emergere con più evidenza è il fatto che la trasformazione di questi concetti di casa e di spazio, insieme al mutamento del mercato e delle logiche di profitto, nonché all’intrusione sempre più severa delle banche nelle politiche sociali e di natura collettiva, ha radici tutt’altro che recenti. Tutto viene naturalmente ricondotto ai primi provvedimenti di privatizzazione dei terreni in epoca post-medievale, alla proprietà come punto di forza dello stato liberale, a una progressiva retorica del benessere connessa all’aumento dei consumi. Del resto, come scriveva Ursula Le Guin, «to make a thief, make an owner; to create crime, create laws». Oggi la casa è uno «strumento di perpetrazione di disuguaglianze», che non tiene conto anche dell’evidente cambiamento dell’assetto sociale, e del fatto che al momento, anche a causa di condizioni del lavoro più critiche e sfumate, la famiglia è radicalmente cambiata: a popolare i grandi centri urbani sono sempre meno nuclei numerosi e sempre più singolə. Se proprio a San Lorenzo, riporta Gainsforth (ma potrebbe essere la storia di molti altri quartieri italiani ed europei), fino a pochi anni fa le persone hanno tentato di organizzarsi per restituire alla città un volto più accogliente e meno sottomesso alla logica del ricavo, quella logica che ha trionfato, complice un sistema legislativo, sociale e politico che continua a spingere il culto della rendita al suo estremo, impedendo ogni tentativo di riqualificazione positiva dei territori. Mentre a Milano moltə approfittano del bonus facciate per rinfrescare l’aspetto di palazzi e villette («l’Italia è diventata un paese di proprietari grazie a programmi di edilizia agevolata e sovvenzionata, a incentivi fiscali, a politiche e fondi pubblici»), «la casa di proprietà è diventata lo strumento di rottura delle lotte sociali, di una composizione di classe che minacciava sempre di più gli interessi dell’élite economico-finanziaria; è stata funzionale alla restaurazione dei suoi interessi e all’ingresso della finanza nella sfera sociale». «Insistere sul decoro urbano», inoltre, scrive ancora Gainsforth, «significa rimuovere i segni, non le cause dei problemi che affliggono la città».
Il merito di questo bel saggio è quello di rendere coerenti, perfino logici, gli assurdi processi che hanno portato all’esistenza, o meglio alla resistenza di una società basata su disuguaglianze sempre più critiche in cui il sogno urbanistico ha ceduto su tutta la linea. In Europa, così come in Italia, come testimonia l’autrice, si è assistito a politiche sempre meno votate al sociale, a un tramonto progressivo del concetto di città ideale, al fallimento di quegli slanci che vedevano nei progetti edilizi un modo per far convivere classi tragicamente distanti che tuttora vedono il perpetrarsi di una battaglia tra deboli e forti. Se i grandi mostri del brutalismo moderno hanno mostrato il segno dei tempi e la sconfitta di ogni ideologia positiva, in Abitare stanca sopravvive però anche il ricordo delle molteplici agitazioni sociali, delle lotte operaie, degli ultimi tentativi organizzati di pretendere spazi più fruibili, inclusivi e dinamici (ne è un esempio l’aneddoto sull’operato delle cittadine di UDI, che negli anni Sessanta ebbero il coraggio di chiedere «una programmazione dei servizi collettivi di pubblica utilità» per porre l’accento su attività per l’infanzia e la gioventù, e per attenuare la riduzione dell’orario di lavoro e agevolare lo svolgimento dei lavori domestici).
Che si voglia leggere come uno studio utile a comprendere le ragioni di uno stagnamento che appare irreversibile, o come un manifesto per acquisire una rinnovata consapevolezza sugli spazi collettivi, quello di Gainsforth è un libro che dovremmo leggere tuttə. Se Roma, dove il racconto di conclude circolarmente e coerentemente, resta una roccaforte dell’abusivismo, un feudo per i cosiddetti palazzinari, è in città complesse come questa, è proprio nel tessuto della complessità, che si dovrebbero cercare nuove risorse e nuove prospettive per ricostruire il presente. Se la città sembra essersi cristallizzata, storie come questa devono ancora essere raccontate affinché lo spazio torni a essere un oggetto pubblico, una risorsa e una ricchezza di tuttə, affinché chi ne fruisce possa tracciare una riga tra passato e presente, scardinare lo sclerotico stato di immobilismo in cui sprofondano gli ultimi virtuosi progetti di edilizia urbana per creare città più accoglienti, più variegate, più simili al sentire di quella collettività che le tiene, e deve tenerle, vive e connesse. Come scrive Gainsforth, «questa storia non è finita, e questa non è una conclusione»; e chi sa che i tempi difficili in cui ci stiamo addentrando non possano rappresentare invece una spinta, una reazione contraria per rivendicare quegli spazi che ci appartengono e che ci hanno tolto, riorganizzando e riprogrammando nuove possibili forme di (r)esistenza.
Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 ed è editor e libraia. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Ha fatto parte delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto e nel 2024 ha fondato a Milano Supernova, un bookclub che parla di antropocene, insieme a Ferdinando Cotugno.
