di Andrea Salvatore
Nelle stanze della storia della letteratura, non infrequentemente capita di imbattersi in affreschi di gigantomachie minori, perlopiù sbalzati corrivamente con tratti di lustrata miserabilità, e tuttavia a loro modo rappresentativi. In uno di questi, un articolato cartiglio di mano nabokoviana, leggibile solo in parte, corre lungo la parete che richiama l’ultimo secolo, per ammonire il lettore: “che l’asinina Morte a Venezia di Mann o il melodrammatico e ignobilmente scritto Zhivago di Pasternak o le pannocchiesche cronache di Faulkner si possano giudicare ʻcapolavoriʼ […] è per me un’assurda illusione, come quando una persona ipnotizzata fa all’amore con una sedia” (V. Nabokov, Intransigenze, Adelphi, Milano 1994, p. 80). Appena il tempo di far notare come in originale il giudizio riferito a Faulkner impadelli il più scoppiettante corncobby chronicles, che subito il catalogo richiama i vari luoghi in cui l’artista russo ha bollato come “letteratura regionale” le imprese, tutte, del disconosciuto compagno di lotta – addirittura terzo di cotanto dissenno – contro divinità umbratili e umorali. Non è con stivalacci sporchi della prima belletta di novembre, del resto, che si può pensare di assaltare dignitosamente il cielo.
Di pannocchie in Non si fruga nella polvere – romanzo della piena maturità faulkneriana, ora riproposto da Adelphi con la nuova e scrupolosamente virtuosistica traduzione di Roberto Serrai – vi sono solo pipe (ma non più di una dozzina). Quale che sia il grado di regionalismo dei romanzi di Faulkner, e di questo nello specifico, la recinzione geografica si accompagna, a ben vedere, alla messa in opera di uno scarto che ha lungamente catturato l’interesse delle scienze sociali dell’ultimo secolo, al punto che non poche voci hanno inteso scorgervi lo snodo di una meccanica universale che presiederebbe alla riproduzione delle dinamiche sociali. Lo scarto in questione, il disallineamento che alimenta il moto del romanzo, è elementare e binario, e per questo potentissimo: c’è un nero che si comporta da bianco. Il che è un problema, per gli Stati Uniti di inizio secolo, ma lo è ancora di più per il Mississippi, letterariamente rinominato, della metà degli anni Venti, in cui un nero, Lucas Beauchamp, che dovrebbe fare lo schiavo – dacché nero e dacché discendente da una famiglia di schiavi – si ritrova a essere un benestante proprietario terriero in ragione di uno scarto risalente, ossia per il fatto che il ricco latifondista da cui lavorava suo padre di suo padre era anche il padre.
Un nero non povero, non prono, non rassegnato. Un nero, in sostanza, che non ricade, con la giudiziosa e inquestionata corrispondenza che si richiederebbe, nella categoria del nero. E dal momento che il codice di decrittazione del reale è, per gli attori in gioco, binario, ciò significa che il nero diventa bianco, ossia finisce per corrodersi la granitica partizione originaria che strutturava, e strutturando faceva essere, la comunità. Se il nero diventa bianco e il bianco nero, del resto, nulla è più come appare e tutto può mutarsi nel suo contrario: l’impuro, il sacrilego, il maledetto – rammenta certa tradizione antropologica – altro non è che ciò che è fuori posto, ossia quanto perde il suo diritto a esistere nel momento in cui scantona rispetto alla nicchia sociale assegnatagli (in questo senso, il titolo originale, Intruder in the Dust, esprime con maggiore efficacia senso e portata di tale cortocircuito cognitivo). La distinzione – degli oggetti come atto percettivo e dei soggetti come esperienza di compiaciuta e appagante degnazione lungo il corso della cittadina battuto dai personaggi del romanzo – diviene indistinzione, e nell’indistinzione si finisce per non sapere più chi si è – il che è generalmente considerato un problema. Di certo lo è per gli abitanti bianchi della contea di Yoknapatawpha, che devono ogni giorno digerire quel grumoso bolo di nero che macchia l’immacolata griglia di intellegibilità del loro mondo.
Ma arriva il giorno della resa dei conti: quando uno sparo spinge alcune persone ad addentrarsi guardinghe nel bosco a pochi passi dall’emporio della cittadina, la vista di Lucas, con tanto di pistola alla cintura, sopra il cadavere di Vinson Gowrie, che giace riverso a terra con un foro alla nuca, non sembrerebbe lasciar spazio a molti dubbi. Il linciaggio, da cui Lucas scampa per un niente, è solo rimandato: i Gowrie, i temibili e incontrastati signori del Quarto Distretto, dove legge e Lumi faticano oltremodo a farsi strada, non hanno bisogno di minacciare per giurare vendetta. La cittadina vive in un surreale stato di assedio, con i neri che non si azzardano a uscire di casa e i Gowrie che apparentemente ancora non osano assaltare la prigione in cui l’accusato è tenuto rinchiuso, più per sua sicurezza che per quella di altri. Uccidendo un bianco, Lucas pone paradossalmente fine allo stato di eccezione che la sua perdurante infrazione esistenziale dell’ordinamento razzistico aveva posto in essere: se comportarsi da bianchi non è da neri, uccidere bianchi rientra perfettamente nella norma. In fondo, “si pretende solo che si comportino da negri. Che è esattamente quello che sta facendo Lucas: gli è partita la brocca e ha assassinato un bianco […] e adesso i bianchi lo tireranno fuori e gli daranno fuoco, tutto regolare e in ordine e loro si comportano esattamente come è convinto che Lucas vorrebbe facessero: da bianchi; osservando implicitamente le regole: il negro che si comporta da negro e i bianchi da bianchi e senza rancore da entrambe le parti” (p. 51).
Sennonché c’è un altro bianco nel romanzo, Charles Mallison, un sedicenne che, quattro anni prima, aveva avuto occasione di conoscere Lucas in un giorno di caccia ai conigli, quando, in seguito a una brutta caduta nelle acque gelide di un torrente, viene da questi accolto e debitamente accudito. Per sdebitarsi, Charles offre del denaro – settanta centesimi – a Lucas, il quale lascia cadere le monete, per poi ordinare, con ruvida ultimatività, che vengano restituite al legittimo proprietario. Quattro anni e una presa di coscienza dei suoi pregiudizi dopo, Charles si ritroverà di fronte Lucas nello studio di suo zio, prestigioso e illuminato avvocato incaricato del caso. Qui, in un momento in cui si trovano soli, Lucas chiede a Charles, con la medesima imperturbabilità di quattro anni addietro, di riesumare il cadavere di Vinson Gowrie, perché qualcosa – qualcos’altro oltre alla presunta violazione del pomerio razziale da parte di Lucas – non torna. Charles ubbidisce, non senza sentimenti contrastanti, e si ritroverà così a rivoltare con le sue mani bianche la terra, nerissima, sotto una candida lapide e un cielo buio. Da qui prende narrativamente abbrivio una partita che si gioca con ogni evidenza – troppa, ed è questo il limite principale dell’opera – su un altro piano: Lucas, il nero che si comporta da bianco, è davvero colpevole del delitto di cui è accusato?
Ma a redimere un romanzo per larghi tratti a tesi – “la vergogna ci sarà ancora naturalmente ma del resto l’intera cronaca dell’immortalità umana sta nella sofferenza che ha patito, la lotta verso le stelle nelle tappe della sua espiazione” (p. 149) – concorre, oltre alle mirabilie stilistiche di un Faulkner che pure è ormai lontano dalla cupa polifonia del requiem fangoso di Mentre morivo (1930) e dalle violente rifrazioni espressionistiche de L’urlo e il furore (1929), l’acutissima insistenza su una diligenza morale che sostituisce a una contestabile superiorità razziale un’inattaccabile sovranità morale, con ciò riproducendo il meccanismo dominante e conservando, custodito e irriflesso, il cuore di tenebra del dominio e ancor più l’interdetto della sua irresistibile fascinazione. Il rischio – per dirla più chiaramente, ché il monito ci pare tutt’altro che peregrino – per cui comportamenti e convinzioni moralmente irreprensibili altro non si rivelino che forme di esercizio del dominio più nascoste, e dunque più pavide e pericolose al contempo, ammalianti proprio perché in grado di riscattare esistenze altrimenti anonime, e tali in quanto non in grado di farsi carico, foss’anche con perversa responsabilità, di una pulsione discriminatoria apertamente nutrita.
Se romanzo di formazione Non si fruga nella polvere lo si vuole considerare, l’autentico rito di iniziazione alla perdita dell’innocenza – quello che fa del sedicenne Charles una persona diversa dal passato e dal circostante, anche dal circostante buono – è non già l’agnizione del primo capitolo (l’elaborazione del gesto con cui Lucas rifiuta il denaro offerto in cambio dell’ospitalità e la graduale messa a tema del presupposto scotomizzato di tale logica dello scambio, ossia la negritudine come consustanziale e sempiterna predisposizione alla prestazione d’opera, remunerata o meno), quanto la presa di coscienza dell’ultima parte: “Tanto hanno sempre me e Aleck Sander e la signorina Habersham, per non parlare dello zio Gavin e di uno sceriffo con distintivo e tutto: quando all’improvviso si rese conto che anche quello rientrava nella cosa – quel feroce desiderio di essere perfetti perché loro appartenevano a lui e lui a loro, quella furiosa intolleranza di qualunque inezia o minuzia lontana dalla perfezione assoluta – quel furioso quasi istintivo scatto e slancio a difenderli da chiunque ovunque perché potesse scorticarli vivi di persona senza pietà visto che appartenevano a lui e lui non voleva nient’altro che restare con loro inalterabile e inespugnabile: una vergogna se vergogna deve essere, una espiazione visto che espiazione di sicuro deve essere ma soprattutto un solo inalterabile durevole inespugnabile uno: un popolo un cuore una terra” (pp. 199-200).
Un finale mielosamente manierato, anzitutto nella disposizione scenica, non riesce, a conti fatti, a grattar via la pudica tragicità dell’impianto, o quantomeno i costi di ogni acquisita consapevolezza: non si può ormai non sapere né è più possibile assumere l’inconsapevolezza come l’oliatissimo meccanismo autoassolutorio di una cinghia di trasmissione che si muove con la leggerezza di ogni necessitata irresponsabilità: “A questo doveva limitarsi; qualunque cosa si prestasse o fosse in grado di liberarlo non era semplicemente al di là della sua portata ma anche della sua comprensione; poteva solo aspettarla se fosse arrivata e farne a meno in caso contrario” (p. 28). Si è detto del doppio livello sul quale Faulkner gioca tale trapasso: il razzismo, certo, ma anche il potenziale discriminatorio di una postura che si ritiene, con compiaciuta autocentratezza, irriducibilmente antirazzista, mentre non fa che rovesciare la logica amico-nemico nel suo più prevedibile, e tuttavia sciaguratamente non preventivato, rovescio. Una coda di significazione, questa, che non crediamo sia penultimo capoverso di rabberciato mestiere richiamare nella sua disturbante attualità – sperando che disturbi, e sperando, qualora non lo faccia, che l’eventuale indifferenza sia dovuta a una diffusione di anticorpi più massiccia di quanto qui, con bastevole pessimismo, si assume.
Lunga vita, insomma, a questo romanzo di un io minore – un io che aspira a farsi io senza fondersi o accorparsi a un noi (e auguri, ovviamente, per l’intrapresa). E se le sue spighe non raggiungono, in altezza e ubertosità, quelle mietute nei raccolti non a caso memorabili e passati alle cronache antologiche di altre opere faulkneriane – al punto che più di qualcuno ha inteso vedere in questo romanzo una prestazione mimetica ormai ridotta a falsetto, con il solare oro musivo delle pannocchie che sempre più stinge in un vinto ocra pallido – ci piace chiudere richiamando al riguardo il congedo di uno scrittore che andrebbe non solo abbondantemente ristampato, ma volantinato sopra cortili di licei e inciso su banchi di scolari (possibilmente a opera degli scolari medesimi, e compitando come si conviene): “Fra i modi di apprezzare i fiori veri, quello di dire che sembrano finti non è meno efficace dell’altro che si usa in lode dei fiori finti, quando si dice che sembrano veri” (Augusto Frassineti, L’unghia dell’asino, Garzanti, Milano 1961, p. 116).
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“Nelle stanze della storia della letteratura, non infrequentemente capita di imbattersi in affreschi di gigantomachie minori, perlopiù sbalzati corrivamente con tratti di lustrata miserabilità, e tuttavia a loro modo rappresentativi.”
Eeeeh?
io la frase l’ho capita, e ha pure senso
Anche “perlopiù sbalzati corrivamente con tratti di lustrata miserabilità”?