«Si sentiva la corrente statica dell’appartamento e il ciabattare di sua madre in soggiorno. E le sporadiche sirene da qualche altra parte. Perlopiù però siamo rimasti sdraiati in silenzio. Non so chi si è addormentato per primo».

In Promesse di Bryan Washington (NN editore 2021, traduzione di Emanuele Giammarco) ci imbattiamo in due aspetti che insieme vanno a fondare una vera e propria poetica, quella di un linguaggio nuovo, rapido, fatto di codici, odori e suoni. Il primo aspetto riguarda il corpo, e quindi la mimica, il movimento verso l’altro, il toccarsi, il non toccarsi, la delicatezza e la durezza, la tenerezza e la passione, la timidezza e la sfrontatezza. Il corpo che si accosta e il corpo che si allontana quando non riesce più a comunicare. Un corpo resta su un divano, un altro prende un aereo. La seconda questione riguarda le parole, la velocità con cui vengono dette, immaginate e perciò scritte da Washington. Un romanzo che è costruito con molti dialoghi senza che questi vengano scritti nel modo tradizionale, ma stanno all’interno della narrazione in prima persona, fatta di volta in volta da uno dei due protagonisti. Parole profonde mischiate ad altre smozzicate, a battute, a lunghi silenzi. Washington ci dice che dove la parola non riesce a dire, a risolvere un conflitto, interviene il corpo facendosi linguaggio, facendosi forma scritta su altra forma. In Promesse le persone si toccano, fanno sesso, si danno la schiena, cucinano insieme, si accarezzano, si picchiano, tra dubbi e molta confusione, alla fine si risolvono.

La lingua che nasce dalla commistione tra corpi e parole è moderna e passa rapida e chiara dall’intento dello scrittore alla comprensione del lettore. L’autore racconta una storia d’amore tra due ragazzi, Mike cuoco di origini giapponesi e Ben afroamericano che lavora in un asilo, la muove tra due città Houston e Osaka. La prima città è casa, presenza, la seconda città è altra casa, ricerca, assenza. Houston significa fare esperienza, innamorarsi, scontrarsi, stare insieme. Osaka significa allontanarsi, cercare un padre, chiudere un conto, mischiarsi a un perdono. Tutti e due i luoghi vogliono dire amore.

Verso mezzanotte, sono sveglio. In salotto le luci sono spente. Inizio a scrivere a Mike. Digito, Abbiamo chiuso. Digito, Vaffanculo. Digito, È finita, testa di cazzo. Digito, Come butta lì, ed è quello che invio.

Mike e Ben (Benson per la famiglia), vivono insieme da un po’. È stato Ben a trasferirsi nell’appartamento del compagno. Si sono conosciuti a una festa, e poi Mike ha inseguito Ben tramite una App per incontri gay. Sono giovani, forse innamorati, una storia come tante. La cosa interessante che Washington ci spiega bene è che anche le storie come tante sono singole, singolari, uniche, devastanti e splendide. Lo splendore deriva dall’unicità, dalle azioni che ogni essere umano compie per rimanere in piedi, sopravvivere, mantenere in vita un rapporto di coppia. Quando litigano, non si parlano, ma placano la rabbia facendo sesso. Mike è molto grosso, Ben no. Mike a fasi alterne propone l’amore libero, ognuno faccia sesso con chi vuole ma si resta insieme.

Nel momento in cui il loro rapporto vive una fase di stanca, in cui nessuno dei due pare sapere se e come andare avanti, arriva a Houston, dal Giappone, la madre di Mike, donna affascinante e silenziosa. Poco prima di arrivare ha detto al figlio che suo padre sta molto male e morirà. Il padre di Mike li aveva abbandonati anni prima per tornarsene in Giappone. Il ragazzo decide di andare a trovare suo padre, non sa nemmeno se gli voglia bene oppure no, ma pensa sia la cosa giusta da fare. Il romanzo comincia qui, con Mike che molla Ben con sua madre e parte per Osaka.

È evidente che l’autore metta nella borsa di Mike la sua voglia di allontanarsi un po’ da Ben e il desiderio che questi stia un po’ con sua madre, creando uno stranissimo quadretto familiare. Ben attraverso la mamma di Mike, esplora qualcosa della cultura giapponese, capisce meglio le origini del suo ragazzo, soffre perché lo sente distante, teme di perderlo, pensa che forse sia inevitabile. Al contempo, recupera il rapporto con il proprio padre, passa del tempo con la sorella, incontra altre persone. Qualcosa di simile accade a Osaka, a Mike, che tenta il difficile equilibrio con il padre, aiutandolo nel lavoro al bar, vivendo da giapponese, mischiandosi. Le comunicazioni a distanza sono rade, monosillabiche, ma la corda pare non spezzarsi.

Dopo, appena se n’è andato, Ximena mi chiede che è successo. Deve essere successo per forza qualcosa, dico io. Proprio no, dice Ximena. È per questo che chiedo.

Bryan Washington ha scritto un romanzo molto bello, una commedia non soltanto romantica, una storia multietnica, sulla libertà sessuale, sui tanti modi di amare, sulle culture che si mischiano, sui sentimenti che confondono, sul coraggio, sul desiderio di dirsi la verità, di essere quello che si è, di provare a essere felici. È molto giovane, e ha uno stile ben definito, non facile da tradurre, come ha spiegato Giammarco nella nota posta alla fine del testo, come da consuetudine di NN. Promesse – segue la pubblicazione di Lot (Racconti edizioni)una serie di narrazioni che venivano e puntavano al cuore di Houston e delle sue contraddizioni – conferma il talento di Washington, che ha appena 28 anni, tra le promesse c’è anche la sua di rimanere uno scrittore d’alto livello, aspettiamo i suoi prossimi libri.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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