Il cadavere della signora Walker giace su un tavolo smaltato di bianco, il capo su un poggiatesta di ferro. Il viso fracassato è ormai irriconoscibile. L’immagine della donna uccisa dal marito che per paradosso porta il suo stesso cognome perseguiterà per anni i pensieri di Alice Walker, al punto da condurla a costruirci attorno il romanzo The Third Life of Grange Copeland.
Attivista per la pace e i diritti delle minoranze, esponente di assoluto rilievo del femminismo, Walker scriverà oltre trenta romanzi, raccolte di racconti, saggi e poesie e sarà la prima scrittrice afroamericana ad aggiudicarsi il Premio Pulitzer e il National Book Award. Il successo ottenuto con l’uscita de Il colore viola le permette di raggiungere la fama internazionale, ispirando anche il celebre film di Steven Spielgerg del 1985 con Whoopi Goldberg, Oprah Winfrey e Danny Glover. Probabilmente non immagina il successo che avrebbe raggiunto quando nel 1966 inizia a scrivere il suo romanzo d’esordio. Ha appena ottenuto una borsa di studio che le permette di vivere nella residenza per artisti MacDowell, immersa nelle campagne del New Hampshire. La stesura de La terza vita di Grange Copeland accompagna grandi mutamenti, dallo studio al matrimonio, il trasferimento nel Mississippi e la nascita di sua figlia nel 1969.
Il romanzo, uscito nel 1970, arriva per la prima volta in Italia nel 1989 con la traduzione di Giuseppe Natale per Frassinelli. Sur propone oggi una nuova lettura dell’opera con la traduzione a cura di Andreina Lombardi Bom nell’ambito di un ampio progetto di valorizzazione dell’autrice iniziato con l’uscita de Il colore viola.
Ambientato nella prima metà del Novecento, La terza vita di Grange Copeland è strutturato sul filo dell’ereditarietà della violenza, alla ricerca della radice dell’oppressione per comporre, nell’alternanza di voci e storie, una potente indagine dell’odio razziale e interrazziale.
Sono condizioni simili ad accomunare la sorte di Grange a quella di suo figlio Brownfield, il duro lavoro nei campi della Georgia meridionale con giornate senza inizio e senza fine, l’assoggettamento da parte dei bianchi, la rabbia repressa e lo sfogo violento sulla famiglia. Dopo anni di sudditanza, misere condizioni di vita acuite dai debiti e una furia crescente nei confronti del mondo intorno, la fuga al Nord di Grange nel miraggio appannato del benessere, farà maturare in lui la necessità di riappropriarsi dei luoghi dolci e violenti delle sue origini, un ritorno che non sarà privo di conseguenze.
Una lenta presa di coscienza del male subito e provocato può favorire una metamorfosi che non ripulisce dalle colpe ma genera una resistenza alla sottomissione, nella consapevolezza di una responsabilità individuale. Inesorabilmente destinato a compiere gli stessi passi del padre, Brownfield rivelerà una matrice violenta che però non pare destinata a consumarsi, neppure davanti ai crimini più efferati di cui si macchierà, privando le sue figlie Daphne, Ornette e Ruth di una madre e marchiando inesorabilmente le loro esistenze.
Il volto di quella madre si sovrappone idealmente a quello della donna uccisa dal marito e osservata da Alice Walker il giorno in cui sua sorella deve truccarlo per conto di un’impresa di pompe funebri. Ha le scarpe logore con un buco coperto da pezzi di carta, il suo corpo viene ritrovato tra le arance sparse per terra e i bastoncini di zucchero che aveva comprato come dono di Natale per le sue bambine. Rappresenta la metà del suo mondo, una metà sottomessa attraverso la prepotenza, le intimidazioni, i ricatti. Il suo nome, Mem, richiama il francese “la même”, la stessa, una come tante, il simbolo del rapporto delle donne con gli uomini.
Sarei stata capace di far sì che i lettori si rendessero conto di questo, e vedessero il legame tra la sua oppressione in quanto donna (e l’oppressione delle sue figlie) e la nostra in quanto popolo? – Si interroga l’autrice nella postfazione del 1987 – Sarei riuscita a sensibilizzare i lettori? Dev’essere solo il cordoglio l’unico beneficio che ricaviamo dall’avere sperimentato tragedie che pochi si augurano di vivere? E come la mettiamo con il dovere di chi scrive nei confronti di quelli che finiscono, patetici, miseri, bistrattati, sotto un’imbarazzata coltre di silenzio?
Come annuncia il suo romanzo d’esordio, l’intera produzione letteraria di Alice Walker si interrogherà sul ruolo della donna per delineare le deformazioni insite in contesti famigliari definiti nell’armonia di una disperazione che diventa metafora del contesto culturale e sociale.
L’attenzione per i volti e i luoghi del Sud americano della primo Novecento rivela la condivisione del silenzio, simbolo di una cupa immobilità interiore. Quella di un padre reso oggetto – “uno zero, qualcosa che si muoveva a scatti rigidi, se pure si muoveva” –, quella di una madre dal viso e dagli occhi di una “vacuità e una tristezza spassionate, come se dentro di lei si fosse spento un grande fuoco e quell’assenza fosse stata notata solo da poco”, e quella di figli condannati a rinnovare la stessa infelicità in cui sono nati, per crescere con il sigillo del disprezzo.
Un’esplorazione della perdita, degli esiti di un abbandono reso attraverso vicende che concorrono a comporre la storia afroamericana, costantemente tesa tra il peso della schiavitù e il miraggio dell’emancipazione. Accanto alla descrizione delle dinamiche di predominio attuate dai ricchi possidenti bianchi ai danni di neri condannati alla sottomissione economica e alla marginalità, Walker esamina la matrice violenta che corrode comunità annientate dalla povertà e dall’esclusione sociale, private di qualsiasi forma di dignità e considerate quasi unicamente sulla base delle mansioni che sono in grado di svolgere.
L’intento di Walker è quello di evidenziare le contraddizioni insite in circostanze che narrano l’incapacità di rinnovamento, l’efferatezza della violenza, le logiche dell’apparenza nella cornice di un’ipocrisia “placida e ossequiosa verso Cristo degli uomini che tormentano i figli e il sabato notte picchiano le mogli”. L’esempio di Brownfield rivela il desiderio di un uomo di distruggere qualsiasi idea di miglioramento, come se la possibilità di un benessere non generato da lui – una casa migliore e un lavoro dignitoso grazie all’istruzione di sua moglie Mem – rappresentino motivo di vergogna e siano perverse fantasie da reprimere con ferocia.
Lei accettava tutto, i fardelli del marito insieme ai propri e li affrontava grazie alla maggiore grandezza d’animo e alla superiorità culturale. Lui non le portava rancore per la grandezza d’animo ma la cultura non riusciva a perdonargliela. La rendeva simile, in fatto di potere, a quelli là, più di quanto lui sarebbe mai potuto essere.
La concezione stessa del corpo passa dalla devozione fisica nei confronti di “un reliquiario da baciare senza fine, senza vergogna, con amore”, al godimento sottile nell’osservare il disfacimento del bello, annientato da una furia distruttiva e cieca. L’assurda giustificazione alla violenza in tale prospettiva è fornita dalla constatazione che un corpo ormai deturpato e imbruttito non meriti altro che nuove angherie. Persino il racconto degli slanci d’affetto è sovrastato dal dilagare di uno sconforto che spegne ogni speranza e conduce le vittime in un vortice oscuro, trasfigurandole in miseri e crudeli carnefici che perpetuano la violenza subita per illudersi di affrancarsi dalla propria inettitudine.
Dinamiche di oppressione sociale che si riverberano nella dimensione sessuale, con una costante raffigurazione di scene tese tra il disgusto e il godimento. In un contesto simile subire una violenza non rende la vittima esente dal marchio di colpevolezza. È quel che accade alla sedicenne Josie, ripudiata dal padre e destinata a sopravvivere diventando quel che per gli altri era già, una prostituta. Sente di essere la più grossa disgrazia della propria vita. La sua storia, annodata a quella di Grange e Brownfield, narra la miseria del vivere ricercando nel marcio e nel corrotto una forma di attenzione, una vaga idea di qualcosa che assomigli all’amore, seppur replicando con gli altri le stesse dinamiche subite, tra scherno, cospirazioni e maldicenze.
L’analisi del padre che permea l’intera narrazione rivela il fardello, condiviso da ogni personaggio, di una relazione paterna tossica, segnata dall’abbandono come accade a Brownfield, dall’indifferenza come per Mem, dalla violenza come per Daphne, Ornette e Ruth, dall’ottusità e dall’assenza di responsabilità, come per Josie.
La terza vita di Grange Copeland si insinua nel desiderio di vendetta nato tra le pieghe di paure e sogni infranti dai tiri crudeli della sorte, dove il rancore e il risentimento marchiano esistenze piegate da una condanna che pare ineluttabile. Il rilievo dell’opera risiede nella capacità di descrivere i turbamenti e le contraddizioni di un nutrito campionario umano violento, e al contempo di calarsi nella visione di vittime annientate dall’oppressione, ma che riservano un segreto anelito di mutamento.
La prosa si nutre di potenti simbologie che racchiudono metafore sulla brutalità dell’essere umano a partire da scene minime che raccontano un quotidiano segnato da innumerevoli bestialità e dal desiderio di liberazione attraverso la morte. Anche la raffigurazione della colpa, tema cardine della narrazione, è resa attraverso rimandi figurati: “La colpa ti colava addosso e ti ricopriva e ti circondava come il muschio che si aggrappava agli alberi”.
Una scrittura che indugia nelle descrizioni di uno spaesamento generato dal contrasto tra la percezione di perenne controllo e il disagio dell’improvviso isolamento, misura il dramma, la pietà e la condizione umana per dettagli minimi che tratteggiano l’infelicità come condizione che annulla le differenze tra gli individui.
Attraverso le storie che si innestano a quella principale, la narrazione immortala la disperazione vissuta dal desiderio di un passato non replicabile, attraverso il mito di un amore e di una terra non sovrapponibili al presente. Alterna costantemente la prospettiva per rintracciare nell’ispirazione all’odio le ragioni di chi ritiene sia giusto insegnarlo per garantire la sopravvivenza.
“Io penso, io ricordo”, ripete la giovane Ruth. Nell’inesorabilità di una condanna comune, è lei a rappresentare la possibilità, che illumina lo sguardo stanco dell’anziano Grange, di farsi un’idea propria sulle questioni razziali. Si interroga costantemente sulle verità imposte sperimentando la disparità di istruzione e le pesanti discriminazioni, ma intravedendo in tali disuguaglianze l’urgenza di un riscatto, la forza del cambiamento. Sullo sfondo l’azione di Martin Luther King e l’avanzamento dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani per scardinare lo scetticismo e combattere la paura.
Quello che a me mi spaventa, figlioli, – confesserà Grange ai giovani che lo esortano a andare a votare – è l’amarezza, il sapore di fiele che il fegato rigetta quando uno scopre che la battaglia non si può vincere.
Walker intona il canto di una metà del mondo assoggettata e desiderosa di ribellarsi, incerta nei passi e alla ricerca di risposte in Dio. Compone i ritmi di una danza originaria, legata a una storia lontana, che rivive a ogni passo e percussione e invoca ancora oggi di essere ballata, con la grazia propria di chi non vuole cedere alla ferocia del presente.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
