Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo (fonte immagine).
C’è un video della cantante e attivista punk chicana Alice Bag in cui un piccolo esercito di dattilografe si ribella all’iniqua paga di 77 centesimi data alle donne contro il dollaro garantito agli uomini. La canzone si chiama “77”, è contenuta nell’album del 2018 Blueprint (il secondo da solista di Bag, pubblicato dall’etichetta indipendente Don Giovanni Records) e dice: “Guadagno 77 centesimi e non è giusto, è dura per le donne, ti va anche peggio se non sei bianca”.
Insieme a lei nel video, severe e volutamente comiche in tailleur, voluminose acconciature e grandi occhiali da vista davanti a macchine da scrivere d’altri tempi, ci sono le cantanti e riot grrrls Kathleen Hanna (Bikini Kill, Le Tigre) e Allison Wolfe (Bratmobile, Partyline). Nessuna delle tre è più la ragazza che strillava saltando e lanciandosi da una parte all’altra di palcoscenici punk solitamente occupati da uomini, ma attitudine ribelle e fascino sono rimasti intatti.
Alice Bag, all’anagrafe Alicia “Alice” Armendariz, è entrata nella scena punk di East L.A. proprio mentre quella scena nasceva, nel 1977 per l’esattezza, fondando una band che anche se non ha mai registrato un album (solo un po’ di singoli finiti in varie compilation) ha aperto la strada al movimento Riot Grrrl Chicano Punk, incarnato più di recente dalle Fea, band fondata dalle ex Girl in A Coma Phanie Diaz e Jenn Alva, elogiata da Iggy Pop su Rolling Stone, e amata da Joan Jett che nel 2014 ha pubblicato il loro primo album con la sua etichetta Blackheart.
Come le Bags prima di loro, le texane Fea sono militanti, femministe, punk, nei loro testi mescolano inglese e spagnolo nel rispetto della loro e altrui identità chicana. Cantano canzoni che si chiamano “Feminazi”, “Bitch Niggas”, o “Mujer Moderna”, se la prendono con Trump, imprecano contro le discriminazioni di razza e di genere, ispirano sana e gioiosa dissidenza.
Ma a rendere ancora più interessante e peculiare la scena chicano punk femminista di Los Angeles è stata la nascita, a inizio anni ottanta, di una fortunata serie a fumetti che, ricalcando estetica e comportamenti di quelle stesse ragazze punk che si esibivano sui palcoscenici californiani, ha creato una nuova e più adeguata rappresentazione delle donne nei fumetti. Il merito va tutto ai fratelli Hernandez – Mario, Gilbert e Jaime – anche loro chicani (padre messicano, madre texana), cresciuti negli anni sessanta in una cittadina sessanta miglia a nordovest di Los Angeles leggendo fumetti, guardando film di mostri e combattimenti di wrestling, ascoltando indifferentemente musica rock e musica ranchera, disegnando storie in cui supereroi e fantascienza si mescolavano alla loro realtà di ragazzi chicani di periferia.
A fine anni settanta, i fratelli Hernandez scoprono il punk, lo sposano immediatamente mettendo in piedi un paio di band (racconta Jaime Hernandez in un’intervista: “Ovviamente quando a fine anni settanta è arrivato il punk, si addiceva perfettamente a noi”), per poi abbandonarlo e perseguire tenaci e certi la carriera di fumettisti. È Mario, il maggiore, ad avere l’idea di un fumetto seriale autoprodotto e realizzato a sei mani con i fratelli. Decidono di chiamarlo Love and Rockets, e lo riempiono di ragazze che prendono in prestito tratti, abiti, attitudine di amiche, sorelle e fidanzate. Il primo numero del fumetto esce nel 1981 in ottocento copie, ed è talmente potente e diverso da quanto si pubblicava in quegli anni che Fantagraphics offre loro immediatamente un contratto.
L’anno dopo il primo volume di Love and Rockets ri-esce per Fantagraphics in tutto il suo splendore, con una impeccabile copertina a colori realizzata da Jaime, il più piccolo dei fratelli. Ispirata alla cover realizzata nel ’78 dall’artista americano Raymond Pettibon per l’EP dei Black Flag Nervous Breakdown (disegnate in rosso su bianco, ci sono cinque donne poco allineate agli stereotipi femminili dell’epoca), la copertina del primo Love and Rockets raffigura cinque prototipi di donne così diversi tra loro che sembra impossibile possano abitare nello stesso fumetto.
Racconta Jaime, nel libro di Todd Hignite The Art of Jaime Hernandez. The Secrets of Life and Death (introduzione di Alison Bechdel, Abrams Books, pp. 224, 40$): “Cercavamo idee per la copertina, e abbiamo pensato: ‘Facciamo un disegno che ci permetta di mostrare già tutto’. Non so se sono stato io o se è stato Gilbert a dire: ‘Mettiamo i personaggi in formazione come nel disegno di Pettibon, e facciamo in modo che ci siano tutti gli aspetti: il mondo dei supereroi, quello dei barbari, la fantascienza, e in mezzo al gruppo una signora in bigodini’. Era più una provocazione che un’indicazione sulla direzione che in futuro avrebbe preso il fumetto. Pensavamo solo che in questo modo avremmo presentato tutta una gamma di possibilità, e la signora in vestaglia e bigodini rappresentava l’aspetto ironico. Un po’ come si fa nel punk, che tu pensi sempre di sapere cosa ascolterai, e invece loro ti suonano un’altra cosa. All’epoca poi a me interessava inserire elementi di normalità in contesti fantascientifici, per cui una delle donne l’ho disegnata che fumava, mostrando dalla postura che sotto le sue sembianze di creatura dello spazio di fatto è una persona normalissima”.
Nel giro di pochi numeri della serie, diventa evidente che quella copertina lì, contrariamente alle previsioni degli stessi autori, non è una solo provocazione ma un vero manifesto, e l’azzeccata combinazione di fantascienza, superpoteri e iperrealismo (soprattutto nel rappresentare l’universo femminile, ma non solo) è la felice direzione che prende il fumetto e i suoi spin-off. L’aspetto interessante della felice storia editoriale (per fortuna mai del tutto interrotta) di Love and Rockets (a pubblicare le prime raccolte in Italia è Panini Comics, mentre il più recente volume The Love Bunglers. Gli imbranati dell’amore di Jaime Hernandez è uscito lo scorso anno per Oblomov) è che i lettori lo hanno amato da subito rispecchiandosi in quelle storie di ragazze e ragazzi queer e di periferia che invece di vivere ai margini e in solitario fanno banda tra loro, creano legami indissolubili di amicizia e durature storie d’amore (la più esemplare è quella tra due delle protagoniste, Maggie e Hopey, entrambe chicane, alternativamente amiche e amanti a seconda degli episodi e delle fasi della loro vita).
Love and Rockets sostanzialmente ha modificato l’idea che i fumettisti e in generale l’editoria a fumetti aveva dei propri lettori, non più nerd condannati alla solitudine ma gente aperta alle esperienze condivise, aprendo la strada a storie più realistiche e meno di genere, in cui la normalità della vita ha avuto la meglio sugli effetti speciali, e le donne a fumetti sono scese dai loro piedistalli per vivere e lottare insieme a quelle vere.
Sempre in The Art of Jaime Hernandez, la sua attuale moglie, Meg Bradbury (che insieme a Jane Wiedlin delle Go-Go’s è una delle amiche punk a cui sin dall’inizio Jaime ha attinto maggiormente per costruire le sue eroine) dice: “Amavo il modo in cui lo sguardo a raggi X di Jaime osservava come ci comportavamo tra di noi, ragazze punk. Eravamo disarmanti, stupide, sfrontate, e ci innamoravamo e disinnamoravamo l’una dell’altra di continuo. Non era per forza una cosa sessuale (in realtà, per la mia generazione punk losangelina, era quasi pericoloso fare coming out), era più una cosa spirituale. Ci comportavamo come si comportano Maggie e Hopey e tutte le ragazze che incontravi nei locali, tenendoci per mano, sedendoci l’una in braccio all’altra, mostrando il dito medio agli sbirri, bivaccando fuori sul marciapiede alle quattro del mattino, ballando e cantando, bevendo quartini di liquore al malto con le cannucce (per ubriacarci più in fretta!), raccattando spicci per le sigarette, abitando nei ripostigli delle camere da letto degli amici, frugando nel pattume in cerca di un burrito per cena, facendoci l’una all’altra i buchi al naso, scopando con i fidanzati delle altre, e infilando le dita in gola della tua migliore amica per aiutarla a vomitare l’intera boccia di vodka che si era bevuta. Sono tutte cose che succedevano, ed erano le nostre vite quotidiane. Jaime non è riuscito a catturare solo l’aspetto fisico e l’atteggiamento, ma anche un modo particolare di sentire. E lo ha fatto modo impeccabile”.
Dal 1981 a oggi, Maggie, Hopey e le altre ragazze di Love and Rockets sono cresciute e diventate adulte, e vederle invecchiare, ingrassare, cambiare taglio e colore di capelli, cambiare look, fare figli o non farne, sposarsi o rimanere single, guardarsi allo specchio o evitarlo di brutto, cercare costantemente il loro posto nel mondo, ha qualcosa di profondamente commovente. Il suo ultimo volume a fumetti, Jaime Hernandez lo ha chiamato Is This How You See Me, “è così che mi vedi” (è uscito negli States lo scorso aprile per Fantagraphics, pp. 91, 19.99 $). Le protagoniste sono ancora una volta Maggie e Hopey, che con continui flashback nella Los Angeles in cui le abbiamo viste entrare in scena, raccontano i tormenti della mezza età, quando hai mantenuto l’animo coerente ma l’aspetto è cambiato, e devi fare i conti con entrambe le cose.
In un’improbabile reunion tra amici organizzata a Hoppers, il quartiere prevalentemente ispanico della cittadina di Huerta dove accade gran parte di Love and Rockets e che è una rivisitazione della Oxnard dove sono nati e cresciuti i fratelli Hernandez, Maggie e Hopey ritrovano alcuni personaggi delle prime storie, amplificando l’effetto disturbante e struggente del diventare adulti, nonostante siano solo personcine disegnate su carta di un fumetto.
Nella sua bella autobiografia Violence Girl: East L.A. Rage to Hollywood Stage, A Chicana Punk Story (pubblicata negli States da Feral House, pp. 381, 17.95 $), Alice Bag racconta di come nata e cresciuta in un barrio di Los Angeles dove si parlava prevalentemente in spagnolo, quando si ritrovò a dovere frequentare le scuole elementari, per imparare più in fretta l’inglese iniziò a prendere in prestito parole o intere frasi ai fumetti: “I miei insegnanti erano Archie, Reggie, Betty e il resto della banda della Riverdale High School. Grazie a loro ho imparato l’inglese quanto basta da salire di livello, iniziando ad animare le mie conversazioni con espressioni un po’ arcaiche e da fumetto, come Gosh! e Gee Whiz!“.
Erano i primi anni sessanta, e contemporaneamente, decine di chilometri più in là, nella loro casa di Oznard, i fratelli Hernandez (che in tutto erano cinque, e avevano anche una sorella) disegnavano come dei forsennati incoraggiati da una madre che come passione principale aveva sempre avuto quella del fumetto. Racconta Gilbert Hernandez nel prezioso volume The Love and Rockets Companion: 30 Years (and Counting) (Fantagraphics, pp. 368, 29.90 $): “Immagino che mia madre ci lasciasse leggere i fumetti perché anche lei li leggeva. Per lei era una cosa nostalgica. E così per noi sono sempre stati una cosa normalissima, era una di quelle attività che facevamo tutti i giorni. Solo cominciando ad andare a scuola ci siamo resi conto che non era affatto normale”. La potenza del fumetto quando irrompe nella vita. E viceversa.
È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
