Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», sul libro di Francesca Serafini «Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura»(Laterza).

Un mio compagno di classe, alle scuole medie, scrivendo i temi ricorreva sempre alla medesima strategia: intrattenendo con l’interpunzione un legame fondato su sospetto e prudenza, disseminava il testo di microscopiche scorie bluastre (non a casaccio ma ricorrendo a un criterio talmente privato da risultare impenetrabile). Questo modo di procedere gli serviva a proteggersi dalle eventuali contestazioni che l’insegnante avrebbe potuto muovergli, chiarendo di volta in volta che non di punteggiatura si trattava bensì di macchioline tanto casuali quanto irrilevanti, accidentali sporcature d’inchiostro da imputare soltanto a una Bic difettosa.

Per trasformare il sospetto in fiducia, la prudenza in coscienza, a quel vecchio compagno di classe (una regola non scritta dell’aneddotica prevede che protagonista di situazioni vagamente cialtrone sia sempre un compagno di classe) sarebbe servito leggere Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura (Laterza), un libro nel quale Francesca Serafini – italianista, saggista, sceneggiatrice per la televisione e per il cinema – riesce a raggiungere simultaneamente due obiettivi.

Il primo è quello di proporre un prontuario che nel descrivere la norma la assume criticamente, trascorrendo di continuo dalle regole alle eccezioni d’autore, intendendo queste non come un arrembaggio velleitario al canone (per esempio nel caso del paradossale ribellismo marinettiano) ma come quel sistema di lesioni fertili che contribuiscono nel tempo a rinnovare il canone stesso.

Questo è il punto è una bussola per orientarsi in uno strumentario espressivo che evolvendo tramite sedimentazioni e rotture del paradigma viene tradizionalmente percepito come un dispositivo debole, continuamente opinabile, persino arbitrario; se non subentra una pratica interpuntiva adulta, l’uso scolastico sarà l’escamotage semplificante nel quale si cercherà rifugio.

Serafini incoraggia allora a intrattenere con ogni segno un rapporto al contempo consapevole e affettivo (se non affettuoso): a diventare, cioè, autori delle proprie scelte di punteggiatura. Per esempio a riconoscere i due punti non solo come varco d’ingresso a un’elencazione ma anche come il segnale di un impulso della frase a fuggire in avanti, oppure a sentire le parentesi emblematiche di quel bisogno della lingua di precisare se stessa chiosandosi (nonché a inabissarsi famelica nella propria stessa materia), le virgole come il segno che nel non volersi assumere la responsabilità di chiudere il discorso preferendo procrastinare la fine (la virgola è un segno-Sherazade) rivela il desiderio della frase di durare per più tempo possibile; e ancora il saggio di Serafini induce a riconoscere la capacità dei tre puntini di calibrare dissolvenze marcando fisicamente la quota di vuoto presente in ogni testo, così come stimola a essere sobri nell’uso dei punti esclamativi (soprattutto se impiegati per dopare artificialmente il discorso).

Il secondo obiettivo che Questo è il punto fa suo riguarda una scelta di campo. Nel ripercorrere una disputa infinita – quella che contrappone chi pensa alla punteggiatura come a un dispositivo prosodico-pausativo (la concezione per cui la punteggiatura individua pause di diversa lunghezza) a quella che le attribuisce una funzione logico-sintattica – Serafini prende una posizione netta: «La concezione pausativa è il magnete, quella sintattica il Nord». In altri termini, andando oltre le tentazioni di una punteggiatura “respiratoria” (di fatto un’altra allucinazione scolastica di cui liberarsi in fretta), l’interpunzione è sempre funzionale a scolpire la forma del discorso: segmenta cioè il periodare, lega sintatticamente, individua la tonalità emotiva di una frase e, come accade quando si ricorre alle virgolette alte o al corsivo, commenta l’uso di un termine enfatizzandolo o invitando a riconoscerlo criticamente.

Ciò che in questo breve saggio suscita sorpresa e ammirazione è che non circoscrivendo il ragionamento e la scelta degli esempi al solo ambito letterario, ma dilatandosi invece verso contesti quali il cinema, le serie televisive, le graphic novel e internet, l’«esperienza della lingua» descritta da Serafini si configura come una ragnatela di deduzioni e di intuizioni, come una continua sperimentazione di linguaggi eterogenei. Perché tutto è testo, ci sembra di poter dire. L’esistente, se inscritto in una cornice di riferimento, si rende disponibile alla lettura, ed è allora che la punteggiatura interviene per rendere riconoscibili le strutture interne, per segnare eventuali scarti laterali, per annodare o per sciogliere un’andatura.

In altri termini, tutt’altro che essere – come pretendeva quel vecchio compagno di classe – una malattia esantematica, un malizioso morbillo della pagina, la punteggiatura è l’orchestra di segni che abbiamo a nostra disposizione per dare forma alla scrittura. Ricordandoci che senza un direttore consapevole che di continuo osservi e ascolti la lingua, non si genera senso.

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8 commenti

  1. Questo libro mi ha incuriosito sin dal titolo, che trovo brillante e sagace, creativo e spiritoso. Si propone perentorio e si trasforma nel contrario, duttile e aperto. Nella recensione di Vasta prende corpo lo stesso spirito del titolo, parlare di punteggiatura con acribia e leggerezza, che si esplica in un’apertura a tutti i campi “verbali” non solo quelli letterari.

  2. Davvero bella la recensione. Il libro è già sul mio comodino 🙂

  3. Mi piace la definizione di virgola come segno di interpunzione che non vuole assumersi la responsabilità di chiudere il discorso. Sarà per questo che certi scrittori adottano la virgola come fedele (e quasi unico, verrebbe da dire) compagno di viaggio della narrazione. Penso soprattutto a Saramago, Lobo Antunes, Tabucchi, Bernhard, Hrabal e molti altri che forse, ora, mi sfuggono, tutti scrittori che hanno intrattenuto un rapporto “politico” con la letteratura, non stancandosi mai di raccontare il potere in tutte le sue innumerevoli declinazioni. La virgola, come la usava Saramago o Bernhard, rimanda la narrazione a un dopo che sembra non arrivare mai, rendendo il corpo letterario musica per gli occhi.

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Autore

giorgio@zerounoscritture.it

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).

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