di Armando Vertorano

Un’eccentrica femme-fatale chiusa in una gabbia con indosso un’aderente tuta leopardata che ripeteva suadente Voulez-vous rendez-vous tomorrow senza mai chiarire a chi la guardava se il suo intento era sedurlo o prenderlo in giro. Un personaggio televisivo arguto e spudorato, dalla battuta sempre pronta. Una donna che si è sempre divertita a giocare sull’ambiguità, lasciando correre qualsiasi tipo di pettegolezzo su di lei, incluso quello secondo cui sarebbe in realtà un uomo.

Questa è stata ed è, almeno per noi italiani, Amanda Lear. Un personaggio divertente e misterioso dal passato importante, quasi mitologico che la vuole amica di Brian Jones, amante di David Bowie, e intima di Dalì.

Nel suo libro La mia vita con Dalì pubblicato dal Saggiatore, Amanda Lear apre le porte al racconto di quel passato, della sua vita pre-televisiva e pre-italiana, soffermandosi sui sedici anni trascorsi come amica, amante e musa di quello che forse è stato il più celebre o sicuramente il più ingombrante pittore surrealista del ‘900.

Il suo racconto sorprende innanzitutto perché non è un’esaltazione unilaterale dell’artista fatta da una posizione privilegiata. Si tratta invece di una lunga serie di aneddoti, di dialoghi fedelmente riportati, di situazioni che, descritte una dopo l’altra, vanno a delineare dei ritratti inediti sia di Dalì che della stessa Amanda. Man mano che procediamo nella lettura, vediamo progressivamente sgretolarsi l’immagine esagerata e volutamente provocatoria dell’artista. Amanda Lear sembra quasi giocare a nascondino con le debolezze di Dalì, stanandole una a una, ma non lo fa col sadismo di chi cerca una qualche vendetta, piuttosto con l’oggettività di chi vuole raccontare l’uomo a chi ha potuto conoscere solo “il divino”.

Nel far questo però non risparmia sé stessa. Dimentichiamo quindi l’Amanda beffarda e misteriosa della tv. Quella che si rivela in questo libro è una ragazza fragile, piccola (“La piccola Amanda” come Dalì amava chiamarla), a volte triste per un amore finito male, quasi sempre in crisi per la sua difficoltà nel definirsi e nel realizzarsi prima come pittrice e poi come cantante.

La strada che vediamo percorrere a Dalì e ad Amanda leggendo questo libro è in qualche modo speculare. Quando i due s’incontrano per la prima volta a Londra, Amanda è una modella che, pur avendo delle rockstar tra i suoi amici, vive abbastanza alla giornata, con pochi soldi e tanti sogni. Dalì invece è già il genio universalmente riconosciuto, il suo ego sembra inghiottire chiunque gli si avvicini, senza lasciare spazio ad altro né ad altri.

Amanda fa colpo sul pittore che ben presto l’accoglie nella sua “corte” più stretta ed esclusiva, dove viene accettata perfino dalla moglie di lui, la temutissima Gala, donna-pilastro che critica tutti e veglia costantemente sulla felicità del marito – pur lasciandogli le sue libertà e prendendosene altrettante. La “piccola Amanda” però non può che vivere all’ombra di un uomo totalmente preso dal culto di sé, impaurito da qualsiasi progresso o cambiamento che attenti al suo superomistico status quo. Lo vediamo infatti scoraggiare i tentativi di Amanda di emergere in campo artistico, ad esempio le sconsiglia di darsi alla pittura perché – a suo dire – solo chi è dotato di testicoli può essere un pittore geniale. Le cerca di continuo dei fidanzati, (la loro relazione resta costantemente platonica, in quanto Dalì si autodichiarava impotente) ma disprezza tutti gli uomini di cui Amanda s’innamora davvero. La riempie di complimenti per le sue doti e la sua intelligenza ma si allontana da lei quando Amanda comincia a pubblicare dischi e fare tournée in giro per il mondo. Come se non tollerasse che una persona cara potesse davvero camminare con le sue gambe.

Dunque è proprio in quel momento che le loro strade si separano: Amanda, nata in ombra procede verso la luce, mentre il radioso Dalì si avvia verso l’oscurità di un inesorabile declino. Alcune scelte sbagliate, unite a una malattia degenerativa, e il colpo di grazia dettato dalla morte dell’amata Gala portano Dalì a perdere tutto. Il colosso cade. L’icona scompare. L’albero che accoglieva un’intera corte sotto la sua ombra, diventa esso stesso un’ombra.

Le pagine più struggenti e forse più significative dell’intero libro sono proprio quelle in cui Amanda Lear racconta il suo ultimo incontro con Dalì, poco prima della morte. Dalì si è chiuso nel castello dove abitava la sua defunta moglie, è dimagrito, malato e non vuole vedere né farsi vedere da nessuno. Accetta di ricevere la sua non-più-piccola Amanda, ormai diventata una star, ma a patto che accada al buio, che lei non lo veda. I party, le cene, le lunghe chiacchierate di un tempo sono ormai un ricordo, tra i due è rimasta solo la consapevolezza di una fine imminente e un senso di amarezza, tra senso di colpa e rimpianto.

Interessante come l’autrice si abbandoni raramente a commenti personali e non indulga quasi mai all’autocompiacimento. La vediamo partecipare a feste per cui quasi tutti venderemmo un occhio pur di essere presenti, incontra e fa amicizia con leggende come Lou Reed, Andy Warhol, Jimi Hendrix, Brian Ferry, diventa l’amante di Bowie, si ritrova a tavola con Fellini, Pasolini, Yul Brinner, Audrey Hepburn e tanti altri. Nomi che Amanda Lear li butta lì con una certa nonchalance quasi fossero persone normali, come se volesse ricordare al lettore che tutto sommato, si parla pur sempre di esseri umani, geniali sì, ma fallibili, deboli, mortali.

La mia vita con Dalì in un certo senso è anche questo: un libro pieno di nomi altisonanti costantemente ridimensionati. Una sfilza di imperatori di cui Amanda Lear, come il bimbo della favola di Andersen, ci rivela la nudità. Una nudità sconvolgente per noi lettori, ma di cui, pur con qualche difficoltà e imbarazzo, non possiamo fare a meno di prendere atto.

 

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