“Chi scompare si porta via qualcosa di te che non torna più, si porta via la ragione”.
Case vuote (traduzione di Carlotta Ausilio, Giulio Perrone editore) è il racconto della sospensione dell’esistenza davanti a un trauma che genera una trasfigurazione e obbliga alla mera sopravvivenza. Il Messico omertoso e violento narrato da Brenda Navarro è descritto dalla prospettiva di donne sole che affrontano la maternità come una condanna. Nel perenne conflitto tra il rifiuto della gravidanza e la necessità dell’approvazione altrui, il peso di una responsabilità sociale rivela il sotterraneo desiderio di “non procreare, non essere l’agglomerato di cellule che dà la vita ad altre cellule. Non essere vita, non essere sorgente, non essere l’ostaggio del mito della maternità”.
Interessata ad affrontare gli aspetti politici e sociali dei diritti umani – si forma in Sociologia ed Economia Femminista all’Universidad Nacional Autónoma de México con un Master in Studi di genere all’Università di Barcellona per poi fondare nel 2016 #EnjambreLiterario – Navarro usa la letteratura come mezzo primario di esplorazione della natura umana. Attraverso le sue narrazioni si pone criticamente nei confronti della visione della maternità come condizione ideale, in particolare nel raffronto tra la realtà messicana d’origine e quella spagnola d’adozione, per narrare contesti dove a pesare sono un alto tasso di violenza e feroci disuguaglianze sociali.
In Case vuote affronta lo smarrimento e la deriva di due donne senza nome, segnate irrimediabilmente da una tragedia che le rende vittime e carnefici al contempo. La prima è una madre che perde il proprio figlio di tre anni al parco in un momento di distrazione. Lo strazio e il cocente senso di colpa celano le dolorose contraddizioni di una maternità non voluta. Nella devastazione, incapace di ritrovare la ragione, punirà la figlia adottiva per non essere stata lei a scomparire, usando meschinità e durezza nei confronti di una bambina di sei anni portata in Messico dopo aver assistito all’uccisione di sua madre per mano del padre a Barcellona.
La sua voce era un suono estraneo che mi scivolava addosso, buono soltanto ad attenuare il profondo silenzio in cui si era inceppato tutto il mio tempo.
La seconda è la donna che nel rapire quel bambino si illude di allestire una nuova normalità mimetizzandosi nel mondo civile. Inventerà il proprio modo di essere madre, assegnando un nome e una data di compleanno a quel nuovo figlio, per poi constatare l’irrealizzabile: dare una piega diversa a una vita segnata in modo ineluttabile dalla violenza.
Lo studio sulla perdita si muove per dettagli minimi: il cibo rimasto nel piatto, gli indumenti usati, i giochi sparsi ovunque. Oggetti che testimoniano l’insensatezza della sopravvivenza e che raccontano, nel caos che rappresentano, la contaminazione di passioni, immaginari e incubi. Quando l’esistenza si riduce alla contemplazione dello scarto, il calvario di un tempo svuotato da ogni senso diventa privo di salvezza.
Drammi che diventano comuni, storie di scomparse che trovano nei soli manifesti affissi per le strade da collettivi di madri l’unico flebile tentativo di contrastare l’oblio a cui sono destinate, nell’indifferenza con cui vengono trattate dalle autorità e nel fatalismo con cui finiscono per essere accettate dalla società.
In tale trattato emotivo, a scomparire non sono solo i bambini dimenticati dalla comunità ma quanti portano il peso di tali perdite: è la raffigurazione dell’assenza, con i suoi contorni metafisici, a dare la misura esatta di un alienante senso di vuoto.
Eravamo quelli che non c’erano, quelli che sfumano, che sono sfumati, che sfumeranno. Scomparsi: distanti, nascosti, svaniti, evaporati, assenti, senza nessuna voglia di comparire davanti alla nostra esistenza.
A partire dall’analisi sulla condizione della maternità, Navarro sceglie di annullare la voce del narratore per favorire una identificazione totale con quella delle sue protagoniste. Con una prosa vorticosa e febbrile conduce il lettore tra i meccanismi opachi di un contesto brutale e sordo allo strazio altrui. L’osservazione critica sulla violenza si muove dall’analisi del significato del desiderio di costruzione di una famiglia per chi nasce da abusi e cresce tra efferatezze e pregiudizi.
Mentre ci sembra che tutt’intorno spiri un’aria di grandi libertà, non ci si rende conto di quanto sia facile fabbricarsi la propria prigione. Si scantona dalla strada segnata. Si scappa dalla prima gabbia – che altro è la famiglia se non una gabbia – e si inciampa e si cade, ci si impegna in un volo sgraziato e goffo e si finisce per raccattare qualunque cosa pur di costruire il proprio nido. E poi si supplica: ingabbiami, dai, dai, mettimi in gabbia!
In controluce la narrazione del ruolo delle disuguaglianze, delle discriminazioni razziali e di genere nel confronto tra la realtà messicana e quella spagnola. Il benessere e l’indigenza qui hanno il medesimo volto, rivelando una matrice comune nella tensione all’autodistruzione quando la brama irrazionale di possesso soccombe all’impotenza e annulla ogni reazione alla vita.
Navarro non è interessata a sviluppare in modo puntuale la vicenda, ma a evidenziarne unicamente le connotazioni emotive con una prosa pressoché priva di dialoghi per ispezionare il limbo del dramma e della lacerazione attraverso una serie di brevi strappi. Una sequenza di istantanee che immortalano lo stravolgimento fisico e interiore di chi attua un furioso inseguimento del mito, e chi subisce il peso di tale rifiuto convincendosi di compensare tali mancanze nel destinare forme alternative di tortura a chi sopravvive.
Nell’alternanza delle due voci, la suddivisione del romanzo è cadenzata dalle epigrafi di Wisława Szymborska a cui l’autrice attribuisce un senso nuovo: un contributo fondamentale nel continuo movimento temporale tra presente e passato per ritrarre l’oscuro vortice della disperazione.
In superficie l’inadeguatezza del vivere, resa nella reiterazione ossessiva dell’autolesionismo: Navarro si addentra nei meccanismi morbosi di chi sperimenta come primo e crudele castigo l’atto stesso di restare in vita. Il senso del fallimento, la frustrazione dell’impotenza, conducono alla presa d’atto della propria inconsistenza e di quella degli altri, concepiti come un generico e informe ammasso verso cui provare indifferenza, nella percezione di avere la prerogativa esclusiva del dolore.
Il simulacro del dramma che si consumerà per anni tra connivenze e cinismo è l’immagine di case vuote che sono corpi – “Forse gli ero sembrata una materia inerte, inservibile anche a diventare madre” –, metafora dell’incapacità di sopravvivere alla vita quando una catastrofe rivela desideri nascosti, contraddizioni e colpe. “Una casa, cos’è? Di cosa è fatta? Quando iniziamo a essere genitori e figli?”
La materia umana diventa l’oggetto primario di ricerca per scandagliare il catalogo emotivo della desolazione nell’allestimento del dramma attraverso allegorie e metafore. Sono gli involucri di corpi, paragonati a cortili deserti in cui si percepisce solo l’eco della città, a connotare la natura lugubre e disabitata di un’abitazione vuota e semi-diroccata che tuttavia non crolla. Un amaro disegno che assume le sembianze del disastro: “essere le case vuote pronte ad accogliere la vita o la morte ma che, alla fine dei conti, sempre vuote rimangono”.
In tale esclusione dal resto dell’umanità non si intravede alcuna possibilità di riscatto da una prigionia al contempo fisica e interiore, che si tratti della “gabbia” dell’istituzione famigliare o dell’allucinato modo di fare ordine tra i propri assilli.
Con Case vuote Brenda Navarro intona una litania del tormento, tra ossessioni, incoerenza del male e assenza di redenzione. Un’indagine sulla matrice violenta dell’essere umano, sul compromesso della morale per soddisfare interessi e nutrire perversioni, sull’osservazione della disgrazia altrui quando non resta nient’altro per provare a riequilibrare il proprio asse.
Una narrazione che non concede emersioni da una visione della realtà deformata da una punizione autoinflitta, scontata nella bolla di un vuoto subìto e al contempo rivendicato, entro una paralisi che arriva ad annullare qualsiasi emozione, persino la paura.
Non merito di respirare. Respiro. La mia condanna è respirare.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
