Questa recensione è uscita sul numero di gennaio di Blow Up.
È cosa nota che in letteratura, più che in qualsiasi altra forma artistica, abbondi l’energia d’assenza, come quella sprigionata dai buchi neri, che non sono affatto vuoti come sembrano. Col suo nuovo romanzo (“Questa bruma insensata”, Feltrinelli 2022; traduzione di Elena Liverani) Enrique Vila-Matas tenta di misurarne il peso, a tratti insostenibile, raccontando di Rainer Schneider che, raggiunto il successo letterario con i romanzi scritti dopo il trasferimento da Barcellona a New York, da anni conduce una vita da scrittore distante, alla maniera di un Salinger o di un Pynchon. La voce narrante è quella di Simon Schneider, non solo fratello di Rainer ma anche suo misterioso complice: è lui l’autore segreto della colonna vertebrale dell’opera di Rainer, ovvero il ricchissimo apparato intertestuale su cui i suoi romanzi si reggono. Simon è infatti un rifornitore di citazioni, oltre che traduttore e scrittore fallito.
Mentre Rainer diventa noto come Gran Bros, affinando sempre più la sua strategia dell’eclissi, e riscuotendo successi nel mondo editoriale, Simon è rifiutato dallo stesso mondo ed è dedito a sua volta ad una personale e inguaribile ricerca dell’ombra. “Tutti quelli che si nascondono per giocare a essere invisibili li trovo infantili”, dice il pittore Vergés a Simon, “chi si nasconde, lo sappiamo noi che dipingiamo, finisce per rimanere fuori dal quadro, per rimanere fuori anche dalla foto della sua prima comunione”.
Non è una novità che per Vila-Matas la trama non abbia lo stesso peso dello stile, che è il vero tiranno dei suoi romanzi, e la trama di “Questa bruma insensata” è tutta nella distanza tra i due fratelli: l’incontro tra i due occupa l’ultimo quarto del libro, nelle prime centocinquanta pagine, che a parere del sottoscritto si fanno preferire, viene raccontata l’attesa.
Caratterizzato da una prosa circolare, ossessiva, ripetitiva e finanche autistica, infarcita di elementi metaletterari, il romanzo ha la sua ragione d’essere proprio nella letteratura e nelle sue motivazioni, come è solito accadere in Vila-Matas, nell’ineludibile turbamento di chi scrive – sia di chi pubblica libri ma si nasconde, sia di chi non si nasconde ma scrive di nascosto. Emergono le distanti visioni letterarie dell’Europa da una parte, simboleggiata dallo studio occulto e ossessivo di Simon tra le righe dei suoi autori preferiti, e dell’America dall’altra, simboleggiata dal successo di Rainer, che ha avuto bisogno del guscio protettivo di New York per rifarsi una verginità letteraria, dopo i primi mediocri tentativi spagnoli. Ed emerge un’analisi spietata e ironica dei rapporti familiari, soprattutto del rapporto tra fratelli.
La fratellanza è un enigma spesso irrisolvibile, che ha che fare con l’altrettanto enigmatico concetto di identità – familiare, personale, religioso, professionale, sociale – che Simon e Rainer hanno silenziosamente deciso di mantenere come soluzione di continuità, come ferita beante: “Eravamo entrambi allo stesso modo disorientati dal fattore fratellanza e non sapevamo come risolvere il fatto di esserlo, di essere fratelli”. Con un senso di crescente paranoia, Simon si reca all’appuntamento per rivedere suo fratello, dopo averci solamente parlato per vent’anni per mezzo di laconiche epistole e per interposta persona, ogni qual volta Simon spediva a New York le sue citazioni in cambio di una misera ricompensa economica.
L’incontro tra i due, che avviene in una data storica, il 27 ottobre 2017, proprio mentre Puigdemont proclama l’indipendenza della Catalogna dopo la vittoria degli indipendentisti al referendum del 1 ottobre, è un duello tra due uomini che credono di avere le armi della letteratura ben affilate, essendo soliti mettere ordine nel loro mondo attraverso le parole, Rainer che guarda Simon dall’alto in basso, mentre Simon tenta di fare lo stesso, nonostante subisca, ben conscio della sua posizione subalterna, ogni parola del fratello come un’umiliazione.
Un’ironia glaciale serpeggia in ogni pagina del romanzo. “Siccome ridere non mi era servito a nulla, piansi”, dice ad un certo punto Simon. L’uomo vede morire il padre malato e viene abbandonato dalla sua presunta amante, che era la donna che assisteva il genitore. Non gli resta che il proprio archivio di citazioni, un tesoro che ha finito per trasformarlo in nulla più di una citazione vivente. Le sue giornate sono grigie ed involute ma Vila-Matas riesce a farci sorridere al pensiero della figura ridicola di Simon – ma anche di quella altrettanto ridicola di Rainer – che è un Bartleby dei nostri giorni, sospeso sul precipizio della letteratura, rivoltato dall’ammirazione e al contempo dall’odio per le fortune del fratello, delle quali si attribuisce buona parte del merito, che all’appuntamento con la vita finisce inevitabilmente per dire “preferirei di no”.
Quella di Simon è infine una vita che si svolge letteralmente tra le pagine, una vita da topo, di biblioteca, d’ufficio, di scantinato della quotidianità, una vita apparentemente di scarto, che non si capisce quanto priva di dignità. Vila-Matas non chiarisce il dubbio, semmai ce lo instilla con maggior convinzione pagina dopo pagina, grazie al ruotare incessante della sua prosa. La letteratura fa bene o fa male?
Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
