«Devo provare a scrivere qualcosa su mia madre».

La biografia, la morte, il lutto, la rimozione, la scoperta, l’elaborazione, il racconto, la lingua. Questa serie di parole, poste in ordine sparso, potrebbero essere dei titoli per brevi paragrafi se volessimo fare dei piccoli riassunti del romanzo (opera prima) di Giulia Scomazzon, La paura ferisce come un coltello arrugginito, edito da pochi giorni da Nottetempo, un memoir, ma non soltanto questo, come vedremo, particolarmente riuscito. Ecco, quelle parole come segnaposti al tavolo di questo romanzo, come dei post-it, ognuno di un colore diverso, appoggiati sullo schermo di un computer, di un taccuino, e raccolti all’occorrenza, mescolando l’ordine, disposti al centro del tavolo e assemblati come se fosse un puzzle che – senza nascondere il famoso pezzo introvabile – diventa da subito molto chiaro. Il paesaggio è ben definito, è nitido, Scomazzon sa che a quella visione manca qualcosa, qualcuno per affetto, per eccesso di protezione, perché così si fa, ha nascosto la casa, il nucleo centrale, l’albero più grande, le carezze. Ha tolto al paesaggio una parte della storia: l’incipit.

E penoso dover ammettere che quando mi rivolgo alla mia infanzia non sento né la spinta né la promessa di un sentimento di gratitudine verso il passato.

La narratrice scopre qualcosa che le è stato tenuto nascosto. Per affetto, per protezione o perché così si fa a volte per le famiglie, suo padre e sua nonna non le hanno mai detto il motivo per cui sua madre è morta quando era molto piccola. Mamma, semplicemente, non c’era più, ma c’erano papà e nonna a sopperire alla mancanza (così si crede), a mantenere il segreto sulle cause della perdita della mamma di Giulia. Scomazzon parla di lutto non elaborato, di rimozione, di memoria chiusa da qualche parte. Parla di sopravvivenza. Mia mamma non c’è quasi mai stata, non mi è stato detto come è morta, allora io costruisco un paesaggio quotidiano in cui lei non c’è, così non avverto nostalgia, non sento il dolore, vado avanti senza una figura in fondo mai esistita. La protezione che operano nei confronti dell’autrice il padre e la nonna fa parte però di qualcosa di più grande, appartiene al disegno di rimozione sociale in atto negli anni Novanta, e anche in quelli immediatamente successivi, rispetto a tutto ciò che riguarda e ha riguardato l’Aids.

Penso a ciò che sono stata tra i tre e i sette anni, quando il linguaggio degli altri diventava mio e io dovevo costruirmi attraverso le loro parole. Che parole dicevo? Che logica seguivano le mie frasi? Non c’e quasi nessun documento che possa darmi un’idea attendibile di come mi esprimevo.

La madre di Giulia lavorava in fabbrica, preparava torte, progettava vacanze col marito e con la figlia, eppure aveva un lato oscuro, un’angoscia, un malessere, un sintomo doloroso per il quale per un paio d’anni ha fatto uso di eroina, cercata come si cerca un farmaco, come si cerca un riparo. Poi ha smesso, ma l’AIDS ha presentato il conto, Scomazzon ci ricorda come il racconto sociale e politico volesse che chi moriva d’AIDS era qualcuno che se l’era cercata. Sua mamma era così? O come molti ragazzi era angosciata, impaurita e non sapeva che fare?

Leggiamo un bel libro, che non è soltanto una storia familiare ma ha anche un valore saggistico, spesso cosa succede nella società in un certo periodo riesce a farcelo vedere soltanto la narrativa e non importa se la storia sia inventata o sia vera. Nessuno parlava a Giulia di sua madre, lei stessa non chiedeva, era più facile fare finta che non fosse mai esistita, che si potesse pensare alla vita a venire come a un edificio costruito in assenza. La rimozione del lutto non fa, però, che ampliare il vuoto e lo estende fino a renderlo simile a un baratro. Attraverso la sua vicenda personale, Scomazzon rende un minimo di giustizia e verità a tutte quelle ragazze e ragazzi che sono morti d’AIDS pur essendo stati tossicodipendenti per un breve periodo. L’AIDS era ovunque ma leggevamo (e neanche sempre) di Freddie Mercury, di popstar, di gente che se l’era andata a cercare. Ma a Vicenza, e nelle altre piccole province italiane tutte uguali, non c’erano rockstar, c’era solo molta disperazione.

Mio padre sostiene che non ce lo possiamo immaginare ed e vero, non si può immaginare di avere trent’anni e di perdere ogni anno, per almeno quattro o cinque anni, un amico, un amore […].

Infine, Scomazzon è molto brava a rendere questo libro un romanzo dei vivi, lo fa con equilibrio e buon dosaggio del lessico. La storia che racconta non è solo quella traumatica di sua madre, ma è anche quella del padre che ha attraversato quei tempi, quegli anni, quei dolori. Suo padre è un sopravvissuto: ogni racconto di morte si completa con chi resta. Anche Scomazzon è una sopravvissuta, scrivendo qualcosa su sua madre ha scritto qualcosa su di lei, su molti. La paura ferisce come un coltello arrugginito è un libro che parte da un vuoto senza la pretesa di riempirlo, ma con quella di mostrarlo, di dargli colore, di renderlo cosa viva.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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