di Naima Bolis

Ogni creatura è un’isola, esordio letterario di Andrea De Spirt, è una raccolta di appunti, frammenti, cocci di esistenza filtrati attraverso l’ombra della solitudine introspettiva. È un breviario in cui le manifestazioni residuali di una memoria affidata alle parole cercano un modo quasi liturgico per orientarsi in tutto quello che, invece, non è mai stato detto: sono 498 punti più un epilogo, appunti di un diario di viaggio che è uno scavo interiore, un’operazione più archeologica che antropologica, la ricerca postuma di un senso inteso come direzione anziché come significato.

Le navi vanno lente perché non sanno arrivare. È così che mi succede quando scrivo. Vado lento perché non so arrivare.

xxxxxx, che nell’esubero delle incognite che compongono il suo nome già si contraddistingue per abbondanza di segni rispetto agli altri personaggi, è narratore e protagonista di un lavoro di rimessa in ordine di qualcosa di mancante, che non riesce a essere espresso e che, quindi, sembra essere condannato a restare incompleto.

Suo fratello F forse si è suicidato gettandosi in mare, nell’anonima isoletta greca in cui si era trasferito poco prima di morire. Stava scrivendo un libro: xxxxxx lo ha scoperto il giorno del compleanno di F, tre anni dopo la sua morte, perché proprio quel giorno la madre gli ha affidato il manoscritto, non finito, chiuso in una scatola.

Questo scarto temporale, questa differita che pone l’osservatore in un perenne ritardo, torna in più punti nel romanzo e si delinea sia come caratteristica dei legami familiari del protagonista, sia come approccio al reale; come se il «dopo», il «troppo tardi» sia condizione paradossale e necessaria per poter osservare la realtà, in una tacita apologia dell’immodificabile, dell’incontaminabile.

Per avere presa su ciò che accade serve distacco, una regola che xxxxxx e la sua famiglia applicano con accuratezza scientifica e precisione chirurgica nei loro meccanismi coattivi; è un manifesto metodologico, che riecheggia coerente in ogni passaggio scritto.

Hanno scritto che esistono due modi per uccidersi: il suicidio o il distacco.

xxxxxx vuole finire il libro di F, e per farlo decide di andare sull’isola, di vivere i luoghi in cui è stato suo fratello, cercarlo attraverso le parole degli abitanti e di chi l’ha conosciuto. Finire il libro di F è un atto d’amore postumo che, però, per xxxxxx ha più a che fare con sé stesso: il libro diventa la trasfigurazione dello scopo dell’esistenza del fratello, come se l’esistenziale fosse determinato unicamente da un fine, o da una fine; il desiderio di conoscere gli ultimi periodi della vita di F, di capirlo, di ristabilire una connessione con lui sono in realtà un modo di affrontare l’horror vacui che si prova di fronte a un buco narrativo, una pagina bianca che non si riesce a scrivere.

Il libro di F sta morendo e io continuo a prendere appunti come una respirazione pagina a pagina.

Di fronte all’inconsistenza, emerge come formazione reattiva l’esigenza di un confine, di una delimitazione; un tentativo di controllo che si riverbera maniacalmente nella necessità di xxxxxx di catalogare, ordinare, nominare anche quello che non riesce a vedere, come se l’istanza narrativa diventasse indipendente da quello che, oggettivamente, deve essere raccontato.

Sull’isola, infatti, sembra che suo fratello non ci sia mai stato; dalla polizia, ormai, il suo fascicolo è stato archiviato, e l’unico testimone oculare del suicidio è morto.

Nessuno conosce F, nessuno lo ha mai visto; ci sono dubbi anche sulla sua stessa esistenza, come se xxxxxx cercasse disperatamente un sillogismo che confermi che, se una persona non è mai esistita, allora non può essere morta.

In realtà, F se n’era andato molto tempo prima della sua morte: il rapporto con suo fratello sembra essere sempre stato un non-rapporto, un qualcosa che si dà nella sua assenza.

A pag. 209 scrivi: Sono stati anni bui e io me ne sono andato. Sono stati anni bui e nessuno conosceva la strada per uscirne. xxxxxx cresceva senza parlare con mamma, lei aveva solo le sue chips-chips tra le pieghe delle lenzuola. Forse xxxxxx ricordava a malapena la sua voce, immaginava di poter parlare di nuovo con lei un giorno, o di ritrovare per lei quelle parole perdute.

Le dinamiche familiari sono scandite dai lutti: il padre, morto cadendo in un pozzo, un mese prima di morire era stato colpito da un fulmine sopravvivendo miracolosamente. F aveva tentato il suicidio già una volta, tagliandosi i polsi.

Forse questo era bastato per convincere xxxxxx che sia il padre, sia il fratello sarebbero sempre tornati, in qualche modo; che fossero destinati ai ritorni, in un ipertrofismo della morte che, come una maledizione, può ripetersi in un continuo e mai definitivo abbandono.

F e xxxxxx hanno avuto un rapporto di solitudini parallele, silenzi, di interazioni a distanza che si sono sempre mosse entro i confini di una semantica della morte cristallizzata in formule infantili, ingannevolmente salvifiche: giocare ai fantasmi, osservarsi da lontano, fingere di non essersi visti.

La solitudine, che emerge in maniera costante attraverso i ricordi, gli appunti, le parole, non è allora il tema centrale del romanzo: è un corollario, l’effetto collaterale di un abbandono antico e ripetuto, che vuole essere esorcizzato attraverso un racconto evanescente, filtrato dal ricordo e affidato quasi del tutto a parole mai dette, a sentimenti mai espressi. È l’elaborazione di un lutto che non può essere abreagito, perché l’oggetto della perdita era mancante anche prima, è sempre mancato; come il corpo di F, che non è mai stato trovato.

Finire il romanzo del fratello nasconde un meccanismo identificativo sotteso all’istanza conoscitiva: c’è, al fondo, il desiderio ormai irrealizzabile di dare carne e corpo a un rapporto che è sempre stato inconsistente, mai fisico, caratterizzato dalla solitudine e dalla distanza, e che qui viene trasfigurato nel libro non finito. Completare il lavoro, allora, ha più a che fare con una legittimazione esistenziale dello stesso xxxxxx, con la delimitazione del suo personale confine.

Per i Greci l’unica unità di misura era il corpo. Tutto il resto diventava come il mare.

L’unica persona ad avere conosciuto F è J, una ragazza straniera ed enigmatica che, però, «non sa parlare» di F; tutto quello che può offrire a xxxxxx è la sua presenza, la sua compagnia, in un silenzio carico di narrazione.

J propone a xxxxxx di fare il funerale al libro di F lanciando le pagine in mare, giù dalla scogliera; gli offre così un’opportunità di elaborazione, un’occasione di lasciar andare in cui essere parte attiva, non più passiva. Il mare, però, restituisce tutte le pagine del manoscritto, quasi a confermare che qualsiasi tentativo di uscire dalla storia del fratello e onorare il silenzio che ne avvolge la memoria, di accettare l’essere incompleto e il non avere una fine, è sovrastato dalla spinta costante al racconto, alla scrittura.

Andrea De Spirt, attraverso il suo viaggio nel dolore, nella solitudine, nell’incapacità di andare avanti, pone allora una riflessione sul potere narrativo, e di come sfugga ai confini imposti per aprirsi verso orizzonti che, potenzialmente, non hanno limiti. La vera condanna alla solitudine è quindi impedire allo sguardo di andare oltre, e l’isola ne è metafora solo finché non ci si rende conto che, al di là del suo perimetro, si apre il mare.

Ogni creatura è un’isola ricorda in qualche modo Il dio dei crocicchi. Diario galiziano di Pier Franco Brandimarte (Mattioli 1885): anche qui si percepisce la contraddizione dialettica e maieutica tra la rigidità di un fine, o di un confine (che si riflette nella forma) e la spinta a oltrepassarlo, che investe lo scrittore quando decide di farsi mezzo, veicolo conduttore del magma narrativo.

La scrittura di De Spirt, in molti punti ironica e leggera, mantiene per tutto il romanzo un buon equilibrio di ritmo e voce attraverso la commistione a tratti sperimentale delle sue forme. Senza mai cadere nella suggestione emotiva di facile presa, procede per rapidi tocchi impressionisti oppure per pressioni insistenti, dolenti, che cercano di incidere il proprio supporto come per paura di non lasciare un segno abbastanza visibile. L’autore si muove con consapevolezza tra il linguaggio del dolore e quello della meraviglia, si offre senza risparmio in una pratica divinatoria, rituale, che nonostante tutto resta carica di buoni auspici.

 

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