Aveva ragione Yeats, l’autobiografia è un genere plurale, e non solo perché ogni uomo contiene moltitudini e non si può distinguere fra visione e realtà, ma anche perché il genere vanta diversi sottogeneri.

Il modello tradizionale, molto praticato anche dagli aspiranti scrittori, si basa sulla trascrizione cronologica degli eventi di una vita, con un taglio autoassolutorio e un’impostazione diaristica. L’esempio più bizzarro e titanico appartiene al brianzolo Paolo Mantegazza, figura eclettica di scienziato, romanziere, divulgatore e politico dell’Ottocento. Mantegazza partecipò alle cinque giornate di Milano, conobbe Garibaldi e Mazzini, viaggiò in giro per il mondo e si sposò in Argentina, diffuse in Italia le tesi di Darwin, fu senatore del Regno e infinite altre cose, tutte riportate nell’immenso Giornale della mia vita, composto da 63 tomi (uno per ogni anno, dalla maggiore età alla morte), rimasti inediti e consultabili soltanto su microfilm nella biblioteca centrale di Monza. Un’opera monumentale che sembra obbedire a un’imperiosa esigenza di verità, oltre che al folle e megalomane desiderio di registrare la propria vita mentre ancora la si sta vivendo, di protocollarla con esattezza passandola agli atti senza omettere nulla, tanto che al suo interno – non si sa bene dove, dato che non esiste un sommario – si nasconde una vera e propria chimera bibliografica, il mitico Indice minotaurico, che poi sarebbero i verbali, scrupolosamente annotati, dei suoi accoppiamenti coniugali; come segnalava Carlo Dossi nelle Note azzurre.

All’estremo opposto c’è l’autobiografia sociale di Annie Ernaux, il suo io collettivo e trasparente che si sottrae all’accusa di narcisismo e autoreferenzialità cercando, in ogni esperienza, i semi della realtà a cui appartiene, quasi il DNA del reale, per estrarlo e svolgerlo, affinché la scrittura non resti confinata in una dimensione solipsistica, ma acquisti un valore paradigmatico grazie al quale ciascuno ci si può riconoscere. Come ha detto nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura: “Per me non si tratta di raccontare la storia della mia vita, né di liberarmi dei suoi segreti, ma di decifrare una situazione vissuta, un evento, una relazione amorosa e svelare in questo modo qualcosa che solo la scrittura può far esistere e passare, forse, in altre coscienze, in altre memorie.”

Fra gli scrittori più naif e sprovveduti l’autobiografia pare una strada obbligata, come testimonia il successo dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, ma sarebbe un errore considerarli solo alla stregua di documenti sociali, visto la grande qualità e originalità di molti di questi.

Penso per esempio a Terra matta, il potentissimo memoir del contadino semianalfabeta Vincenzo Rabito, scritto con una forza espressiva inusuale frutto proprio della sua ignoranza, di chi sente la lingua che maneggia in un modo diverso da chi la dà per scontata.

Il libro narra le picaresche vicende di un bracciante nato nel 1899 in un piccolo paese in provincia di Siracusa. Dopo una vita “molto travagliata e desprezata”, trascorsa lottando per sopravvivere ed affrancarsi dalla miseria attraverso il mattatoio delle due guerre mondiali, il “miserabile deserto” africano dell’impero coloniale, il lavoro col carbone in Germania, il ritorno in Sicilia con la disgrazia di una suocera “la più lurdda e la più delinquente donna in tutta l’Italia” e il miraggio del benessere negli anni del boom economico, Rabito negli ultimi anni si chiude in casa e decide di scrivere la propria autobiografia. Lo fa a modo suo, battagliando con la lingua e con una macchina da scrivere. Lo fa per lasciare un ricordo, una testimonianza di tutte le peripezie affrontate in giro per il mondo, perché “se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare”, ma soprattutto lo fa per maledire il suo destino infame, e infatti scrive come se sporgesse querela. Lo stile, sin dall’incipit, è quello di una denuncia ai carabinieri, in cui “il sotto scritto” dichiara innanzitutto le sue generalità, la residenza e lo stato civile, per poi additare l’unico colpevole di tutte le sue disgrazie, quel “Padreterno, che quelle che voglino vivere onestamente in vece di aiutarle li fa morire”.

Qualche caso fortunato, come Terra matta di Rabito o Gnanca una busìa della contadina mantovana Clelia Marchi, scritto su un lenzuolo del corredo poco dopo essere diventata vedova, non significa che non ci sia effettivamente un’ipertrofia autobiografica nobilitante, nostalgica, retorica, una dittatura del “vissuto” come sinonimo di autenticità e realismo (vedi il titolo del libro della Marchi), che si accompagna al suo recente pendant, le autobiografie spietate sotto forma di regolamento postumo di conti coi genitori.

Ma di questa stortura sarebbero responsabili anche i lettori. Kundera la considerava una piaga terribile, e sognava un mondo in cui gli scrittori fossero “obbligati per legge a tenere segreta la loro identità e a usare uno pseudonimo, questo porterebbe tre grandi vantaggi: una radicale riduzione della grafomania, una minore ossessione per la vita letteraria, l’impossibilità di interpretare biograficamente le opere letterarie”.

Ad ogni modo, resta tutto da dimostrare il motivo per cui l’autobiografismo, inteso come desiderio di scoprire quanto le opere somigliano ai loro autori, sia qualcosa di deprecabile, alla stregua della passione popolare per il pettegolezzo. Al contrario, certi elementi di gossip possono essere fondamentali per arricchire la portata dell’esperienza di vita per procura che è la fruizione di un’opera d’arte, anche quando favoriscono delle chiavi di lettura totalmente arbitrarie (en passant, Brodskij diceva di amare soprattutto la metafisica e i pettegolezzi.
E aggiungeva: “Che in definitiva sono la stessa cosa”. Come la Divina Commedia, in pratica).

Venire a sapere che Alberto Burri fece il medico nella Seconda guerra mondiale, ci autorizza a vedere nei suoi celebri sacchi di juta delle ferite cucite? O un saio francescano, collegando la sua origine umbra?

E l’interpretazione freudiana delle Madonne del Bellini di Julia Kristeva, secondo cui lui ritrasse sua madre Anna, spiegando l’anaffettività di Maria e la tristezza del figlio con la ferita immedicabile della sua nascita illegittima, è lecita o frutto di una morbosità deplorevole? Non era Cosimo de’ Medici, nel ‘400, ad aver affermato “ogni dipintore dipinge sé”?

Forse anche per evitare queste equivalenze imbarazzanti, come una specie di scorciatoia, si è praticata spesso l’autofiction, che ha finito però per somigliare al corrispettivo letterario del selfie. Almeno questo è il parere della critica più tradizionale, come Philippe Lejeune, per il quale l’autofiction ambisce a coprire «tutto lo spazio tra un’autobiografia che non vuole dire il suo nome e una finzione che non vuole separarsi dal suo autore»; o Gerard Genette, che attribuisce all’autofiction il significato d’una “autobiografia che si vergogna di sé”.

Italo Calvino non nascondeva di avere un rapporto nevrotico con l’autobiografia, tanto da arrivare a dire (in Se una notte d’inverno un viaggiatore): “Come scriverei bene se non ci fossi! Se tra il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie che prendono forma e svaniscono senza che nessuno le scriva non si mettesse di mezzo quello scomodo diaframma che è la mia persona!” Come ha osservato Domenico Scarpa, “Calvino non scrisse mai un libro esplicitamente autobiografico, ma scrisse, in ogni libro, tante autobiografie quante sono le narrazioni possibili di sé: individuali, collettive, politiche, intellettuali, letterarie”, ed è così che ha creato i suoi precursori, come Il Libro di spese diverse di Lorenzo Lotto, una specie di autobiografia cifrata, il bilancio di una vita sotto forma di un registro dei corrispettivi.

Insomma, esserci senza esserci, come per l’ombra di nessuno della Pala Martinengo del Lotto secondo la lettura di Marco Belpoliti nel suo ultimo libro, Nord nord, interpretata come un gesto di modestia e preveggenza, dato che riguarda anche noi.

Pure questo scritto, come il precedente Pianura, ha la struttura di un’autobiografia sotto forma di paesaggio, appunto il settentrione vissuto e frequentato in età adulta, ed è composto da tanti capitoli che fanno riferimento a persone (fotografi, artisti, scrittori), oggetti (cartoline illustrate, la Corona Ferrea), luoghi (Mondonico, Bergamo, la Brianza) e animali (coccinelle, lombrichi).

La prima impressione di lettura è quella di un atlante di passioni e interessi, in fondo nel pantheon di Belpoliti c’è Saul Steinberg, che proponeva di sostituire il termine autobiografia con autogeografia, quasi che la vita fosse soprattutto una questione di collocazioni e prospettive, come nella celebre copertina del New Yorker che mostrava il mondo visto dalla Nona Avenue. Una cartografia interiore, insomma. Gli atlanti vanno di moda. Quello linguistico di Tommaso Giartosio (Autobiogrammatica) l’anno scorso arrivò in finale allo Strega.

E poi la critica non è la forma postfreudiana dell’autobiografia: un’autobiografia ideologica, teorica, politica, culturale, come dice Ricardo Piglia?

Ma sopo mi sono ricordato di una lettera di Franz Kafka, scritta nel settembre 1913 a Felice Bauer, in cui parla del Povero suonatore di Grillparzer, una delle più toccanti figure di pirla della letteratura universale, racconto molto amato dal praghese che ne consigliava la lettura alla fidanzata come una specie di messaggio in codice.

Allo stesso modo, Nord nord non è un’autobiografia, neanche indiretta, ma un autoritratto, un modo di presentarsi. Belpoliti lo chiarisce parlando del fotografo Mario Dondero, uno dei suoi incontri importanti, quando dice che “nei suoi scatti non c’era solo la persona raffigurata, ma anche lui”. E poi aggiunge: “tutte le sue immagini sono selfie fatti agli altri”, ritratti “sempre insieme alla relazione che li legava a lui”.

Se dovessi indicare il sottotesto di questo libro ricchissimo e suggestivo, direi che è qualcosa di molto semplice e diretto, del tipo: “Ecco, questo sono io”. Un autoritratto arcimboldesco (altro artista del nord), che sa condensare in un unico carattere una molteplicità di elementi, questa volta ritratti non in relazione fra loro, ma in relazione con l’autore.  Una “testa composta” che soltanto a distanza ravvicinata rivela pienamente la bizzarra natura del ritratto, il cui artificio compositivo è pienamente comprensibile solo procedendo continuamente con lo sguardo dal particolare al generale e viceversa, in una dimensione di grande affetto, stupore e poesia.

Parafrasando un celebre apologo di Borges: un critico sui propone il compito di raccontare la sua terra. Trascorrendo gli anni, popola le sue pagine con storie di coccinelle, arlecchini, massi erratici, quadri di Lorenzo Lotto e fotografie di Ferdinando Scianna, Mario Dondero e Marina Ballo. Arrivato alla fine, scopre che quel paziente labirinto di parole traccia l’immagine del suo volto.

 

Condividi

2 commenti

  1. Sì, l’ho scoperto ieri, andando alla presentazione del libro al Palazzo delle Esposizioni. Quello è un apologo molto noto, ed era perfetto per questo libro, definito da altri Un’autobiografia in forma di paesaggio. Mi consolo col fatto che io ne ho proposto una parafrasi e che comunque I riferimenti testuali che mi ci hanno fatto arrivare sono completamente diversi. Ma i libri belli sono così, suggeriscono mille connessioni e infinito modi diversi di leggerli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

sergiogarufi@minimaetmoralia.it

Articoli correlati