Se non ricordassi il volto di mia madre non saprei il perché del mio nome. Vivrei senza unità di misura – cos’è tanto? cos’è poco? chi mi ha preceduto e che faccia avrò da vecchia? – ma vivrei, certo, andrei al lavoro e al supermercato e poi gli amori e i figli. Ma a volte le scarpe fanno male e allora me ne ricorderei, io qui adesso sola, non si potrebbe nemmeno chiamare sofferenza, piuttosto un guardarsi attorno in cerca di un nonsoche, di un posto in cui stare, di qualcosa che spieghi e risponda a una domanda invisibile.

All’età di tre anni Dolores Prato viene abbandonata dalla madre e affidata a due zii, fratello e sorella. Lei nubile, lui prete, lei enigmatica, lui estroso. Entrambi custodiscono i loro segreti e a loro modo le vogliono bene, ma senza mai una carezza lenta e delicata, il contatto da cui dipendono le traiettorie di sviluppo di ognuno di noi. Treja, primi del Novecento: qui Dolores cresce, guarda, annota immagini mentali, è una bambina triste che non sa di esserlo. Sono gli anni incandescenti e terribili dell’infanzia. Tutto è motivo di stupore, tutto è un possibile pericolo mortale.

Poi l’Educandato, la carriera da insegnante ostacolata dal Regime, delusioni, fallimenti e in generale un’esistenza affaticata da difficoltà materiali e problemi di salute, priva di riconoscimento da parte dell’ambiente letterario. Sempre quel sentirsi irrisolta, “diffusa”, dispersa nelle cose che la porta per mezza lunga vita a riempire migliaia di fogli con in mente un’idea che s’illumina a tratti, si dà e si nega e non si aggrappa mai a una forma compiuta, fino a quando, già settantenne, Dolores mette a fuoco: bisogna ricordare e descrivere ancora e ancora fino a cogliere un “primo senso di essere”, spingersi laggiù, toccare e risalire, perché «L’infanzia è la sola età in cui l’inconscio affiora senza ostacoli. L’inconscio che sa quel che noi non sapremo mai, l’inconscio che se a lui ci abbandoniamo ci fa divinatori […]». Giù la piazza non c’è nessuno altro non è che il racconto dei suoi primi dodici anni a Treja. Il paese e i suoi personaggi, episodi da un piccolo mondo. In questo senso, la narrazione è semplice. Tuttavia, conta il come, non il cosa. E in questo libro “il come” è sorprendente. Un’opera unica e folle, enorme e complessa, faticosa per il lettore a tal punto che Einaudi nel 1980, per mano di Natalia Ginzburg, ne concepisce la pubblicazione solo in una versione ridotta di due terzi. Autrice: i tagli hanno sfigurato l’opera. Editore: senza tagli questo romanzo non si può presentare al pubblico.

Ma Dolores, forte di una vera intuizione d’artista, aveva ragione. Il libro era giusto così come lei lo aveva pensato, massiccio e impossibile. Si tratta, infatti, di un’ambizione più grande. Come spesso rilevato dalla critica, la scrittrice fa sua la lezione proustiana, con una differenza: qui «Lo spazio — uno spazio che dice la contingenza, l’esperienza, la presenza del corpo — che trionfa nel grande romanzo di Dolores Prato lavora, come categoria narrativa, a gran dispetto, si è detto, del tempo» (Monica Fernetti, Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, La Tartaruga).

Ma c’è ancora qualcos’altro. Giù la piazza non c’è nessuno è una prova letteraria che esplora una nuova funzione artistica della scrittura. In questo caso, la scrittura come operazione archeologica. Meglio: genealogica, per dirla con Foucault lettore di Nietzsche. La genealogia, ovvero l’analisi della provenienza, va intesa al di là dei rapporti causa-effetto, prima-dopo. È l’indagine di senso attorno a un corpo che si muove nella storia e che dalla storia è mosso e che riconosce, all’interno di questo amalgama, singolarità significative. Nelle scrittura-genealogica di Dolores Prato, il mistero inconcluso dell’abbandono infantile dà avvio a una ricerca dell’origine di sé, intesa non come Ursprung (termine che rimanda alla verità di ciò che è stato, al principio che determina), ma come Entstehung cioè il momento-luogo della venuta al mondo (Foucault usa l’espressione “punto di insorgenza”) data la concomitanza di certe – e non altre – forze luci voci colori.

La scrittrice-archeologa è paziente. Meticolosa. Scandaglia la cittadina di Treja in dettaglio. Scava, cataloga. Raggruppa per categorie. Individuata una scena-ricordo, procede con minuzia e la lavora finché non è dissepolta e ripulita dalla polvere. Poi, connessione logica o associazione libera: s’illumina un’altra inquadratura e si ricomincia a descrivere un’altra strada e ogni casa e della casa ogni stanza e della stanza ogni mobile. La scrittura insiste sopra un oggetto per il tempo che serve e passa al successivo, piccoli vortici che, fatto brillare il ricordo, si muovono altrove.

Non bisogna lasciare indietro nulla, abbandonare nulla, nemmeno le persone, i caratteri, i gesti, i riti nel giro delle stagioni. «E intanto una cosa alla volta tutto ritornava di quello che avevo dimenticato e disperso; di una cosa alla volta tentai il recupero. Tutto quello che ritornò, fu col fulgore della risurrezione». Un incessante lavoro di disvelamento che cerca nel passato una possibilità per il presente.

Se non ricordassi il volto di mia madre, l’atto dell’abbandono sarebbe tutto ciò che avrei di lei. Il prima: dimenticato. Il dopo: impossibile. Mi resterebbe la sua mano che si stacca e una conversazione a un metro sopra la mia testa, voci agitate di cui capirei qualcosa ma non tutto, capirei che si parla di me e poi basta, crescendo verrebbe il dubbio di non avere vissuto nemmeno questo, che sia un ricordo immaginato o sentito raccontare.

Dolores torna ossessivamente a Treja, luogo del distacco. Scrive e scrive, le pagine non bastano mai e non si può chiudere il libro: cos’è questo, se non una genealogia della mancanza, un tentativo di tenere con sé la Madre, di tornare all’utero della madre assente? Il desiderio disperato di ricordare quella cosa – ma cosa? – che spiegherebbe, ma nonostante gli sforzi non si riesce, non si riesce. Rabbia da piangere. E allora intraprende un graduale avvicinamento, un lungo esercizio mnestico nell’intorno di un buco profondo. Così la scrittura diventa il surrogato del legame mancato. La lingua è il corpo della Madre, ma è vero anche il movimento opposto: scrivendo Dolores crea, è madre di sua madre e si riappropria dello sguardo che un genitore rivolge al figlio venuto al mondo e che lei sa di non aver ricevuto.

Appare chiaro che nella versione parziale del 1980 questa articolazione non poteva trovare compimento. Nel ’97, Giorgio Zampa aveva curato per Mondadori il volume completo, ricomponendo il progetto narrativo originario. Ora la riedizione di Quodlibet a cura di Elena Frontaloni ripropone nella sua interezza e con maggior precisione la “copia personale” dell’autrice, integrando appunti su foglietti manoscritti, ripristinando le volontà stilistiche di Dolores e facendo ordine tra le successive correzioni. Elena Frontaloni scrive nella postfazione: «È questa, in una parola, la copia di Giù la piazza non c’è nessuno su cui l’autrice sarebbe tornata se ne avesse avuto tempo e agio, quella che in ogni riga rischiara un “fatto lontano” e che “resta” per venire “apprezzata domani” […]».

Abbiamo così finalmente tra le mani il libro che compie appieno l’intuizione artistica dell’autrice. Per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale.» Questo romanzo lo è. A tal punto che per collocarlo occorre ampliare la gamma delle definizioni: “enorme elegia” (A. Giuliani), “nastro narrativo” (J.P. Manganaro, L. Lombard), “dettagliatissima cartografia sentimentale” (A. Cortellessa), “lungo avvio di un’istruttoria contro ignoti” (G. Zampa).

Chiedersi chi potrà leggere oggi un volume così impegnativo e audace vale quanto chiedersi a chi è destinata nel panorama attuale la Recherche o Ulysses o L’uomo senza qualità o Malina. A pochi? A pochissimi? Poco importa, importa che l’opera esista. Di certo, è un testo significativo per chiunque tenti di scrivere, perché da queste pagine si può imparare molto.

La lingua di Dolores Prato: una gatta selvatica. Materia viva che guarda pensa e dice in presa diretta, così come accade la vita. Una sintassi libera, piena di iperbati, ellissi, ripetizioni; estro ritmo costrutti mutuati dell’oralità («Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori dalla porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo».)

Una scrittura che, seppur sorvegliata, mantiene una tonalità espressionista, nonché la schiettezza dello sguardo infantile («Tutte queste donne lentamente intrecciavano gesti tra pancotti sul fuoco, latte nelle tazze, fette di pane, bicchieri, piatti; neppure i piatti davano chiarore; tutto era scuro e moto rallentato. In alto, proprio sotto ai travi, una finestra nera come se dietro ai vetri, ad ali aperte, ci si fosse appeso un enorme pipistrello. Non la fissavo mai: evitavo di avere paura.»)

Una scrittura concreta che proprio attraverso l’uso di termini esatti risulta poetica («Sapevo pure che della madre si figli, della zia nipoti, che figlio è più di nipote, madre più di zia. Silenziosamente rispettavo la gerarchia»). Solo talvolta il verismo si allenta e si inserisce un pensiero intimo sullo stare al mondo: una sorta di ricapitolazione della Dolores adulta, brevi ritorni al presente che hanno la funzione aggiuntiva di ricontattare il lettore e tenerlo agganciato («Capitò anche a me una notte in cui tutto manca e si cerca la volontà per farla finita, si smania su e giù per casa, si guarda nel vuoto, si sta con la fronte attaccata ai vetri della finestra… e intanto si fa giorno»).

La bambina viene presa, portata da un posto a un altro posto e mollata lì; possiede solo gli abiti che indossa e il suo nome. Forse deriva anche da questo l’innamoramento di Dolores Prato per le parole; sono la mappa con cui si orienta e l’amico immaginario che le tiene compagnia: «Le persone non mi parlavano, ma le cose sì; erano una folla; riempivano la casa».

Il linguaggio non è un semplice strumento – prendo il martello, appendo il chiodo, ripongo il martello – ma “un organo formativo del pensiero”. Le parole creano il mondo, non viceversa. E per Dolores la parola è materia, ruvida o liscia, calda o fredda, ha un odore, si tocca e si vede; ha un corpo. Nominare ogni cosa – baule, cassapanca, coccette, saltaleone – e chiamare gli oggetti a uno a uno, senza posa, significa rivivere ancora e ancora l’epifania della bambina che per la prima volta unisce due sillabe e dice mamma.

È davvero difficile rintracciare nella letteratura italiana del Novecento esempi di un uso altrettanto inventivo della lingua (Gadda, Arbasino, Bufalino, Berto, e?). Con Giù la piazza non c’è nessuno Dolores Prato sfida l’angoscia dell’influenza e si mette al pari delle figure maggiori. Questo romanzo è un grande scavo archeologico nei dintorni di Treja ed è un’impresa disperata che cerca di intercettare il venire alla presenza di noi stessi, del mondo, di noi nel mondo e sempre con la nostalgia di un posto perduto. Perché alla fine Dolores lo sa, noi lo sappiamo: non si ritrova mai davvero niente e l’abbandono non si cura. Ma abbiamo i libri, e non è poco.

 

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Autore

f.zanette@alice.it

Francesca Zanette scrive e fotografa. La zona di confine tra parola e immagine è il territorio su cui indagano alcuni dei suoi progetti, ricerca che ha alimentato una serie di sue mostre recenti. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e in antologie, scrive di fotografia e letteratura su minima&moralia e Doppiozero. È autrice del romanzo 𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎, ed. Readerforblind, 2022.

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