Solo l’uomo muore davvero. Certo, anche gli altri organismi viventi smettono di respirare, marciscono, si disfano e scompaiono. Ma un faggio non teme la differenza tra l’essere e il nulla, né un pesce ragiona su quanto tempo è passato. La farfalla dura tre giorni di pura immanenza, tanti, pochi? Quant’è una vita lunga, cosa significa abbastanza? È il padrone a contare i mesi che mancano, non il cane.

Per noi la morte è un’idea chiara, ne facciamo esperienza continuamente. La senti anche tu, quella cosa che incombe? Al risveglio, nel risalire dall’abisso dell’incoscienza. E a ogni bivio. O riordinando gli oggetti accumulati in casa o quando guardiamo un album di foto o nel telefono appoggiato sopra il tavolo che potrebbe squillare, darci quella notizia in ogni momento, e poi tutto, tutti, ovunque, sempre… L’unica soluzione per sopravvivere è mettere in atto una grande rimozione collettiva, umano quanto inutile tentativo di difesa. E il mondo contemporaneo, che della realizzazione individuale ha fatto la sua religione, intorno alla morte ha eretto uno schermo impenetrabile più che in ogni altra epoca; vecchiaia, deperimento, lutto sono parole oscene.

Del fatto che il male c’è ed è insondabile e che ciascuno di noi è ambivalente, nudo di fronte al caso non si può più dire, tantomeno scrivere. Invece, è proprio ciò che fanno i buoni libri: pongono domande senza dare risposta, mordono anziché rassicurare. Ci sono molti modi, di Valerio Valentini (edizioni Readerforblind) è coraggiosamente uno di questi. La morte deve essere affrontata con la forma più radicale di razionalità e qui troviamo una scrittura precisa, secca, che il lettore aveva già apprezzato in precedenti raccolte di racconti dal gusto carveriano dello stesso autore. D’altra parte, per temi così essenziali e antichi (il cristianesimo li definirebbe Novissimi, ovvero “le cose ultime”), il lirismo sarebbe sembrato inappropriato.

L’uomo che dice “io” nel romanzo si chiama Riccardo, ha trentatré anni. Barba incolta, frigo vuoto, dorme vestito, vive da solo in un appartamento spoglio, sporco, di cui non è il proprietario. Non si cura del suo posto nel mondo, tantomeno degli altri, non si cura di nulla. Si trascina dal divano alla panchina del parco, un giorno o un altro non fa differenza, vita umida e melmosa, in questo assomiglia alla sua città: anche Ladispoli sta sopra i terreni argillo-limosi di una vecchia palude. Fango-acqua-liquido amniotico: libere associazioni che rimandano a un ricordo liminale. E infatti, Riccardo è l’unico fratello nato di un parto gemellare, morte e nascita annidate nello stesso grembo materno e, per il personaggio, una connaturata predestinazione ad avere a che fare con la fine.

Utero-cavità-uscita: ancora connessioni inconsce che ci portano nella cabina dello stabilimento balneare in cui un Riccardo quindicenne sta per avere il suo primo rapporto sessuale con la fidanzata, ma viene interrotto, gli amici lo trascinano fuori per vedere lo spettacolo tremendo di un uomo che si è impiccato in spiaggia.

L’orrore per il cadavere determina nel ragazzo un’epifania: non è tanto la morte, quanto il morire. E sul confine liquido tra Eros e Thanatos, tra pulsione di vita e pulsione di morte, si costruisce l’esperienza del protagonista, che aiuterà aspiranti suicidi a compiere il gesto. È questo, a tutti gli effetti, il mestiere per il quale Riccardo riceve un compenso. “Non sono l’esecutore materiale, ma il confessore, quello che viaggia con loro fin quasi agli ultimi istanti, quello che, in un certo senso, dà loro il coraggio di andare avanti, di abbracciare quel pensiero cullato più e più volte nella mente”.

Le modalità per il trapasso sono molte, ma una non vale l’altra. Questione di fattibilità, di economie, di rapidità d’esecuzione per non lasciare margini al ripensamento. Bisogna consigliare a ciascun “cliente” la soluzione meno brutale, più indolore, con più probabilità di successo; ma anche la più adatta in termini generali, quella che, direbbe Pasolini, “compie un fulmineo montaggio della nostra vita”.

Ogni persona sfiorata per strada o incontrata al bar è per Riccardo un potenziale acquirente del suo servizio. Origlia, resta vigile, si insinua nei discorsi lasciati a metà tra una madre e una figlia, un marito e una moglie, talvolta si infila in una porta lasciata accostata e fruga gli appartamenti per intuire la storia personale di chi ci vive. A metà tra un angelo e un vampiro, entra in contatto con chi è sul-punto-di e con gradualità entra nel suo mondo, lo fa con competenza e rispetto, sospendendo ogni giudizio morale. Tra lui e il suo assistito si instaura un dialogo di vicinanza umana che però non ha niente a che fare con la consolazione. Né amico né psicoanalista, per i morti in vita lui non può fare nulla, e nemmeno vorrebbe. Il suo compito è stare. Sedere a fianco. E viene in mente il ritratto che Natalia Ginzburg fa dell’amico Cesare Pavese, il racconto di serate passate con lui in silenzio – l’abisso incomunicabile, l’anestetico di una lampada amica, il cui effetto svanisce con il ritorno alla realtà…

Se l’uomo è un ammasso di contraddizioni, il luogo dove si risolve questa dolorosa conflittualità (il nulla) è il luogo in cui noi siamo veramente noi stessi; allora, “avvicinarsi alla morte è avvicinarsi all’Immenso della terra che salva della Gioia” (La morte e la terra, Emanuele Severino). Così, mentre i diversi personaggi del romanzo si apprestano al suicidio con l’aspettativa di un bagliore di gloria, Riccardo fa di tutto per diventare in vita impercepibile agli altri, si arrende all’apatia, ovvero assume quotidiane micro-dosi di morte. Alle persone che incontra verrà fornito un modo per non soffrire; lui invece, per una sorta di contrappasso, è condannato a uno stillicidio nell’alternanza tra rimozione del lutto e riemersione di vecchi traumi, elastico terribile, un logorio incessante.

Un giorno, una delle clienti gli chiede di assistere alla sua morte. Gli accordi non prevedono questa opzione, ma Annalia insiste: non vuole solo morire; vuole che il suo suicidio sia bello, bello quanto quello di Evelyn Francis McHale nel ’47, reso immortale dall’opera Suicide (fallen body) di Andy Warhol. E per realizzare a pieno la dimensione estetica della morte – legame misterioso e perturbante – ha bisogno di uno sguardo da fuori, di “essere vista”.

E così, mentre Riccardo per la prima volta vede il morire, si apre un varco al movimento dialetticamente opposto: il vivere.

La variazione dello schema contrattuale è la vita che irrompe, spacca la fissità del sistema e innesca la crisi. Gli eventi accelerano e Riccardo ora li riconosce, gli altri attorno a lui si sposano, traslocano, viaggiano, scopano e lui si accorge di avere un corpo e provare dolore per sé e per tutti, finalmente corre in bagno e vomita. I contorni delle cose cominciano a sfumare, qual è il senso di tutto ciò?

Siamo interrogati. Sfidati. Turbati da una domanda impossibile. Forse non si avrà la forza di salvarsi dalla palude. Ma Riccardo – e noi con lui – per un attimo è stato abbagliato da una possibilità di resistenza.

Perciò, a ben vedere, Ci sono molti modi non è tanto un libro sulla morte, quanto sul desiderio. Mostrando gli effetti della sua mancanza, il romanzo di fatto lo invoca, invoca la potenza non addomesticabile che ci governa, ci sbatte fuori dal territorio confortevole del nostro io e ci espone al terrore, la stessa forza che allarga il campo dell’esistenza e rende la vita viva, generativa.

All’inizio del romanzo si legge: quando moriamo “sogniamo, anche se non ce ne rendiamo conto, sogniamo più di quanto abbiamo mai fatto in vita […]”. Ma il sogno altro non è che “l’appagamento (mascherato) di un desiderio (represso, rimosso)”, e allora forse la nostra angoscia esistenziale non deriva dall’idea della morte, quanto dalla prospettiva di non sognare più (non desiderare più) o peggio, dalla possibilità terribile che il nostro eterno nulla sia popolato solo da incubi.

[…] Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.

William Shakespeare, Amleto, atto III scena I

 

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Autore

f.zanette@alice.it

Francesca Zanette scrive e fotografa. La zona di confine tra parola e immagine è il territorio su cui indagano alcuni dei suoi progetti, ricerca che ha alimentato una serie di sue mostre recenti. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e in antologie, scrive di fotografia e letteratura su minima&moralia e Doppiozero. È autrice del romanzo 𝐷𝑜𝑣𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑐𝑎, ed. Readerforblind, 2022.

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