Pubblichiamo, ringraziando autore e editore, un estratto da “Oppure il diavolo” di Luca Tosi, in uscita il 5 novembre per TerraRossa Edizioni.
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di Luca Tosi
Un inferno, in piazzetta. A fuoco lo Scarabeo, la Mini Cooper, e anche Florian Dragoi e la sua coca, che poco ma sicuro ce ne aveva dell’altra, di scorta nel cruscotto. M’ero detto: ci vado, a tirar fuori Dragoi dalla macchina, o non ci vado? Neanche se mi pagano, mi ero risposto. Anzi, quando lo finisco, ci lancio il legnetto del Cremino, che s’infiamma! C’avrei lanciato anche tutta la legna di Poggio Berni.
Fa degli acuti, il fuoco, che neanche un tenore. Più roba succosa c’ha da bruciare, più canta. Senza parole, ti lascia. Almeno per me è così. Sarà che c’ho un vocabolario striminzito, io, non son mica laureato. O sarà che son timido, e qui la colpa è di mia mamma: i suoi tozzoni m’han tolto il piglio di parlare già da piccolo. Mi sono sempre mancate, le parole, forse c’ho troppo da dire tutto in una volta e non esce niente? Alcuni crescendo trovan la quadra, l’annacquano, la timidezza. Io no, una quadra non l’ho mai trovata.
Dal tavolino dov’ero spaparanzato vedevo le punte delle fiamme che, in linea d’aria, solleticavan le bandiere del Comune, il tricolore e le stelline dell’Europa. Tutto perfetto, se non fosse che, sul più bello, era arrivato il Messia. Che non era ancora il Messia, lo chiaman così da quella notte, gli ignoranti sopraffini. È egiziano, Jalal Alaja, uno scioglilingua. Io, i nomi e i cognomi di chi sta a Poggio Berni li sapevo tutti, li leggevo e memorizzavo dai campanelli alla prima botta, dall’alto in basso come una poesia.
Non solo i nomi e i cognomi, sapevo. Sapevo chi lavorava, chi no, chi campava col nero e chi sgraffignava la pensione alla nonna. È piccolo il mondo, ma a Poggio Berni è minuscolo.
Era arrivato di corsa, in mutande e infradito, il Messia. Abita in piazzetta, sopra il bar dell’Angela. Quelle sono case del Comune, paga una briciola d’affitto. «Te ti spappi per pagar l’affitto» mi dicevano gli ignoranti, «e lui? S’è impiantato a Poggio Berni con moglie e figli, fa il cassiere al Conad e la casa gliela dan gratis con le nostre tasse: tombola! Sistemato». A dir la verità, ogni tot veniva anche a me di dar ragione a chi la pensava così.
Era ormai cotto a puntino, Dragoi, ma il Messia si era catapultato sulla Mini e non avevo visto di preciso come, però aveva liberato il pollo.
Poco dopo erano arrivati Balducci, Pigini e compagnia cantante. Pigini era in pigiama, e quand’era venuta l’ambulanza c’aveva ancora le sgommate del cuscino sulla faccia. Dragoi l’avevan subito attaccato alle flebo, quasi svaporava. Uguale il Messia. Poi via, dritti all’ospedale Infermi di Rimini.
Un mese e rotti al reparto grandi ustionati, eran rimasti. Dragoi me lo immaginavo avvolto mummificato nelle garze dalle tempie ai piedi, invece non s’è poi segnato granché. Campa come un signore, di tirar di coca non ha mica smesso. Immortale, si crede?
Jalal ne è uscito con le mani striate di grinze, ben gli sta. Però alla fine gli è convenuto: appena mette piede al bar dell’Angela, lei gli fa il caffè a gratis, e se lo volesse, anche il grappino gli farebbe. Io, i Cremini Algida che ho ingollato, tutti, li ho pagati, dal primo all’ultimo. Però a me han dato del finocchio, del succhiacazzi e a Jalal, del Messia. E invece ce lo doveva lasciare, Dragoi nella graticola. Ogni tot qualcuno deve pur tirar le cuoia. Le stava tirando uno che se lo meritava, era giusto così, ma niente.
Da piccolo, mi divertivo a prender una manciata di formiche e cacciarle in un barattolo di vetro. Poi lo riempivo, prima coi sassi e dopo con l’acqua. Alcune morivan subito, invece altre s’arrampicavano per provare a salvarsi. Per la prima che usciva viva dal barattolo costruivo una casetta con una scatola di scarpe, ci mettevo l’erba dentro, tipo moquette, un ditale d’acqua, pane sbriciolato e un cucchiaio di gelato, che le formiche van matte, per il gelato. E per finire, un giro di Domopak. Tutti i comfort.
A Dragoi è andata uguale: l’ha scampata, e adesso crede che Poggio Berni sia la sua scatola di scarpe.
Ma era stato gustosissimo da morsicare lo stesso, il legnetto di quel Cremino. L’avevo tenuto da parte, come un portafortuna. Dopo, a casa, l’avevo messo nel bicchiere dello spazzolino da denti. Lo morsicavo un po’, certe mattine, prima di andar al lavoro: nel passare con la lingua sui solchi lasciati dai miei denti rivedevo Dragoi bruciare. Le giornate partivan meglio, così.
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