di Ludovico Cantisani
“Sacro era mio padre / ma io non lo sapevo / Era sacro quando urlava / quando vedeva le partite / Era sacro e non lo sapevo”. Lungamente anticipato da post su Facebook e Instagram e in incontri col pubblico in giro per l’Italia, è da poco uscito per Einaudi Sacro minore, il nuovo libro di Franco Arminio che, in una successione di componimenti brevissimi, spesso ai limiti del distico, sembra tracciare la quintessenza del messaggio poetico dell’autore di Bisaccia. “Sacro è non perdere la timidezza”, si legge tra le pagine di Sacro minore, “sacro è soffiare insieme / sul fuoco delle storie / appena nate”. “Sacro è salutare con gentilezza / uno che ha in mano / la busta gialla delle radiografie”, ma sacro è anche “superare la paura / senza abbandonarla”. Tematiche ricorrenti nella poesia di Arminio, come il Sud e i rapporti amorosi, si concentrano nel giro di poche parole – “sacro è che esistano animali / che non hanno mai lasciato il cespuglio / dove sono nati”, o “sacro è il tuo candore / e come il mondo l’ha sprecato” – mentre tutta la raccolta poetica si concentra nello sforzo di compiere una riflessione eterodossa sul sacro, condotta da una prospettiva né laicale né confessionale.
I frammenti di riflessione che compongono Sacro minore riportano nell’orizzonte dell’editoria contemporanea italiana istanze di spiritualità personale che da un po’ di tempo erano parse diradarsi, dando spazio o al gossip a sfondo clericale alla Gänswein oppure a ondate di religiosità di importazione che saccheggiano l’immaginario orientale a scopi dichiarati di self-help. In questo breviario di definizioni sul sacro, Arminio raggiunge profondità non da poco sull’argomento più ricorrente e più evaso di tutta la nostra letteratura, come quando scrive che “sacro è chi sente l’urgenza / di allontanarsi da tutto / e di avvicinarsi a tutto”.
Certo, Sacro minore sceglie di mettere da parte l’originaria ambiguità del sacro, dal latino sacer, a sua volta proveniente da una radice indoeuropea ancora più oscura, che postulava la convergenza di sacralità e di separazione, di intangibilità e possibile maledizione. Ma anche questo è segno dei tempi: i rapporti ambivalenti tra violenza e sacro, e l’ancor più oscura convergenza tra sessualità e sacrificio, erano oggetto di apprensione misterica in un tempo in cui la religione collettiva e la religiosità individuale avevano ancora il loro peso e la loro pregnanza; adesso, tutto questo è finito, e il mondo, bene o male, nel bene e nel male, si è secolarizzato. Evitando le domande retoriche, evitando anche un certo atteggiamento da laudator temporis acti, il principale pregio di Sacro minore è proprio quello di porre una martellante indagine sul sacro nel cuore e dal cuore della secolarizzazione.
“Sacro è che se muore una formica / l’universo lo sa immediatamente”. Nelle pagine di Arminio, il sacro si disvela come bisogno insoddisfatto del contemporaneo, di questo mondo che non prega più, come diceva il ritornello di Radioattività dei Baustelle. Il sacro, ancora oggi, si lascia scorgere nella fragilità, nella piccolezza tanto cara ai vari Walser, Kafka, Canetti – “sacre le cose minute, minutissime / le sorelle dell’invisibile” -, il sacro permane e insiste anche nella ripetizione e nella fedeltà a gesti di cui adesso anche il signfiicato è arcano – “sacro se ti metti in ginocchio / anche se non credi a niente”. Poesia e religiosità si erano accompagnate reciprocamente sin dalle loro rispettive origini: in un frangente storico in cui tanto la religione quanto la poesia sembrano moribonde per non dire morte, la pratica dello scrivere in versi, abbandonate le rime, messi da parte i vaticinii, mantiene pur sempre un’istanza di spiritualità, che in questa raccolta si fa quantomai esplicita. “Sacro / è che vorresti rigare la vita / con la scrittura / ma la scrittura è un chiodo di pane / non scalfisce nulla / si sbriciola tra le mani”, si legge in uno dei passaggi più rivelatori di Sacro minore.
In un momento in cui nulla è sacro, tutto può tornare ad esserlo, sotto il giusto sguardo: “sacro è la grazia della vita ordinaria”, scrive sempre Arminio, “di cui ci accorgiamo solo quando arriva / una brutta notizia”. È secondario riscontrare quanto quest’ultima riflessione si possa riallacciare agli insegnamenti delle più variegate scuole di pensiero religioso, dal semper gaudete, sine intermissione orate, in omnibus gratias agite di san Paolo fino al chassidismo ebraico del Seicento, per tacere degli insegnamenti della spiritualità orientale. La forza delle parole – delle preghiere? – di Arminio sta esattamente nella sua volontà di trascendere specifici insegnamenti e specifiche correnti religiose, senza neanche proporre quel sincretismo che ogni tanto ancora affiora nel mondo della spiritualità d’accatto dei nostri giorni.
Ciò che sorprende di quest’ultima prova poetica di Arminio è proprio la sua collocazione, al tempo stesso immune da ogni tradizione e geograficamente calata in un determinato contesto, in un preciso dibattito culturale. Probabilmente è la poesia perfetta per l’era digitale – ed è un complimento. Tematicamente parlando, non è ardito avvicinare il Sacro minore di Arminio a una determinata genealogia di poeti e intellettuali che, nel secondo Novecento, all’indomani del Concilio Vaticano secondo verrebbe da aggiungere, si sono interrogati sul sacro, sulla sua fine, sulla sua permanenza: una galassia variegata di interpreti letterari dell’attualità che comprende nomi come quelli di Guido Ceronetti, Cristina Campo, anche Pier Paolo Pasolini in alcune celebri quanto discusse esternazioni, per arrivare, uno dei pochi contemporanei, fino ad Erri De Luca. Stilisticamente parlando, la poesia di Arminio traccia un versificare atopico, virginale, lontano da preoccupazioni metriche, tecniche, propenso a un concettualizzare preciso e fulmineo.
Nella loro brevità particolarmente lapidaria, le poesie che compongono Sacro minore sono perfette per essere condivise su social come Instagram – ma lasciano spazio anche ad una nudità della pagina particolarmente suggestiva. “Sacro è chi costruisce una culla / nel deserto, sul precipizio del nulla”, enuncia uno dei componimenti più belli della raccolta – anche le micropoesie di Sacro minore si pongono, graficamente ma non solo, al cospetto del bianco, di un vuoto, di una pausa, che è dato al lettore di prolungare o recidere, voltando pagina. Come aveva ben illustrato Elémire Zolla nella sua monumentale antologia sui Mistici dell’Occidente, la poesia a sfondo religioso spesso si era concentrata in una lode dell’ineffabile, in un’elencazione dell’indefinibile che nel quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto di Dante aveva trovato la sua prima e più cristallina definizione. In Sacro minore, rinunciando a cautelarsi nel riconoscimento dell’ineffabile, Arminio torna a una manifestazione ancora più autentica della poesia, poesia che si arroga il compito di nominare e circoscrivere le cose. Se a maggior ragione dopo il verdetto di Wittgenstein il sacro era entrato a far parte di quella costellazione di parole del nostro lessico di cui solo evasivamente e solo approssimativamente si dava definizione, Sacro minore propone una molteplicità di prospettive sul sacro tanto plurali quanto convergenti. È in questa audacia che si ritrova l’originalità assoluta di Sacro minore.
“Sacro è che siamo tutti appesi a un filo / e il filo non è appeso a niente”: questa è la verità a cui giunge Sacro minore, attraversando corridoi di ospedale e calanchi lucani, sfiorando sentenze bibliche non meno di professioni di ateismo. La chiarezza da tempo si era manifestata come una delle principali qualità letterarie di Arminio: chiarezza che qui si pone quantomai lontana dalla semplicità.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Sacra è la carta
“In un frangente storico in cui tanto la religione quanto la poesia sembrano moribonde per non dire morte”.
Non pare. Attualmente in Italia ci sono tanti bravi poeti. Quanto alla religione, se Lei Cantisani la identifica con quella cattolica, certamente sta diventando sempre più marginale, ma al contempo c’è tanta domanda e offerta di spiritualità. Che quest’ultima oggigiorno sia d’accatto è una sua opinione non argomentata.
“Oreficeria” e non oreficieria… Cmq, sarebbe meglio parlare di “oreficeria del banale” (o del “vuoto spinto del significante”, volendo restare in linea col titolo scelto) a cui anche questo articolo sembra genuflettersi come migliaia di lettori ipnotizzati dal guitto adattabile in ogni consesso e che non avendo letto altro in vita loro lo beatificano sui social e durante le inaugurazioni di supermercati dove è invitato a intrattenere il pubblico con le sue perle… https://pomeriggiperduti.home.blog/2023/03/20/fenomenologia-della-poesia-facile/
Non so cosa uno attenda di trovare in una poesia contemporanea. E’ vero che alcune cose sono banali in questo insieme di frasi volte a comporre un unico pensiero, ma io nella sua semplicità invece lo trovo davvero toccante. La poesia non sta forse in come sono scritti i versi, ma in quello che sono in grado si evocare. Il Sacro nel suo insieme è un pensiero soggettivo, il mio si avvicina molto al pensiero di questo scrittore. Penso che ci sia una sorta di stato di grazia nella dolcezza del ricordo che evoca, in questo minore che in questi tempi non fa più clamore. Un minore che definirei tradito dalla velocità dei tempi odierni, scartato e trasfigurato quando forse è il senso stesso della vita e dell’amore.