di Luca Todarello
Sulla copertina dell’edizione tedesca di Zona Cesarini di Kurt Lanthaler, tradotto in italiano da Stefano Zangrando per Alphabeta Verlag, compaiono un transatlantico, un pallone da calcio, una scimmia e l’immagine del campione italo-argentino protagonista del romanzo. A unire questi elementi è il titolo nella sua forma completa, Vorabbericht in Sachen der Zona Cesarini – “Relazione preliminare in merito alla zona Cesarini” – ridotto nella versione italiana al più neutro Zona Cesarini.
Lo strano oggetto letterario cesellato da Lanthaler si presta a una lettura di taglio quasi documentaristico, che indaga tanto la nascita del mito della “zona” del titolo – gli ultimissimi minuti di una partita in cui viene segnato un goal – quanto la vita, dentro e fuori dal campo, di colui che inconsapevolmente le diede il nome: Renato Cesarini, atleta dei due mondi e tra i più osannati “oriundi” del nostro calcio, all’epoca chiamati, con tutto quel che ne concerneva – ricorda Lanthaler –, “rimpatriati”. La scimmia sulla copertina tedesca è l’emblema dell’eccentricità del “Cè”, come viene soprannominato dopo il suo approdo alla Juventus nel 1929: “Scimmi” lo accompagna spesso nelle scorribande nei salotti della Torino perbenista degli anni Trenta, e fa già parte della sua vita quando nel 1931, contro l’Ungheria, il Cè mette a segno una rete – “la” rete della sua vita – all’ultimo minuto di gioco. L’etichetta è applicata per sempre sul suo smisurato talento.
Il motore della narrazione si accende con l’immaginario ritrovamento, in una vecchia scatola da scarpe, di alcune registrazioni su nastro: è la voce stessa di Cesarini a guidare il lettore in un viaggio dal sapore pienamente novecentesco. Come nelle più classiche storie di riscatto, le radici affondano nella povertà di un entroterra umile – in questo caso marchigiano, poiché Renato nasce a Senigallia nel 1906 – mentre i fiori della fama e della gloria sbocciano sotto un sole lontano, quello d’Argentina, dove la famiglia Cesarini approda all’inizio del secolo scorso, dopo un primo tentativo fallito: la nave scelta, la Principessa Jolanda, non superò nemmeno il varo nel 1907.
Qualcuno sta elaborando un dossier su Cesarini. Perché? Per il gusto filologico dell’origine di un’espressione entrata nell’uso comune dell’italiano moderno? Per scopi politici? Per pura cronaca sportiva? Lanthaler è implacabile nel colorare il testo con le tinte del postmoderno mantenendo però sempre ben definiti i contorni del soggetto raffigurato.
In Zona Cesarini c’è pochissimo calcio. Tantissima è invece la vita, sempre filtrata attraverso il prisma della letteratura, e la storia, che come diceva Montale lascia sempre «sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli»: in questi dettagli sta il succo di una vicenda come quella del “Cè”. La Buenos Aires in cui il piccolo Renato affina le sue doti atletiche e tecniche è quella delle mille lingue degli expats, dello stile di vita porteño, delle atmosfere fumanti e linguisticamente esacerbate fino al parossismo di un Gombrowicz, altro trapiantato oltreoceano. E poi c’è sempre l’Italia, prima vaga idea di un’origine che per il Cè cova ancora nel parlato sporco del padre Giovanni – un godibilissimo meticcio di campano, marchigiano e lunfardo incistati del grecanico della moglie –, e poi patria riacquisita dopo la follia della Juve che per portarlo nel campionato italiano ricopre d’oro il Chacarita Juniors di Baires.
La Juventus è quella del Quinquennio d’oro, che passerà alla storia per essere una macinatrice di scudetti grazie ai talenti di Cesarini, Felice Borel, Giovanni Ferrari, Luisito Monti e Raimundo “Mumo” Orsi, con il quale il Cè suona la chitarra in giro nelle sue notti bohémien. Cesarini si gode il suo essere al centro di un universo periferico – quello del calcio – sul quale si riflettono mondi ben più centripeti come quelli del ventennio, dell’emigrazione e, non da ultimo, del provinciale capitalismo italiano di marca Agnelli. Il Cesarini di Lanthaler è sornione con i detrattori e prodigo con gli ammiratori, è portato a credere che «lo che cambia segue a rimaner se stesso», come dice quando incontra Jorge Amado e ne dà resoconto in un fiume di ricordi. Non sa (o forse sì) che, a causa della sua posizione in campo in nazionale, è finito in un duello giornalistico fra Gianni Brera e Antonio Ghirelli; troppo difensivista secondo lo storico napoletano, il quale nella sua Storia del calcio italiano lo citerà erroneamente come «ex campione del mondo dell’epoca di Pozzo», anche Renato non ha mai disputato un mondiale.
Lanthaler racconta la vita di Cesarini senza una partitura. Basta seguirne il ritmo della scrittura, le sincopi linguistiche dei protagonisti e andare in controtempo rispetto agli anni narrati: il tempo, del resto, è relativo, se si vive abbastanza fuori dagli schemi, dentro e fuori dal campo. Basta dilatarlo, e allora «è tutto una zona Cesarini, come qualcuno ora la chiama, da quando hace due settimane – dice Cesarini – ho fatto quel goal contro l’Ungheria». Que viva il Cè.
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