Questo pezzo è uscito su la Repubblica.
Più che a un sistema di lineamenti aggrovigliati nella concentrazione, l’espressione di chi gioca a scacchi somiglia a un cratere. Qualcosa di contratto e di spalancato, un vuoto ruvido. Questa abissale concentrazione genera visioni. Davanti agli occhi del giocatore i pezzi si animano inventandosi una vita autonoma: i cavalli continuano a muoversi elusivi ma non sono più semplicemente i cavalli, le torri sono sì goffe e irruenti ma nel precipitare orizzontali da un’estremità all’altra sembrano esseri umani, mentre i pedoni brucano spazio e tempo un centimetro alla volta come più o meno accade a ognuno di noi, ogni giorno, da millenni.
Gioia, la protagonista di L’esperimento di Mauro Covacich (Einaudi), ha ventisei anni e gioca a scacchi. È brava, potrebbe diventare Gran Maestro. Partecipa ai tornei ma per guadagnarsi da vivere deve anche giocare in rete (il precariato dirama dappertutto). Le sue gambe non funzionano bene ma il suo sguardo è in grado di condurla dappertutto. Durante un blitz chess a Biarritz, per diciannove secondi Gioia scompare a se stessa. Poi torna in sé e vince l’incontro. Da quel momento le sue visioni – accuratamente annotate – diventeranno inseparabili dal resto della sua esistenza. Non reificazioni, oggetti di studio scissi; semmai compenetrazioni, scene alle quali il lettore del romanzo conferisce il medesimo livello di realtà dei capitoli in cui si racconta il legame di Gioia con il gioco, con il suo allenatore, con un giornalista del quale si innamora.
Nelle visioni di Gioia ci sono un re e una regina. Il re è vestito da rapper, ha un tutore al braccio destro, se ne sta chiuso in casa a studiare al microscopio l’opera occulta degli acari («pura e semplice vitalità limbica»). Quando – rarissimo – esce di casa osserva gli umani: «vede coliti spastiche, vaginiti, ernie discali, balanopostiti, vede herpes genitali, ragadi, sciatalgie, cervicali, ulcere duodenali, gastriti, riflussi esofagei». Un grumo di somatizzazioni, dolore coatto, vita quotidiana che se ne va via in scorie. Rinchiuso nel perimetro angustamente salvifico della sua casa-casella, il re è una Penelope maschio in attesa di un Ulisse femmina, la regina, narratrice di tutte quelle storie che la depressione del re tiene lontane. Eppure è proprio dall’umano, nella sua declinazione più feroce, che si genererà il cambiamento.
Leggere L’esperimento vuol dire muoversi lungo una diagonale irregolare, sinuosa, smarrendosi, raccapezzandosi (dove smarrirsi è un’esperienza ortogonale, raccapezzarsi un modo raffinatissimo di perdere la bussola). Ciò che leggendo si determina è la piccola immensa scoperta che le nostre visioni ci guardano. Esiste cioè una concentrazione tramite cui è possibile essere pensati da un nostro pensiero, essere immaginati da una nostra immaginazione: riconoscere questo cortocircuito come misura naturale delle cose non è un’anomalia, rivela piuttosto qualcosa che appartiene strutturalmente alla nostra esperienza.
Affinché il cortocircuito si produca serve una zona d’innesco delle tensioni e dei conflitti, uno spaziotempo ipersensibile. Una scacchiera. Per esempio quella della lingua. La scrittura di Mauro Covacich è nitida, acuminata, geometrica e selvatica. Le sue frasi posseggono un connotato metallico, la duttilità saldissima di una materia che conduce elettricità e calore.
Anche per questo L’esperimento non è un romanzo sugli scacchi. È semmai un romanzo con gli scacchi: attraverso gli scacchi. Vale a dire che gli scacchi sono il tema apparente; non il fine della narrazione ma un mezzo utile perché mitemente spietato, uno strumento cannibale (e autotrofo) che divora chi si azzarda a collocarsi da una o dall’altra parte di qualcosa – appunto la scacchiera – che non è di legno né di nessun altro materiale solido; una scacchiera è fabbricata con la materia silenziosa e febbrile delle sabbie mobili: è un equilibrio tra geometria e bicromia che non ambisce ad altro se non ad assorbire, inghiottire, conglobare.
Domanda a chi la affronta di farsi visionario e, attraverso ciò, a sua volta visione.
La stessa domanda che geometricamente, selvaticamente, la letteratura ci pone.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
