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Un’auto-antologia generosa, eloquente, che sa divertire trascinando il lettore lungo tempi ormai trascorsi ma ancora ben presenti: Guardaroba di Maria Concetta Petrollo Pagliarani, uscito per Zona Editore con una nota di Loredana Magazzeni, è un elogio de la joie de vivre contemporanea che, in più di quarant’anni di scrittura, raccorda il passato con il vivo brusio del presente, rievocando memorie effettive o il senso del ricordo anche in chi a quei tempi non c’era. Un’opera che sollecita o solletica riflessioni sul modo di vivere degli intellettuali e degli artisti dell’Italia postbellica.
Una raccolta di libri che si mostra coesa e corposa tra poesie e brevi prose, tra metrica e versi liberi, tutti raccordati da un punto di vista personale ma in costante dialogo con il lettore.
Una femminilità consapevole che ratifica e conclama il proprio io all’interno della società.
Una poesia che a tratti mostra una inclinazione iper-semantica, fondata su assonanze e consonanze (non a caso, la prefazione di Sonetti e stornelli del 1984 è di Amelia Rosselli), a tratti utilizza molte metafore evocative (come nella raccolta-poemetto Recitativi d’amore e altre poesie del 2013 con la prefazione di Maria Grazia Calandrone) ma, in altri casi, è una scrittura piana, colloquiale, “onesta” secondo la preziosa lezione di Saba.
Come sottolinea Magazzeni, sia nella poesia che nella prosa, Petrollo riversa tutta la sua energia, la sua “mente orgogliosa”, la sua esperienza presentata con la lievità piena ed elegante dell’ironia, della nostalgia, del contegno di chi non smette di riflettere su ciò che è stato, guardando però sempre al futuro.
Le figure femminili, come la madre e la figlia, si alternano e si mischiano, rappresentano la coesistenza del passato e del futuro in un presente che è un continuum esistenziale, anche attraverso simboli semantici come latte e sangue mestruale.
Proprio il tempo è il topos ricorsivo fra le opere, un tempo vissuto con saggezza, e con saggezza riconsegnato alla memoria artistica attraverso scorci storici di fatti privati o immaginari ma verosimili che trattengono il cuore delle cose nel perpetuo cambiamento socioculturale della vita.
I giochi di parole si compiono in giochi di suoni, assonanze, consonanze, omoteleuti, rime, nei diminutivi e nei molti vezzeggiativi che impreziosiscono il dettato rendendolo lieve, brioso: un linguaggio brillante e lieto sembra ballare lungo i versi.
“volgano alla danza il precipizio” è un auspicio, un progetto e un combattivo calembour contro le avversità della vita.
Cose, posti, oggetti, cibi diventano non solo correlativi oggettivi volti a stimolare determinate sensazioni e a riprodurre ricordi indiretti (proprio secondo la lezione di Proust), ma anche veicoli per ingaggiare nel lettore quella compartecipazione necessaria all’empatia.
Eppure, in questa lievità ci sono moltissimi riferimenti alle difficoltà del femminile, agli spigoli della società, a tutti i “dover essere” etero-imposti e ingiusti, perfino all’interno delle formule apparentemente fiabesche che l’autrice adopera con un accento scherzoso e sottilmente sarcastico.
Il romanesco, come variante linguistica introdotta in un linguaggio che fonda la sua identità proprio nella capacità di variare, irrompe nel discorso complessivo dell’opera con una certa continuità con le prose: è come una differenziazione linguistica che viene operata immettendo brevi dialoghi e formule popolari che evocano situazioni lontane e comuni, collettive, riconoscibili da tutti.
La poesia è anche il veicolo a cui affidare il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. L’intimità familiare e sentimentale diventa una zona franca in cui poter riflettere sulla vita, sul mondo, sulle cose proprio a partire dai quadretti di esperienze vissute, dall’immaginario più prossimo al reale, da flash di ricordi che teneramente conducono a speculazioni esistenziali.

Dal dettaglio minimo, paesaggistico, urbano o di viaggio, si dipanano i pensieri e le emozioni più disparati come nelle pennellate di un quadro impressionista che si muove per stimoli interiori, suggestioni, ombre fuggenti. C’è un sottile e silenzioso dialogo tra l’io e le cose, animato dalla coscienza, dal filtro dell’intuito, da quella consapevolezza (e cioè esperienza) del mondo che tra i versi emerge per rimandi appena accennati eppure molto efficaci.
Il lutto, come improvvisa mancanza degli affetti fondativi della vita, viene posto in modo creativo, vitalistico, di continuità fisica e letteraria, con una chiave sempre diversa e sempre commovente, pur senza patetismi o l’inutile nostalgia passatista di chi, troppo rivolto al tempo trascorso, non riesce a scorgere la luce del futuro.
Le poesie dedicate al nipotino sono un tripudio di ironica tenerezza, un inno alla vita in cui una “giovane anziana” e un bambino nei suoi primi anni di vita si incontrano in un frangente reale eppure fuori dal tempo, come se tutto fosse possibile con le bizzarrie meravigliose dell’amore, supportato dalla volontà dell’io e, naturalmente, dalla poesia.
È la volontà che fa vere le cose, che rende raggiungibili i desideri, che crea memorie e insegnamenti, ed è ciò che più traspare sia dalle poesie che dalle prose come memoriali, opere che suggeriscono – pur senza imporlo – un modo identitario e personale di pensare, di stare al mondo, di affrontare le difficoltà con la stessa caparbia con cui si accolgono le gioie.
Le poesie si trasformano, diventano lettere, ricordi, dediche, riflessioni, digressioni, preghiere, approfondimenti, aforismi, calembour, haiku, quadretti aneddotici di valore storico-sociale, oltre che affettivo: ecco che la poesia dimostra il suo carattere plastico, di adattabilità linguistico-contenutistica, di estrema continuità temporale ed emotiva.
In questa auto-antologia è contenuto tutto il senso del glamour pacato, italiano (Silvio Raffo scrive della “sostenibile leggerezza del glamour” a proposito di Dorothy Parker, autrice estremamente diversa per vita, contenuti ed esiti artistici da Petrollo, eppure similmente acuta nel ricondurre un’apparente frivolezza all’analisi sociale più dettagliata e spietata – si ricordi che si sta parlando, tuttavia, di società completamente diverse, tra America dell’inizio del Secolo Breve e Italia di metà Novecento). Un glamour nostrano, appartenente a quella borghesia colta e realista, cinica quanto bastava per essere stata almeno parzialmente predisposta al cambiamento seppur sempre in modo vigile e critico, che ha influenzato con i suoi apporti culturali e comportamentali – arricchendole – le sorti della nazione, nonché del panorama sociale italiano.
Volontariamente, in questa nota, solo nella parte finale si è scelto di menzionare il rapporto tra Cetta Petrollo e il marito Elio Pagliarani, uno dei nostri più grandi poeti del Novecento: l’intenzione è quella di dare il maggior risalto all’autrice a prescindere dalla sua storia e dal suo costante impegno per la poesia, dimostrato tutt’oggi con l’Associazione Letteraria Premio Elio Pagliarani e la Biblioteca omonima, sita in Roma. Un rapporto, quello con Pagliarani, indimenticabile e imprescindibile, che emerge in quasi tutte le sue opere. Menziono le parole della stessa autrice, a riguardo dell’influenza del marito sulla sua scrittura, in una nostra intervista consultabile all’indirizzo https://www.iltalentodiroma.com/2024/06/24/cetta-petrollo-pagliarani-guardaroba/: “Quello con Elio Pagliarani è stato l’incontro decisivo: Elio dialogò con me sulla poesia, sui suoi versi- io ero solo la sua assistente – mi chiedeva, ad esempio, quale delle versioni di un verso io preferissi e, con l’esempio, mi dimostrava che la scrittura poetica non era fatto intimo e nascosto, come fino a quel momento avevo creduto, ma poteva essere fatto pubblico e dialogico.
Esperienza per me profondamente formativa.
Certo c’è la magia dell’ispirazione, ma quello che viene dopo, il lavoro artigianale, è radicato nel contesto e del contesto fanno parte i linguaggi che ci attraversano, non solo quelli letterari ma quelli della vita.
Da Pagliarani ho imparato che si può scrivere poesia su tutto, non solo sulle rose e le viole ma anche sugli inciampi quotidiani: questo mi sono proposta e, da questa mia convinzione, è nato, ad esempio, il sonetto sull’allattamento, non credo che esistano molte poesie sul tema”.
Guardaroba è un invito a frugare in questa enorme vastità di esperienze, fatti veri e immaginari, racconti e ragionamenti in cui si può trovare di tutto, tutto insieme, proprio come nell’armadio di una madre o di una zia in cui poter scovare cose inimmaginabili.
Guardaroba è uno scrigno o un baule in cui, cercando cercando, è certo che tutti possano trovare qualcosa di sé, qualcosa che si era sperduto nelle ombre degli altri che, assieme alla propria, ne formano una sola.
Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.
