“Viviamo in una fase di transizione verso qualcosa, senza avere idea di cosa sia questo qualcosa né come ci arriveremo”.
Con Tagliare il nervo (trad. Amaranta Sbardella, Nottetempo) la giornalista, scrittrice e documentarista catalana Anna Pazos si interroga sulle ragioni di un’erranza senza rimedio, un’irrequietezza, associata alla percezione di un nervo scoperto, che l’ha portata, appena ventenne, a cambiare continuamente luogo, sulle tracce del senso del vivere.
I luoghi attraversati – Grecia, Israele, Turchia, Emirati Arabi, Paesi Bassi, Spagna e Stati Uniti – generano un continuo confronto con paure e insicurezze, prospettive di ridefinizione e visioni nuove sulle questioni sociali e politiche del presente. In un memoir intenso, Pazos si interroga sulla labilità delle relazioni, sulle incognite della professione, sul rapporto con la scrittura, sulla deriva di una generazione.
L’Erasmus in Grecia del 2012 rappresenta il primo confronto con un senso di decadenza e caos. La “bruttezza irredimibile” di Salonicco traduce un approccio al quotidiano marcato dall’ozio, tra pomeriggi interi trascorsi a fumare sul divano dell’appartamento condiviso in via Agiou Dimitriou 96, o a perdersi nella città, a pranzare gratuitamente in mensa, a andare ai rave all’Università di Lettere e alle feste del Politecnico o a partecipare agli scioperi.
L’appartamento era come la città, un caos che avanzava inspiegabilmente in un’inerzia precaria”.
La formazione emotiva si fonda su rapporti simbiotici e totalizzanti che crollano in modo apparentemente inspiegabile, come con l’amica Dafni, lasciando un senso di precarietà e di impotenza, associata alla sensazione di trovarsi davanti a un cratere fumante che diventa una voragine oscura che “succhia la voglia di vivere” a chi si sofferma a guardarlo. Ogni luogo vissuto da Pazos si lega a esperienze che forgiano la visione dell’esistenza di chi passa il tempo a sperimentare i propri limiti, a scoprire la propria natura indifesa e affascinata dall’ignoto. E se nella Grecia riconosce un’allegoria dell’inferno, l’arrivo in Medio Oriente porta Pazos a confrontarsi con la complessa dimensione urbana. Studia le stratificazioni e le divisioni sedimentate nella società e riconosciute a Gerusalemme e a Tel Aviv in particolare; indaga il contrasto tra l’immediatezza frenetica del quotidiano e le radici millenarie; riconosce un limite interiore nello scrivere della Palestina; associa il lutto non a una retta ascendente, bensì a “un’accozzaglia che saliva, scendeva e a volte tornava indietro fino alla casella del via”.
L’esperienza a Israele a ventitré anni durante la quale tra il 2014 e il 2015 Pazos collaborò con Haaretz e The Jerusalem Post, porta la giornalista a denunciare la “freschissima sicumera di quegli stranieri che non riuscivano neppure a pronunciare la parola Israele”. La sua convinzione iniziale era quella di avere l’opportunità di compiere un’esperienza professionale e umana travolgente, in grado di ridefinire certezze. Arriverà ben presto a arrendersi a un senso di incompiutezza e di impossibilità nel tradurre nella scrittura lo spaesamento e lo smarrimento vissuti durante il soggiorno a Gerusalemme.
Quando vi ero arrivata, credevo di avvicinarmi al nocciolo di qualcosa mentre, in realtà, stavo facendo scivolare via il tempo prima di affrontare le questioni centrali della mia esistenza.
Ogni nuova scoperta e consapevolezza – dagli studi femministi compiuti a New York, alla scrittura di un saggio considerato ottuso e precipitoso, alla ricerca di risposte sull’esplosione del #MeToo – si lega a vicende intime rivelatrici, che contribuiscono a definire una peculiare educazione sentimentale. Pazos compone un mosaico di storie emblematiche nell’innescare riflessioni sul peso dei vincoli di sangue; sui legami elettivi; sul significato dell’amore; sulla sessualità vissuta con spirito ludico, libera da ambiguità e pericoli; sul ripiegamento nella farsa quando si sperimenta nelle relazioni una “tregua codarda della vita vera”. Un’analisi che passa attraverso lo studio della violenza: l’incapacità di riconoscerne la presenza nel vissuto personale si ripercuote nel modo di avere a lungo legittimato la propria importanza quasi unicamente sulla base di un’approvazione maschile.
L’opera studia il cambiamento, si rivela un’intensa riflessione sui compromessi attuati nella percezione di impossibilità di garantirsi coerenza, resa anche nell’attenzione estrema per dettagli portatori di significati assoluti, come i beni sopravvissuti agli innumerevoli traslochi tra cui tre candele chassidiche, un ritratto dei nonni e due libri di poesia di Leonard Cohen e Federico García Lorca. Le pagine dedicate alla parentesi newyorkese palesano “l’idillio contorto” generato da pratiche che favoriscono la crudeltà nelle relazioni, acuiscono lo stato di panico, generano la ricerca di una compensazione continua, di un’alienazione dal proprio tempo.
Si fa fatica a capire dove finisce la noia e dove cominciano le droghe.
Ogni euforia e ogni disincanto contribuiscono a ridefinire la visione del presente dell’autrice, acuita dalla sensazione frequente di trovarsi invischiata in un’indeterminatezza e in un’instabilità ineludibili, generatrici di una dipendenza perversa verso l’altro, destinata a ridursi a un’imitazione verosimile e subdola della fascinazione e del desiderio.
Chiunque empatizza con l’attimo concreto della disillusione, con lo scossone che ha inizio nel corpo e si trasmette agli oggetti attorno, facendoti dubitare del terreno su cui poggi i piedi e di tutto ciò che fino a quel momento ti è sembrato palese.
Centrale nell’opera l’indagine sul corpo, che diventa l’oggetto dei continui esperimenti messi in atto dalla protagonista nell’osservare su di sé gli effetti delle privazioni e, al contempo, nell’elaborare il proprio disagio: è la misura esatta di un disfacimento anzitutto interiore, colto però quando ancora non è irreversibile. Un’indagine sul corpo che si collega anzitutto a un’irrequietezza ignota, nel continuo travalicare del razionale nell’immaginario. Il racconto delle esperienze compiute dall’autrice marca le tappe di una graduale scoperta di sé, dal proprio modo di percepirsi all’interno delle relazioni all’attestazione di paure radicate come la solitudine, la mediocrità, l’insignificanza. E per cercare di eluderle, Pazos accoglie ogni esperimento di un quotidiano costantemente stravolto negli spazi e nei luoghi, compiendo attraverso la scrittura di sé l’istantanea di una generazione e, insieme, un autoritratto che non cede alla celebrazione.
Riserva una profonda onestà nel racconto del cinismo da cui non è rimasta immune nel muoversi come giornalista alla ricerca di notizie in compagnia di un amante fotoreporter con cui si rifugiava in hotel di lusso dopo intere giornate a immortalare la disperazione dei migranti a Smirne.
A più riprese l’autrice, che negli anni ha collaborato anche con El País, La Vanguardia, Jacobin e Le Monde diplomatique, denuncia le dinamiche distorte all’interno delle redazioni giornalistiche ai danni di stagisti carichi di aspettative sulla professione –“È difficile studiare Giornalismo e rispettare se stessi”–, pur riconoscendo di sentirsi a sua volta scollegata dalle problematiche della contemporaneità, con un perpetuo senso di fallimento che in tale oscillazione verso la depressione prelude all’insignificanza.
L’angoscia e il senso di assurdità accomunano esperienze radicalmente opposte, dal senso di isolamento urbano provato a New York (metropoli definita “scenografia progettata per la fuga”), all’esperienza sessuale alla House of Yes nella sensazione di una grande finzione di felicità in un surrogato di realtà, all’esperienza di navigazione condivisa con un piccolo equipaggio. Proprio tale esperienza riserva le pagine più ispirate del memoir, in cui Pazos definisce la navigazione l’unica attività all’apparenza monotona ma capace di generare tensione e produrre situazioni potenzialmente letali: l’osservazione di una distesa marina sconfinata durante i turni di guardia notturni amplifica l’apprensione nel dover mantenere la rotta e lambisce un panico oscuro, associato alla descrizione del vento che logora il sistema nervoso.
La prosa abbandona l’adesione a una stretta cronologia degli eventi, per seguire i percorsi tortuosi di un assillo, di un dolore malcelato, di una rivelazione, che passano attraverso la storia di famiglia, le speranze del bisnonno nel lasciare il povero paesino della Coruña alla volta di Cuba, le consapevolezze letterarie fondamentali grazie alla scatola di libri ricevuta al compimento dei diciott’anni.
A definire un ordine nel caos della propria esistenza e a misurare e valutare l’esperienza di vita intervengono le visioni poetiche di Reinaldo Arenas, considerato da Anna Pazos come il riferimento primario: “Nessuno riesce a rappresentare quanto lui la letteratura come correzione di una realtà ordinaria, l’immaginazione come scudo contro l’autoritarismo, e la creazione come vendetta postuma”.
Lo sguardo della scrittrice intravede un ordine interno e fa convivere la presa diretta sulla marginalità con la traduzione narrativa e a tratti lirica del valore della libertà e del senso del vivere, in una narrazione conturbante dove l’accento sulle ossessioni esaspera il reale e ne offre una raffigurazione a tratti grottesca.
In un frequente cambio di registro da intimistico a giornalistico, la prosa traccia i percorsi opachi di un’afflizione. Il tormento e l’incertezza attanagliano chi come l’autrice osserva la propria esistenza con distacco, riconoscendo nella sua adolescenza un’abbondanza placida “incompatibile con l’epica della creazione letteraria”. L’analisi dei meccanismi sentimentali mostra la difficoltà a riconoscere di aver introiettato a lungo i desideri altrui, condizione che porta a perpetuare schemi ricorrenti come la proiezione di fantasie selvagge su persone appena conosciute che, dopo un’impellenza istintuale, si risolve in un’infatuazione presto spenta nella repulsione o nell’oblio.
Il rilievo di Tagliare il nervo risiede nel tradurre narrativamente un logoramento sociale e storico con una prosa che riesce in modo sapiente a posarsi lieve su grandi drammi e allestire il reale con toni cupi e luminosi insieme. In un sapiente gioco al contrasto, Pazos celebra la necessità salvifica dell’incoerenza tra continui ingrandimenti che strutturano il personale racconto dell’inerzia del presente a cui contrapporre furenti tentativi di insurrezione.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
