Quando si scrive di Francisco Tario si pensa immediatamente all’ignoto, anche quando lo si legge, naturalmente. L’ignoto come luogo immaginario dal quale si viene attratti e spaventati, verso il quale proviamo una curiosità magnetica piena di slanci, dubbi, colori, vuoti d’aria, buchi, scienza, fantascienza, fantasia. La fantasia di chi ha scritto, la fantasia di chi legge. Tario è generatore di vortici, di cornici concentriche, specchi convessi, universi paralleli e universi che si propagano all’interno di una sola stanza, di una sola storia.
Diciamo con semplicità mistero, lo accettiamo, ci rendiamo complici, amici dell’incubo peggiore, siamo disposti a scivolare con un piede in un sogno che attrae verso il basso. Prendiamo spinta e coraggio dalle parole, dalle singole frasi, dalla loro disposizione, da come sono e si muovono i personaggi. Ci predisponiamo al niente, perfino alla morte e ai suoi retroscena. Tutto questo mentre leggiamo. Accade perché la tecnica narrativa di Francisco Tario è perfetta, accade perché noi di questo scrittore messicano, che è stato anche un buon portiere di calcio ci fidiamo. Così come il difensore confida nel miracolo del portiere, che la sua mano sia l’ultima speranza. Dove il difensore chiama mano, noi chiamiamo penna e leggiamo. Dopo essere impazziti di gioia per Fra le tue dita gelate, esultiamo di nuovo per questa nuova raccolta di racconti di Tario, edita sempre da Safarà, tradotta da Raul Schenardi: La settimana scarlatta.
«Che devo fare adesso? Dove devo andare? A chi ricorrerò? Contro chi posso protestare? Solo, in mezzo a questo inferno che mi divora, a malapena riesco a scrivere. Ma scrivere, oggi come oggi, è la mia unica consolazione, la mia unica compagnia, l’unico senso di questa mia vita orribile e odiosa».
Il sottotitolo recita e altri racconti infestati. Sì, ma da cosa? Personaggi inquietanti, polke forsennate, transatlantici pieni di oscure presenze, fantasmi e i loro cacciatori. Infestati però anche da noi lettori, che diventiamo ulteriori presenze del teatro dell’assurdo che inventa Tario, perché quel teatro somiglia alla vita, e la polka forsennata è data dal ritmo che ognuno di noi sceglie per indovinarne il tempo.
«Lo stesso odore, lo stesso perverso scricchiolio di quel quinto scalino. E dopo il corridoio».
Il racconto La polka dei Pretini ci mostra un confine, una linea, l’ideale passaggio dalla vita alla morte, ma in realtà questa frontiera è presente anche negli altri racconti, snocciolata, sbriciolata, diluita in maniera diversa, cambia la forma, cambia la struttura. In Tario però tutto è fluido, tutto è destinato a scorrere e a far ridere contemporaneamente al far provare paura.
La storia che dà il titolo al libro affronta il tema del sogno, qua il confine è tra veglia e sogno e l’essere, l’io è destinato a spezzarsi in parti uguali, c’è un io al di qua della frontiera, un io dall’altra, quasi come i gemelli di Kristof. I fantasmi si muovono pressoché in tutti i racconti, sgusciano da un finale a un incipit, ci sorridono, ci ululano saltando fuori da un armadio, ci ricordano tutte le volte in cui somigliamo a loro. Per Tario il fantasma c’entra poco con le oscure e vecchie e tradizionali dimore, parecchio, invece, con supermercati, case minime, piccole sciagure del quotidiano.
Le cose succedevano così in modo semplice e spontaneo.
Siamo disposti a credere ai fantasmi e quindi in noi? Ci domanda Tario. E ancora: siamo disposti ad accettare questa vita così com’è? Infestata di scheletri, di morti che ci guardano e ci coprono le spalle, di demoni e raggi di sole? Siamo disposti, rispondiamo e sprofondiamo nelle storie perché la letteratura fantastica quando funziona, quando riesce sa portarti lontano negli inferi e nelle galassie, ma sa anche farti ridere, prendere per mano il grottesco, spiegarti la realtà meglio di ogni cosa.
I fantasmi ci somigliano e cambiano in queste storie perché cambia il nostro modo di osservarli. Leggendo Tario, ci si conceda l’illustre esempio, diventiamo tutti Eduardo De Filippo quando in Questi fantasmi si tira la giacca da solo – impressionato dalla possibile presenza di fantasmi o di qualcosa del genere – ed esclama: Lassa, lassa. Lascia, lascia, diciamo a Tario, ma solo alla fine, solo quando almeno un brandello della nostra giacca è stato strappato.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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