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È il 7 ottobre 2007. Sono le 11 di sera. È First Avenue. Sono le strade alte di Manhattan, dalla 90^ alla 60^. Una passeggiata. Un certo numero di sliver, i grattacieli smilzi, con una base non più larga di 40 metri. L’intermittenza delle luci negli appartamenti. Domenica sera. New York Times della domenica, l’ultimo dinosauro della carta stampata da cui s’impara davvero qualcosa. Un uomo davanti a me cammina lento, gravato da un doppio fastello di oggetti che non riconosco. Mi avvicino sempre di più. Sulla spalla destra l’uomo porta uno, due, forse dieci cerchi di paglia da mobilio: sembrano hula hoop. Sulla spalla sinistra dell’uomo oscilla un fascio di piccoli cilindri in legno: sembrano parti di bastoni o gambe di tavoli – una pertica tagliata da un machete metronomico. Rallento per tenerlo davanti a me. L’uomo ha i dreadlocks. Si è fermato. Immobile. Lo osservo. Non c’è nessun altro. Solo taxi e auto. Lascia cadere entrambi i pesi come le persone cariche di borse della spesa, simmetria e scioglimento. S’inginocchia. Scioglie il fascio di paglia. Si siede per terra. Inizia a riavvolgere, annodare, incastrare. Ha un taglierino o qualcosa di simile. Mi appoggio all’angolo di un edificio su cui c’è una targa in finto bronzo. Passa qualcuno. Lo evita. Lo guarda. A volte lo saluta. A volte capisce cosa sta facendo. L’uomo sta costruendo una sedia. Le gambe stanno in piedi. La paglia s’intreccia a una velocità sorprendente. Lo schienale somiglia a un vero schienale. È passato un quarto d’ora. Sul New York Times della domenica c’è un articolo sul nuovo film di Todd Haynes – una sorta di reportage multiplo e finzionale intorno alla maschera pubblica di Bob Dylan. Gli artisti pop si misurano anche sulla qualità delle cover. Rimango attonito davanti a questo oggetto. Come si mette al mondo qualcosa. Questa cosa procede verso l’alto di minuto in minuto. Ora è al livello delle ginocchia, poi dei fianchi, infine diventa una vera sedia – oggetto su cui sedersi, riposarsi, appoggiarsi. L’uomo prende le distanze. Due passi indietro. Poi di nuovo vicino. La consistenza della sedia. Si gira. Non so se mi sta guardando o si sia accorto di me. Non sembra interessato. Semplicemente, con unico gesto, si lascia cadere all’indietro: ecco, la schiena batte contro lo schienale. Tutto sembra naturale. All’improvviso inizia a gridare con le mani a megafono e la testa in tutte le direzioni – sellin’a’chair!, sellin’a’chair!! sellin’a’chaiiiir!!! sellin’a’chaaaaair!!!!

Un’ora dopo sono davanti alla tastiera, pronto a mettere per iscritto alcune ragioni intorno a uno slogan. Lo slogan è: i Radiohead sono il gruppo più importante del pianeta.

Di fronte al grandioso, potente, rilevante fenomeno pop non si possono più fare una serie di cose. Non si può fare della sociologia. Non si può fare della fenomenologia. Non è tanto interessante fare della critica. Non è tanto sensato fare della cronaca. Si possono fare principalmente due cose. La prima – fare della musicologia tradizionale, coi dovuti arrangiamenti del caso. La seconda – fare della filosofia, coi dovuti arrangiamenti del caso. Immagino ce ne sia una terza, dev’esserci, e immagino che debba competere a me. Non so se sono competente. Sono uno scrittore. Uno scrittore è qualcuno che ha appoggiato la membrana della memoria su quella dell’acume, e la membrana dell’esperienza traslata su quella dell’esposizione immediata. Se sono qui, se sono arrivato a questo punto, è perché credo che si possa fare qualcosa che non sia musicologia e non sia filosofia, e che sia meno intelligente e affidabile di entrambe – ma sia qualcosa a cui relazionarsi con manualità umana. Un oggetto ermeneutico, perdonate davvero l’espressione, in grado di riconoscere alcuni tratti del testo che sono le canzoni dei Radiohead, e che si faccia riconoscere dagli ascoltatori delle canzoni dei Radiohead come un intermediario non inquietante. La musica pop è uno dei fenomeni decisivi della nostra vita. Della mia vita di sicuro. Se dovessi buttare giù la lista dei nomi delle associazioni vittime del terrorismo o la lista dei pezzi sul mio iPod, non avrei esitazioni. Se si parla di interpretare, di provare a dare un senso ai segnali provenienti da quella lista – dell’iPod – credo sia urgente stabilire delle coordinate avanzate e insieme accettabili. Non abbiamo più bisogno di robot oracolari. Abbiamo bisogno di messaggeri emotivamente dotati. Ecco perché si conosce meglio la musica pop, a questo punto, compulsando con passione e dolore, fastidio e ossessione, un sito come www.songmeaning.com piuttosto che in molti altri modi. (Si tratta di un forum minimale e molto basico, ma con un che di enciclopedico ed esaustivo, in cui i partecipanti commentano i testi delle canzoni facendo proprio quel che inorridisce i musicisti durante le interviste: chiedendosi a vicenda di cosa parla questa canzone?)

Vorrei partire con due esempi molto efficaci di ciò che cerco di evitare. Di ciò che altri fanno già così bene che non vale la pena replicarlo. Il primo è un testo di Alex Ross, il critico di musica colta del New Yorker, apparso all’indomani dell’uscita di Kid A. Il secondo è un testo pubblicato su una delle migliori riviste letterarie degli ultimi anni, n+1, scritto da uno dei curatori della rivista, Mark Grief. Il primo, intitolato The Searchers, è un reportage musicologico dal fronte dei Radiohead alla svolta del secolo. Il secondo è un ponderato, agitatissimo affondo su che cosa significa produrre pensiero a partire dalla musica pop – sulla necessità che, come Adorno con Mahler e Schoenberg, qualcuno svolga attività teoretica intorno al pop. E visto che i Radiohead sono il gruppo più importante del pianeta, e il pianeta è immerso irrimediabilmente nel pop, e però i Radiohead sono così avanzati e accessibili che costituiscono un caso di studio ideale, alla fine del cerchio succederà che l’intermediario non-inquietante coincide col soggetto di cui si sta parlando, e che forse la terza via a cui accennavo è soltanto un piano ammezzato fra le due iniziali, e che forse tutto quello che sto scrivendo è uno sforzo inutile, perché in realtà l’uomo per colpire la musica – per farsi colpire dalla musica – ha bisogno di due cose soltanto: un minimo di esperienza su cosa succede quando si produce un suono intenzionale e un minimo di esperienza su cosa succede quando si produce un frammento di vita non intenzionale.

Ecco come scrive Alex Ross… “A spalancare ai Radiohead le porte del successo è stata una canzone intitolata Creep. È diventata famosa in tutto il mondo nel 1993, quando il grunge era ancora agli apici del successo. Le parole della canzone esprimevano la rabbia autolacerante propria di una folla che si sentiva sconfitta: ‘You’re so fucking special/I wish I was special/but I’m a creep’. (Tu sei così maledettamente speciale/anch’io vorrei essere speciale/ma sono disgustoso). La musica era modellata sulla base delle canzoni dei Pixies, tipo Where Is My Mind?: arpeggi grandiosi, ma anche raffiche di chitarre elettriche. A collocare Creep lontano dalla musica grunge dei primi anni Novanta è stata proprio l’enfasi di questi accordi – in particolare il solenne passaggio dal Sol al Si maggiore. Non importa quante volte ascoltate la canzone, il secondo accordo continua a fluttuare magnificamente fuori dal sound. Le parole diranno anche ‘sono disgustoso’, ma la musica suggerisce ‘sono maestoso’”.

Ed ecco come lavora Mark Grief: “Più cerco di stabilire perché la musica dei Radiohead funziona, e per esteso perché funziona tutto il pop, più mi appare evidente che l’effetto del pop sui nostri ideali e le nostre azioni non è assolutamente quello di avere un effetto. Io credo, piuttosto, che il pop ci permetta di conservare dentro di noi cose che abbiamo già pensato, senza aver necessariamente provato il bisogno di esprimerle, e di preservare certi sentimenti che siamo riusciti a penetrare solo in modo intermittente, e con forme diverse, come la musica mescolata alle parole, una forma in cui il lato razionale e quello emotivo sono meno divisi. Credo che le canzoni ci rendano più forti, ci permettano di lasciarci andare ad azioni particolari, anche se da una canzone non inizia mai nulla. E le singole canzoni, o i gruppi che ci piacciono, determinano gli ideali che siamo in grado di conservare e di far rivivere, le azioni che possiamo preparare – e quali saranno le canzoni e i protagonisti che daranno forma alla nostra futura esperienza privata, dipende da un’alchimia tra il nostro vissuto e l’arte stessa. Il pop non è né uno specchio, né il test Rorschach, in cui possiamo guardare e vedere esclusivamente noi stessi; e non è nemmeno una lezione, una poesia interpretabile, o un semplice atto di comunicazione definitiva. Insegna qualcosa, ma solo stimolando e preservando cose che noi abbiamo già cominciato altrove. Oppure prepara il terreno a nuove scoperte che avverranno in quell’altrove – il più delle volte una conoscenza che non avremmo mai ‘raggiunto’ diversamente, a meno che non fosse stata narrata, e poi fatta rivivere più volte dentro di noi, tramite questo mezzo”.

Dunque. Come suggerisce Auto da Fè di Canetti, abbiamo il mondo, e la testa. La testa cerca di comprendere il mondo, che fa di tutto per sfuggire alla testa. In mezzo, la musica. Cos’altro aggiungere, dopo la musicologia applicata al pop con superba capacità doppia, e biunivoca: da una parte l’aderenza al testo e dall’altra l’investitura di senso nei confronti del testo? Cos’altro aggiungere, dopo un saggio illuminante come quello di Greif, in grado di aggredire elementi di verità sul mondo a partire dai difetti e dalle accensioni inattese, commoventi, delle teste che ascoltano il mondo, la musica, le parole, le idee, e tutto ciò che sta in mezzo, il diamante caotico di influenza reciproca in cui è incastonata la breve, lunga traccia biologica del fenomeno umano? C’è un modo. Non c’è nessun modo. Spero ci sia un modo. Credo sia questo. Credo sia necessario mettere al mondo l’autobiografia di tutte le volte che viene ascoltata una canzone dei Radiohead. A qualunque latitudine. A qualsiasi condizione. Sotto qualsiasi esperimento sociale, a tutte le ore possibili e usando ogni mezzo. Presto le riviste di musica pop – le riviste di musica in assoluto, forse – diventeranno cataloghi infiniti di minuscole autobiografie – tasselli di rappresentazione che a volte riusciranno formidabili, spesso no, ma saranno lì, forti e inattaccabili: perché coincideranno con l’attuale assoluto di ciò che accade, di tutte le volte che viene premuto il tasto play, di tutte le volte che una testa e il mondo coincidono attraverso il mondo risucchiato da una testa nella griglia di accordi e timbri e parole che chiamiamo “canzone”. Non sottovaluterei che uno dei motivi per cui i Radiohead sono l’esempio definitivo, la cavia sotto spirito del tempo, il gruppo più importante del pianeta, è che il loro nome coincide con la realtà spicciola del mondo. Guardatevi intorno. Qui a Soho, laggiù a Buenos Aires, a Roma, a Bordeaux, in Cina: le strade urbane sono popolate di esseri umani che dichiarano con quelle cuffiette sempre alle orecchie che il suono del mondo è inciso solo per loro, e i suoi confini collidono al millimetro col perimetro del loro cranio. Emittenti, riceventi, autoassorti. Teste. Mondo. Radio. Radio-teste. Mentre ci penso, ho in testa un pezzo da The Bends, uno dei dischi minori dei Radiohead (che per molti gruppi là fuori sarebbe già il massimo della carriera: dai Franz Ferdinand a quasi tutti gli altri). Mentre ascolto le liriche ancora “naturalistiche”, le progressioni strutturali e gli squarci vocali ancora un po’ piacioni, mi rendo conto che l’autobiografia di tutte le volte che qualcuno ha ascoltato una canzone dei Radiohead è una piramide irraggiungibile. È un archivio cupo. Ma lì, a metà fra la piramide e l’archivio, sarebbe registrata una parte consistente di ciò che si potrebbe decifrare delle teste e del mondo in un altro tempo, sotto il turno del prossimo frangente storico, lassù nella mappa della cronologia.

Ma come operare? Partire da me? Ovviamente. Sarebbe troppo facile. Le piccole utopie personali sono come le ragazzine di tredici anni davanti allo specchio, e devono passare da sforzi molto basici per guadagnare la stima di sé: lavarsi, provare, riprovare, cambiare, truccarsi, truccare. Muoversi. Telefonare. Chiedere pareri. Trattare cose serie come cose frivole. Trattare cose frivole come cose serie. I Radiohead sono una cosa seria. I Radiohead sono una cosa frivola. I Radiohead, in questo specchio che sto cercando di immaginare, hanno sempre 13 anni e si truccano continuamente. Fanno una sedia e la provano subito, e annunciano al mondo di poterne vendere a decine. La questione dei Radiohead, come ogni questione estetica rilevante, lotta con il Grande Numero (la società di massa secondo una definizione in voga negli anni Sessanta) senza farsi annientare dal Grande Numero. Forse il modo di procedere è proprio quello dell’uomo della sedia – annodare, incastrare, mettersi in mezzo alla strada e poi sedersi sul prodotto del proprio lavoro e mentire con passione: ce ne sono altre, ne posso vendere quante ne volete. E urlare al buio, naturalmente, dove nessuno può acquistare alcunché. Scrivere di musica è un esercizio spirituale devastante. Immagino qualcuno che cerca di rendere conto con parole di tutti gli orgasmi della propria vita. Immagino quei volumi su Mozart e Beethoven con l’intero regesto delle opere ordinate secondo numerazioni classificabili, K-seguito-da-un-numero, con quei titoli da opera buffa, Signori il catalogo è questo. Ricordo la vertigine di quando avevi 13 anni e non ti guardavi allo specchio ma formulavi pensieri sulla totalità, insopportabili monumenti a tutto ciò che sta fra l’inganno convenzionale dell’Alfa e l’inganno convenzionale dell’Omega. Sento la necessità di partire da una formula. Forse è davvero un esercizio spirituale. C’era un versetto/c’era una formula, cantava David Byrne in Crosseyed and Painless. Quello che sto cercando di costruire è un catalogo di cose successe mentre cose un tempo pensate e successivamente registrate venivano momentaneamente riprodotte nello spazio – nell’aria – nella radio – nella testa. Centinaia di frasi che iniziano con I Radiohead sono il gruppo più importante del mondo perché. Perché sono un modello di evoluzione convincente oltre misura, come lo sono stati i Beatles: da artisti di talento ad artisti compiuti, da artisti compiuti ad artisti reinventati, da artisti reinventati ad artisti dominanti. Perché in tutto questo hanno mantenuto un rigore comportamentale encomiabile, e la retorica della musica giovanile funziona come una gang, e questa gang peraltro si è estesa ben oltre i confini della gioventù – e le gang sono moraliste fino a quando tutti i membri non sono diventati dei traditori. I Radiohead sono rimasti vitalmente coerenti. Non ricordo cazzate. Non ricordo dichiarazioni insulse. Non ricordo collaborazioni assurde. Annoto altresì che ci sono motivi oggettivi, statistici, per cui ratificarne la statura colossale. Perché Ok Computer è stato l’ultimo grande LP a definire e rifinire l’idea stessa di LP, prima dell’avvento dell’era digitale. Perché Kid A è stato un inno fittizio, iperbolico, precisissimo, alla terrificante liquidità che si annunciava con l’avvento dell’era digitale. Perché il gesto di vendere il nuovo disco soltanto online, con quel magnifico design della pagina web in cui si può donare la cifra che si ritiene appropriata: e questo proietta i cinque di Oxford nel territorio dei giusti – fuori dalla discografia tradizionale. Perché – certo – le melodie di certe canzoni sono memorabili. Ma questa è materia per Alex Ross. E il resto è materia per la filosofia del pop. Io posso dichiarare che No Surprises è entrata una volta in un sogno avvenuto in un momento terribile, un momento di morte e sconfitta – e non sono metafore – credo si trattasse dell’inverno del 1998: il carillon stilizzato su cui si regge No Surprises era la colonna sonora di una scalinata che nel sogno conduceva a qualche genere di “poi”, e che svegliandosi, da lì in avanti, ha coinciso con qualche genere di futuro affrontabile. Posso anche aggiungere che potrei tracciare con la matita l’equivalente psichico del terrore politico provato ogni volta che ho ascoltato Like Spinning Plates – una canzone che “parla di” soldati semplici in Iraq, e della distanza stellare che li separa dai decisori. Ecco – la ragazzina di tredici anni smette di truccarsi, si avvicina allo specchio, ci alita contro, e per incanto, nella condensa a forma di nuvola, davanti a suoi occhi, si materializza il profilo di un fratello mandato a farsi massacrare.

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6 commenti

  1. I Radiohead a me fanno venire l’angoscia e come scrive Romain Gary in “L’angoscia del re Salomone” che bisogna allontanarsi dalle cose angoscianti … io non ascolto i Radiohead …

  2. sei bravissimo, hai detto cose che erano nella mia testa da tanto tempo ma per pigrizia o inettitudine non riuscivo a tirar fuori
    grazie

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gianluigi.ricuperati@gmail.com

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d'Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza). Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 - gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi - iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli - Museo d'Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su 'architettura e letteratura' con l'architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.

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