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(nell’immagine: Franco Loi, fonte)

Leggendo una poesia di Roberto Bolaño per il canale streaming di  «Decamerette, ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia. Subito mi è parso uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno,  un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.

*

Parliamo di suono, di come le parole riescano ad avvolgerci, a toccarci prima ancora che si riesca a coglierne il significato. Senso che potremmo anche non comprendere mai, eppure quello che abbiamo letto, qualche volta ascoltato, ci ha raggiunti e ha modificato per pochi istanti o per un tempo più lungo il nostro sentire. Succede qualche volta ascoltando un poeta in una lingua a noi sconosciuta, che si tratti di giapponese, coreano, polacco non conta; chiudiamo gli occhi e un mondo arriva. Succede quando leggiamo la poesia scritta dialetto. Le poesie nate in gerghi, parlate che non conosciamo, quando sono particolarmente riuscite, hanno il dono di farci trovare immediatamente nel luogo da cui provengono, come se – insieme al suono e al ritmo – arrivassero immagini, odori, sapori e poi facce, volti, sconosciuti che si abbracciano, che ci raccontano storie lontanissime e appena accadute. Il dialetto somiglia alla confidenza, il poeta soffia, sussurra, ti parla all’orecchio. Ti dice questa è la mia terra, la mia Sicilia. Ti parla, accomodati queste piccole case sono squarci luminosi della Lucania. Ti mostra, li vedi i tram com’erano allora? Li senti che ti sferragliano sopra il cuore? Lo vedi com’è bella la Milano che tu non sai?

Il 4 gennaio di quest’anno è morto Franco Loi, uno dei maggiori poeti contemporanei. Loi ha scritto on dialetto milanese, un dialetto da periferia, da famiglie di operai, da case di ringhiera. Ha mischiato una lingua già sporca, difficile da maneggiare, con i suoni che salivano dalla nebbia, con le voci di chi stava fuori dalla cerchia dei Bastioni. Ha raccontato il dopoguerra, ha spiegato Milano avendo poco bisogno di pronunciarla; con parole spesso incomprensibili ci ha accompagnati in un viaggio in bianco e nero, da lui abbiamo imparato come si narra una comunità, come si mette la politica in poesia, come la fine della guerra passi da un derby giocato a San Siro.

Loi meglio di tanti ha scritto dello sgomento, dell’essere niente e soli. Ha sussurrato nelle nostre orecchie, ci ha commossi e ci ha fatto tremare il cuore. Tra i molti libri bellissimi del poeta milanese (milanese sì, seppur nato a Genova), quello che preferisco è Liber (Garzanti 1988). In questo volume Loi agita i versi tra presente e ricordi, vaga nel passato cercando conforto in un’umanità andata perduta, nei volti dei vecchi amici, nella politica così come si faceva. Dice di Milano e della terra ligure, vede chiaramente l’essere soli. Una solitudine fatta di perdita, di ciò che ci siamo lasciati indietro, di quello che non tornerà, fatta di piccoli frammenti che riguardano tutto ciò che doveva accadere e che non è accaduto. La costruzione sintattica di questo libro è perfetta: sintesi tra parlato da cortile e tessuto lirico  Una delle poesie più belle di Liber (in milanese sia libero che libro) fa così:

“Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.

*

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.”

Il primo verso così potente, malinconico e schiacciante, è il centro della poetica di Loi. Lo si legge e si precipita nel vuoto, e non si risale né con la memoria richiamata dal secondo verso, né andando avanti. Si ondeggia, si sente con chiarezza che il nostro agitarci nel tempo, sempre sconnessi e precari è meno di un soffio, fino ad arrivare in fondo, dove l’ultimo verso ci inchioda: non è rimasto niente di chi eravamo, di chi avevamo creduto d’essere. Dieci versi sospesi nel vuoto, in quel riconoscersi, nello sgomento collettivo, nel noi di Franco Loi troviamo il nostro conforto. Nel rumore basso che fa la lingua lontana il poeta ci abbraccia, ci rende somiglianza.

Il siciliano è una lingua colorata ed è una di quelle che più si prestano al dettato poetico. Il siciliano profuma e, nel bene e nel male, che si legga di mare o di morte, di limoni o di contadini, ti avvince. Un poeta che ammiro molto è Nino De Vita. Mi è sempre parso che il poeta di Marsala raccontasse alcuni fatti come se fosse al porto, in piazza, al bar; che quei fatti non li raccontasse agli estranei, ma ai suoi amici, ai suoi parenti. Ogni volta che sono entrato in un suo testo mi è sembrato che i versi fossero stati scritti per me, il fatto mi riguardava. Sono stato un ragazzino suo amico d’infanzia, sono stato nelle case, seduto su quelle sedie, sono stato con lui il giorno dei morti, nelle campagne, con tutte le parole che ha salvato, che la memoria avrebbe perduto.

Se Loi soffia nelle orecchie, De Vita ti manda i versi dagli occhi, la metrica ti guarda, fa sì che tu non vada da nessuna parte. Le poesie sono magma e carezze, sono devozioni e schiaffi, sono compagnia e qualche volta solitudine, sono illogicità e coerenza, sono terra e linguaggio che si rinnova. Il bianco della luna (Le Lettere, 2020) è uno dei tre libri che hanno inaugurato la nuova collana della casa editrice fiorentina, diretta da Diego Bertelli e da Raoul Bruni, è un libro importantissimo, un’antologia personale di De Vita che raccoglie testi che vanno dal 1984 al 2020, perciò dalla prima raccolta Fosse Chiti a diversi testi ancora inediti. Nella bellissima introduzione, Emanuele Trevi scrive: «È come se De Vita sospingesse con movimenti delicati e infallibili tutto il suo mondo sull’orlo di una rivelazione lasciando poi ad ogni singolo lettore il compito di completarla con la sua immaginazione».Il lettore assolve di buon grado il compito suggerito da Trevi, ma amplia il suo fantastico, indossando abiti di tessuti che mai avrebbe immaginato, annusando sugo di pesce davanti a un letto di morte.

In una poesia intitolata ‘A festa ri morti leggiamo: “I morti a mmia mi portanu / cosi, un cannistru tuttu / chinu ri cosi ruci […]” (I morti a me portano / cose, un canestro tutto / pieno di cose dolci). Sono i primi tre versi, il mondo dei morti rimane accanto a noi, non mette paura, ma porta doni, salva la memoria. Qui i morti vengono di notte. “Ri nne ngagghi / ra porta, ra finestra, / tràsinu, all’ammucciuni […]” (Dalle fessure / della porta, della finestra, / entrano, di nascosto). Il canestro con le cose dolci viene lasciato sotto il letto, come si fa qualche volta con i doni. I morti fanno compagnia, si infilano dalle fessure perché mai se ne sono andati, vengono di notte perché il sogno è il tappeto sul quale s’appoggiano, il poeta li tiene nell’invisibile e poi li porta alla luce, inscenando un dialogo: “I morti tu cci l’hai?”. I morti che non trovano più la casa, non hanno smarrito l’indirizzo ma: “O sarannu chi ora / me patri è unu scarsu. / Mi voli sempri bbeni, ma cci màncanu / i sordi p’accattarmi / ‘i cosi’” (O forse che ora / mio padre è povero. / Mi vuole sempre bene, ma gli mancano / i soldi per comprarmi / le cose). De Vita è un maestro, in pochissimo spazio racconta l’abbandono, la povertà, la rimozione, la perdita. Se il morto non viene non è perché non ti ama più, non viene perché non ha soldi per portarti le cose. Io vedo le case e le fessure dalle quali questi morti passano, li aspetto.

Siete mai stati in Lucania? Sul serio, intendo. Non pensate a un posto piccolo, alla poca densità abitativa, pensate invece a un orizzonte vasto, da inseguire pietra per pietra, da scavare nella terra, nel rumore che fanno i passi quando poggiano nei campi secchi. Albe senza scampo, tramonti senza rimedio, ma non si tratta solo di natura. Si tratta di case tenute insieme dal vento e da parole mozzicate, dal suono tagliente e svelto, che s’appoggia brusco, che muore dolce. Scannaciucce è il titolo della raccolta dialettale di Domenico Brancale, (Mesogea, 2019), un’opera profonda che mette insieme tutto il lavoro in lingua lucana fatto dall’autore.

Il libro è dedicato a Franco Loi e non è un caso. Brancale è un poeta abituato a dialogare con altre lingue e mondi, è curatore e traduttore, si occupa d’arte, pare alla ricerca costante di qualcosa, talvolta la trova fuori dall’Italia, ad esempio in Francia, altre volte la trova sottoterra, affondando le mani laggiù dove è nato. La vicinanza a Loi viene anche da un certo modo di richiamare la solitudine, dalla maniera in cui il lettore viene preso sottobraccio. Vieni, questa è la mia terra, questo suono, questo vento che trapassa le canne appartiene pure a te. Siamo soli ma queste pietre sono il nostro specchio, il nostro sangue, la terra restituisce parole nelle quali ci somigliamo. Anche Brancale salva, anche lui tiene alla memoria, nelle dieci sillabe che racchiudono il nome Basilicata ci sta un mondo pieno di cose salve e da salvare.
C’è una bellissima poesia:

“Non sime ca core daìnte
e non mi stanche d’u ripète
pure sacche nda nu skante
nu strazze d’u nihure
mi cummògghie o pinnelàre

Nd’o vrangelle ggi’o strinte sempe forte
o fascetelle nd’o vampe
e ngi ‘ggi scise abbasce
nd’u dderrùpe c’adducumèie
o facce toste nd’ ‘a chene di petre.

*

Non siamo che cuore nell’intimo
e non mi stanco di ripeterlo
anche se in un sussulto
lo straccio del buio
mi copre le palpebre

Nelle mani ho sempre stretto forte
il fascio di arbusti in fiamme
e sono sceso giù nel dirupo
che addomestica
i volti duri nella piena di pietre.

Il dialetto lucano è tenace, sa che ha bisogno di pazienza per raggiungerti. Brancale riesce a farti avvertire tutte le paure, lo smarrimento, gira la ruota fatta di grandi domande, di vuoti lasciati da chi se ne è andato. Ti attacca addosso tutte le consonanti che servono a farti avvertire lo stesso tremito generato dal siamo quasi niente di Loi, dai morti che vengono di notte di De Vita. Tutto sta nel sussulto del terzo verso della prima strofa, e nel dirupo in cui scende nel terzo verso della seconda strofa. Tutto, infine, si rivela con la parola addomestica. La lingua sporca non va temuta perché siamo particelle fragili della parola da cui veniamo, siamo in transito e quello “i’è ‘a salvezze mije” (è il mio scampo).

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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