Pubblichiamo un pezzo uscito sul Mattino, che ringraziamo.

Nella piazza di un piccolo paese toscano, Pieve Santo Stefano, c’è una porta di legno dogato che è quasi sempre aperta, facendo viaggiare nel passato e al contempo accedere al futuro. Oltre quella porta è custodito uno scrigno speciale con le voci e le storie di diecimila persone che animano e costituiscono il cuore dell’Archivio diaristico nazionale. In Italia non esiste un’altra istituzione in grado di conservare tale quantità di preziose testimonianze che formano uno straordinario mosaico. Ci sono oltre cinquecento metri lineari di carte archiviate.

Seguendo le indicazioni, sparse ovunque nella Città del diario, si approda nel tesoro composto di diari, epistolari e memorie autobiografiche scritte da persone comuni nelle quali si riflette la vita di tutti e la storia d’Italia. La testimonianza più lontana risale addirittura al 1541. Questo archivio pubblico, unico nel genere, che compie quarant’anni di vita, si pone, propone e affronta una delle grandi questioni del nostro tempo: quale sarà il futuro della carta e delle nostre memorie scritte?

La risposta a questa domanda impegna l’Archivio diaristico nazionale, che ha intrapreso un fondamentale processo di digitalizzazione, in accordo con le persone e gli eredi di chi ha donato i propri documenti, e di divulgazione multimediale del materiale catalogato. Il primo progetto si chiamava Impronte digitali.

«La digitalizzazione è una parte strutturale della nostra attività – racconta Natalia Cangi, direttrice organizzativa dell’Archivio Diaristico e del Piccolo museo del diario -. Il percorso, cominciato nel 2011, è decollato definitivamente. L’archivio digitale ormai contiene la stessa capienza di quello fisico. Nell’ultimo bilancio disponibile della fine del 2023 le carte sono state digitalizzate in 996mila file. Le nostre competenze si stanno ampliando e le professioni s’intrecciano tra storici, archivisti, designer e informatici».

Saverio Tutino, che ha ideato e fondato questo luogo nel 1984, l’ha definito un vivaio di memorie.  Tutino propose alle persone di aprire i propri cassetti, gli armadi, le soffitte e così avvenne il miracolo. Quarant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in un’ala della sede del municipio, è sorta una casa della memoria che attira l’attenzione di studiosi e visitatori dal mondo. L’archivio non è funzionale solo a conservare brani di scrittura popolare: vuole far fruttare in vario modo la ricchezza che in esso viene depositata.

Accanto all’archivio è stato creato il Piccolo museo del diario per valorizzare con le nuove tecnologie l’immensa mole di memorie che arricchisce la struttura: «Riceviamo scritture anche contemporanee – prosegue Cangi -. Le persone sanno che qui possono trovare un porto sicuro. Ora spesso i testi nascono sul file di un computer e poi vengono trascritti. Qui c’è un gruppo di lettura e poi ci sono incontri. Dal nostro osservatorio vediamo che le persone continuano a scrivere e continuiamo ad archiviare la carta. Lo scambio tra il cartaceo e il digitale ormai è sempre più integrato».

Lo spazio del museo è di per sé storicamente suggestivo e simbolico per la collettività. Il paese fu distrutto durante il secondo conflitto mondiale, quando l’esercito tedesco in ritirata minò tutto il tessuto urbano, facendo saltare in aria le case e rimasero in piedi poche cose. Una di queste fu il palazzo pretorio in cui c’è il museo: «Cerchiamo di cogliere tutte le opportunità che la tecnologia può offrire a un archivio – sottolinea Cangi -. Il Museo di narrazione, multimediale ed esperienziale, nato nel 2011, rappresenta uno degli aspetti della strategia dell’Archivio diaristico nell’era digitale. Il Piccolo museo del diario è nato per raccontare la storia e l’epica dell’Archivio diaristico, delle testimonianze autobiografiche che esso contiene».

La straordinarietà di questo racconto singolare e collettivo è caratterizzata proprio dall’autenticità delle voci. Le persone volevano raccogliere frammenti della propria vita senza nessuna torsione narcisistica. Non esistevano “like” da conquistare.

Si scriveva per un’esigenza intima, quella di trovare le parole per la propria storia. Gli stessi supporti della scrittura, custoditi dall’archivio, destano un dolce stupore. Le memorie sono state incise anche su rotoli di carta igienica, fogli con macchie di sugo, o sono state impilate dentro barattoli per gli alimenti. A Pieve Santo Stefano si possono ascoltare i tormenti d’amore di una contessa; leggere le righe di un lenzuolo a due piazze o si può indagare nella psiche delle persone. Ritroviamo donne e uomini del Novecento italiano diversi per età, inclinazioni, livello d’istruzione, estrazione sociale, che hanno lasciato in eredità lettere, diari e memorie private. Scrivere ha significato per loro soprattutto portare in salvo sé stessi. L’infanzia incantata e spaccata, il desiderio di una vita differente, il sesso, il lavoro, il matrimonio, la maternità, la malattia, l’amicizia, l’impegno civile, la vecchiaia… Esperienze individuali irriducibili, eppure collettive.

Una delle attività che maggiormente contraddistingue questa fase la vita dell’Archivio diaristico nazionale è la realizzazione di piattaforme tematiche online. La piattaforma Gli italiani all’estero mostra come nell’arco temporale di duecento anni i nostri connazionali hanno vissuto l’emigrazione. C’è il portale Eletti ed elette che indaga la rappresentanza di genere nell’Italia repubblicana. Ora una nuova piattaforma I diari di Pieve.it propone attraverso dei percorsi narrativi, implementati mensilmente, di entrare nei diari, scegliendo determinati periodi storici.

È possibile accedere ad amplissimi database di testi scritti da soldati italiani della Prima guerra mondiale. La piattaforma si chiama “La Grande Guerra, i diari raccontano”. Poi spiccano le testimonianze della Resistenza e della Liberazione con il database “La nostra guerra ’43-’45, i diari raccontano”. Una testimonianza significativa è quella di Otello Ferri. Essa restituisce le immagini vivide di un giovane uomo che visse la tragedia della Prima guerra mondiale. Spesso i diari della Prima guerra mondiale venivano scritti nelle trincee e Otello riuscì a fotografare la quotidianità della vita al fronte. Disegnò e descrisse tutto quello che gli ruotava intorno, diventando così per tutti noi un punto di osservazione speciale.

Scrivere è resistere; vuol dire non rinunciare alla soggettività quando l’identità rischia di essere frantumata dall’evento bellico. Durante la Grande Guerra solo in Italia, passando tra le maglie della censura, vennero movimentate quattro miliardi di lettere. Oggi diverse migliaia di esse sono state catalogate e sono a disposizione per la consultazione negli archivi di Genova, Trento e Pieve Santo Stefano. C’è ancora molto da scandagliare dentro questo tesoro, ma agli storici la contemporaneità sottopone anche la nuova frontiera. Nel tempo dei social network e della comunicazione istantanea come si trasforma la corrispondenza e dunque la narrazione intima anche delle guerre? Come è cambiata quella straordinaria forma di espressione interclassista, propria della scrittura popolare, nata in trincea?

«Lo storico non potrà fare a meno della documentazione elettronica: è la fonte del futuro. L’attuale sistema di comunicazioni consente un controllo ancora più pervasivo di quello messo in opera dagli ufficiali di censura nei due conflitti mondiali», spiega Fabio Caffarena, direttore dell’Archivio ligure di scrittura popolare e docente dell’Università di Genova. «Servirà una ricerca approfondita. Paradossalmente i social network, che poco hanno a che fare con i codici della scrittura tradizionale, spingono a un ritorno all’oralità. Al variare delle tecnologie, la guerra riporta comunque alla luce le medesime esigenze fondamentali dell’uomo. Guai a perdere lo sguardo soggettivo».

Questa riflessione apre un fronte altrettanto complesso: come tramanderemo la nostra memoria digitale sia privata sia pubblica ormai perlopiù affidata alle interazioni dei social network? «Si tratta di un tema già cruciale – conferma Cangi -. Si dovrebbe aprire una riflessione pubblica sulla memoria popolare e quella digitale. Rischiamo di perderci questi anni. La nostra memoria del quotidiano è ormai affidata a supporti diversi dalla carta. Le persone ricorrono alla scrittura in particolari momenti della propria vita».

Che cosa si potrebbe fare? «Penso che sia necessario adottare il motto di Saverio Tutino: salvare il salvabile del patrimonio autobiografico – conclude -. Tante storie rischiano di restare sconosciute. Dobbiamo riflettere sulla tutela di questa memoria. Certo esistono i “cloud”, ma le nostre memorie devono essere messe in circolo».

Nell’Archivio diaristico nazionale si rintracciano testimonianze molto lontane, ma anche vicine. Una donna, Maria Pia Farneti, alla fine del 2002 ha portato all’archivio i propri quaderni della spesa, dove emerge un altro tipo di vita. La sua interiorità viene narrata attraverso delle pagine che a volte sono ironiche, altre sofferte. La grafia nasconde e svela gli stati d’animo di questa donna nell’atto di scrivere.

L’esperienza della visita all’archivio è resa sempre più sensoriale e interattiva dalla multimedialità. Una delle sale che colpisce di più il viaggiatore interessato è quella dedicata a Clelia Marchi, una contadina di Poggio Rusco. La scena della consegna spontanea delle sue memorie di donna testimone della civiltà contadina ormai remota è bellissima: «Care persone, fatene tesoro di questo lenzuolo che c’è un po’ della mia vita». Clelia ha viaggiato poco, ma un giorno d’inverno del 1986, decise di raggiungere Pieve Santo Stefano in treno da Arezzo, tenendo sotto il braccio il lenzuolo che mantiene intatta la memoria del suo grande amore. Dopo la morte del marito Anteo, Clelia ha scritto della loro vita insieme con una calligrafia precisa e ordinata su un lenzuolo a due piazze: “Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere”.

Il testo è stato trascritto dall’archivio ed è divenuto anche un libro (Gnanca na busia, Il Saggiatore, 2024). Il lenzuolo testimone della loro unione è stato innalzato sulla parete come un’icona della più simbolica e viva scrittura popolare. Questo luogo da scoprire scongiura l’oblio delle storie, che sono tutte accomunate da una necessità: lasciare traccia di sé in una pagina scritta da sottrarre alla fine e da consegnare al futuro.

 

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Autore

gabrielesantoro@minimaetmoralia.it

Gabriele Santoro è giornalista professionista dal 2010. Ha lavorato per Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Tv2000. Dal 2009 collabora con Il Messaggero. Scrive per il venerdì di Repubblica, Minima&moralia, Il Tascabile – Treccani e l’Osservatorio Balcani – Caucaso. È autore del saggio inchiesta «La scoperta di Cosa nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia» (Chiarelettere, 2020), della guida narrativa «111 luoghi di Roma che devi proprio scoprire» (Emons, 2022) e di «Tutti i colori del rosso» (Feltrinelli, 2024)

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