di Filippo Polenchi
Oggi una collega scopre di poter andare in pensione. Lavora qui dal 1984. Per molto tempo dal sindacato e dall’Inps le hanno dato informazioni lacunose: nessuno poteva dirle niente per certo e lei, abituata alla routine delle 9 ore in ufficio, delle attività ripetitive, standardizzate, seppur da terziario avanzato, da tardo-terziario, ne ha sofferto molto.
Ha svolto un ruolo indefinibile qui dentro (come tutti più o meno) per i suoi 36 anni d’impiego: è stato soprattutto una segretaria; si è occupata di standing orders quando – e qui si usa ancora il vecchio nome – si chiamavano “continuazioni”. Rapporti fissi, di continuità: e poi rapporti con librerie, con distributori di libri. E fatture, bolle, rendiconti. Ha spuntato schedine e tessere a mano; in un’azienda piccola com’è questa ha creato – da metà anni ’90 in poi, con l’ausilio del tecnico informatico (niente ITC, solo tecnico informatico) – la Stampa Unione di etichette da appiccicare su lettere. Ma ancor prima, da giovane, ha appiccicato le stesse etichette sulle stesse buste con la saliva. Pomeriggi passati ad attaccare etichette adesive su lettere trasportate l’indomani all’ufficio postale dai ragazzi del magazzino. Mi ha detto che per un periodo, in una cronologia impossibile da mappare, aveva sempre emicrania. Le passava soltanto quand’era lontano dall’arcigno controllo dell’antica direttrice amministrativa, che nel 2006 fu finalmente sostituita. Anche lei, la vecchia cioè, se ne andò grazie alla pensione. Prima di allora, ogni giorno: mal di testa. Un doposbronza perpetuo. La pressione sul lobo frontale, che schiaccia lo sguardo. Rimpicciolisce le cose: le rende più difficili da definire. Nelle lunghe, vuote ore i contorni delle parole, poi delle cifre, delle stringhe di caratteri e dei numeri svanivano sempre più.
Ha adeguato la propria postura a queste scrivanie, che in realtà sono scrittoi sette-ottocenteschi che per amore d’arredamento non sono mai stati cambiati, il che ha reso il lavoro con i personal computer e i mouse assai scomodo. In molti soffrono di tunnel carpale: i periodici controlli dei medici non certificano nulla di che, neanche abbassamenti di vista. Il Novecento si è appoggiato sull’Ottocento.
Della sua laurea in Geografia non se n’è fatta niente, dall’assunzione in poi. La sua tesi di laurea, se non ricordo male, era incentrata su misurazioni socio-geografiche di registri medievali in borghi toscani: me lo disse un mercoledì pomeriggio, mentre insieme svolgevamo la nostra mansione di allora: ripulire il database anagrafico, controllando se vecchi indirizzi fossero ancora validi.
Negli anni, dicevo, la sua postura si è adattata alle necessità dello scrittoio-scrivania. Tiene la seduta bassissima, in un modo che mi sembra una osteo-tortura: in pratica ha il monitor e la tastiera ben al di sopra dell’orizzonte dello sguardo. Perciò deve starsene allungata, come se si arrampicasse verso la tastiera, il programma di posta elettronica, le spunte su Excel, i documenti di vendita che deve finalizzare per poi passarli al direttore amministrativo. Nonostante tutto, la mia collega non si è ingobbita affatto. È alta, forse questo l’ha aiutata. Siede senza poter infilare le gambe sotto il tavolo, come quasi tutti noi, ma si è aggiustata forse meglio di altri. Resilienza. Il mio marxismo ortopedico in lei non sembra esistere. A volte penso che seduto ad una scrivania Ikea avrei meno rabbia, sarei più mansueto. Non che sia un tipo che, visibilmente, sembra inquieto, tutt’altro.
Ha smesso di fumare nel 2019, aiutata da un centro anti-fumo, dopo decenni di orgoglioso tabagismo. Ha smesso, credo, quando la co-titolare dell’azienda e sua coetanea – da ragazze erano spesso insieme alla scrivania, non c’era barriera apparente fra le due: ma il neoliberismo è stato così dappertutto, anche a scuola, anche fra le amicizie: ha obliterato il conflitto, la coscienza di classe. Padroni e subalterni tutti insieme, a condividere la scrivania, i pomeriggi, le giornate, a ridere insieme degli errori o delle cazzate del padre-titolare, del fratello-delfino, solo in virtù del fatto di essere coetanei o compaesani. Ha reso il conflitto di classe una questione privata.
Nel 2018 le due si erano già allontanate: lavoravano insieme, ma qualcosa si era rotto. A quel punto la co-titolare (che aveva continuato a lavorare insieme a noi, seppure a distanza, dalla sua casa di campagna) si è ammalata di cancro ai polmoni ed è morta in 11 mesi. La mia collega, allora, ha smesso di fumare. Dice che al centro specializzato le hanno detto di non preoccuparsi del peso, che ne avrebbe sicuramente acquistato un po’, ma lei non sembra ingrassata, tutt’altro. Un anno fa un conteggio dell’Inps le ha dichiarato – su un foglietto che non pareva aver valore – che sarebbe potuta andare in pensione a marzo 2020. Lei l’ha comunicato a tutti, ma nessuno ci ha creduto veramente.
Invece oggi la mia collega, alle 10.15, è entrata in ufficio con un documento ufficiale: il 1 marzo 2020 si ritira. Esultava, alzava le braccia al cielo, come se avesse vinto: era un’euforia quasi disincarnata; non pareva rivolta ad un suo successo personale, ma ad una causa astratta. Pietà e giustizia, tutto qua. Sembrava che avesse ricevuto una sentenza di assoluzione dopo anni d’iniqua pena processuale. Alla fine ne avevano riconosciuto l’innocenza. Abbiamo conteggiato sul calendario i giorni feriali che le rimangono da lavorare: 32.
Un’altra collega, che ha 41 anni, ha detto «a noi non capiterà mai». Ha ragione probabilmente: noi, io, lei, chi ha 38, 42, 46 anni, non ci pensioneremo mai. Capisco il turbamento: siamo di fronte al passaggio. Assistiamo all’ultimissima retrovia del Novecento che sparisce, si ritira, si rimpicciolisce fino a svanire. Questo passaggio, la dissolvenza al bianco, non è roba di tutti i giorni. È una graduatoria interrotta, nullificata. Oggi tocca a te, domani non toccherà più a nessuno: è come quegli ittiologi che hanno assistito alla morte dell’ultimo esemplare del pesce spatola cinese. È estinzione di un ordinamento sociale. Sono meccanismi primitivi di reazione alla Fine. Beckett dice che la fine è fine di tutto, quindi anche della fine stessa, quindi non-finisce-mai: ma il pensionamento di questo segmento di forma-sostanza che chiamiamo tempo-del-lavoro (bibliografia essenziale: Trevisan, Works; Falco, Ipotesi di una sconfitta) e che, invece, è esondazione di questa forma-sostanza ovunque, anche nel tempo-libero-dal-lavoro (che naturalmente non esiste: il lavoro esiste sempre, nelle forme più diffuse di oggi: reperibilità o ansia) è davvero una fine. Forse anche il mondo finirà per depressione, in una fine estesa al limite.
Comunque, come faccio spesso negli ultimi tempi, mi sono alzato, sono andato nel magazzino: lì gli addetti dell’azienda (esterna) che fa disinfestazione, hanno piazzato un nuovo tipo di trappole per topi. Non più di quelle con germi di veleno in ghiotte pastiglie al sapore di caffè o di formaggio, che prevedevano una meccanica di morte lontana, in differita, nella tana. Adesso, queste nuove trappole – non so perché – prevedono che il roditore rimanga imprigionato all’ingresso, appiccicato su un foglio adesivo. Mi domando la logica zoomiseteica che si nasconde dietro alla costruzione di questi marchingegni. Forse ci sono ragioni di salute pubblica che non conosco. Così, da un po’ di tempo a questa parte, scendo in magazzino e vedo se dalla trappola spunta il contorcimento di un qualunque topo. Un animale in sofferenza, che domanderebbe una scelta: che fare? E io che farei?
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Filippo Polenchi, fiorentino, collabora con varie case editrici; suo testi sono apparsi su riviste e giornali come Alfabeta2, La balena bianca, L’Indice, L’Indiscreto, Le parole e le cose, Doppiozero, Il lavoro culturale, Mucchio.

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

Ottima prosa. Complimenti a Filippo.
Il tempo di lavoro non è un concetto estinto. Se intendiamo poco presente nel pensiero mainstream forse sì, ma non certo da oggi, vive comunque nelle varie forme di rifiuto del liberismo dominante che riduce tutto ai rapporti di forza di cui il tempo di lavoro è un concetto antagonista.