Se anche ci facciamo orrore,
non smettiamo di amarci.
Simone Weil
di Edoardo Pisani
I saggi di Nadia Fusini conducono il lettore su un palcoscenico che trabocca di sentimento, fra pagine di odio, di amore, di dolore, di pietà, di spavento, di meraviglia, di tutto quanto concerne l’animo umano, nella ricercatezza anche semantica di una parola che sia innanzitutto linguaggio e suono e dunque – attraverso il suono, attraverso il linguaggio – bellezza. La parola diventa azione, teatro, che si tratti di Shakespeare o di Kafka o di Weil o di altri; Nadia Fusini proietta il suo sapere e il suo istinto critico nell’incanto di personaggi che soffrono e amano e vivono e sognano con lei e con (e attraverso di) noi, con il lettore che leggendo diviene complice di chi scrive, che a sua volta sta leggendo e interpretando, giacché ogni lettura è interpretazione, azione e ritmo da dissipare nella parola sentita e sofferta o amata; e così Nadia Fusini è al tempo stesso creatrice e tramite di chi crea, un medium fra il lettore e la parola scritta, l’azione sul palcoscenico della pagina o del teatro.
Shakespeare è l’autore a cui Nadia Fusini ha dedicato gran parte della sua opera e della sua vita, da La passione dell’origine (1981) al più recente Maestre d’amore (2021), passando per Vivere nella tempesta (2016) e per l’incantevole Di vita si muore (2010), forse il suo libro maggiore, un viaggio nello “spettacolo delle passioni” delle maggiori tragedie scespiriane, a sua volta strutturato come un dramma in sé, con un prologo, cinque atti, un intermezzo (il demone della lussuria) e un congedo, l’epilogo. Nel Commiato di Maestre d’amore, Fusini spiega che se in Di vita si muore si moriva, appunto, in Maestre d’amore “di vita si vive”, cioè si trionfa, e il libro, l’opera, si ultima: Eros trionfa su Thanatos. Come sempre in Fusini la pagina diventa palcoscenico, scena e proscenio, e le parole non soltanto linguaggio ma anche azione, attraverso il suono originale, il verbo che si trasmuta e si estenua o si sublima nei sensi di chi ascolta o di chi legge.
Così il Romeo di Romeo e Giulietta è “un pellegrino in viaggio verso la bellezza”, fin dal nome proprio, Romeo, che suona come roam, osserva Fusini, cioè vagare, vagabondare, un nome che pure dovrà abbandonare una volta raggiunta la bellezza, ossia l’amata Giulietta, che gli chiederà di divenire Amore, non più Romeo né Montecchi ma soltanto Amore, spogliandosi di tutto fuorché del sentimento, fino a rinnegare il padre, il sangue: “O Romeo! Romeo! Perché sei tu Romeo? / Rinnega dunque tuo padre e rifiuta quel nome / o se non vuoi, legati al mio amore / e più non sarò una Capuleti”. Maestre d’amore si apre proprio con Romeo e Giulietta; Giulietta è per l’appunto una maestra e una guida d’amore, per Romeo; è una donna moderna, ribelle, come sono ribelli, seppure per motivi e in modi diversi, Desdemona, che lascerà la famiglia per seguire il moro Otello, Cleopatra, la regina d’Egitto innamorata di Antonio, Elena, l’amante astuta di Tutto è bene quel che finisce bene, la linguacciuta (o shrew, toporagno) Caterina de La bisbetica domata, e via di seguito.
Dopo Di vita si muore, che riprendeva e splendidamente commentava e accompagnava le maggiori tragedie di Shakespeare, e dopo il saggio/memoir Vivere nella tempesta, dedicato a La tempesta, Fusini passa con leggerezza alle commedie, all’amore e ai sentimenti che guidano i personaggi scespiriani (e i lettori, o il pubblico) verso il lieto fine. Maestre d’amore fa eco a tutti gli altri libri di Fusini, specie per quanto concerne l’essere due in uno, la simbiotica metamorfosi dell’amante nell’essere amato, i due amanti che “si fanno uno nel senso che ognuno di loro è anche l’altro”, come Caterina e Petruccio o Romeo e Giulietta, come non riesce a fare del tutto il Franz Kafka di Due, altro saggio di Fusini ormai fuori edizione (edito nel 1988), o come riescono invece a fare molte voci de L’amore necessario (2008), per una parola che sia anche erotismo e passione e perdita del Sé e trasmutazione nell’Altro, nell’uomo o nella donna perdutamente amati, per il trionfo del dio Amore. La relazione fra uomo e donna, fra qualunque uomo e qualunque donna, è una fratellanza inquieta, scrive Fusini in Uomini e donne (1995), ovvero un connubio fra razze diverse che pure necessitano l’una dell’altra, che solamente unendosi e amandosi possono esaudirsi appieno e procrearsi, cioè sopravvivere. L’amore è una dolceamara e infinita pietà per la debolezza altrui, pensa a un certo punto il protagonista de L’amor vile (1999; Fusini è una grande saggista ma anche un’ottima romanziera), un uomo che come Kafka rifugge l’amore per paura, per goffaggine, per l’inadeguatezza dei propri sensi alla violenza dell’esistere e del divenire; perché l’amore è anche l’impossibilità dell’amore e quindi la sua sconfitta o il suo ricordo perduto e riamato nella memoria.
E tuttavia Maestre d’amore, come Di vita si muore, è anche altro, oltre all’amore e alla vita e all’incanto (o al ridicolo) che all’amore e alla vita soggiace. Lo Shakespeare di Nadia Fusini è risolutamente moderno, ancorato al proprio tempo, alla Storia; siamo nel pieno dell’età elisabettiana, e la regina Elisabetta, cui Fusini ha dedicato il romanzo Lo specchio di Elisabetta (2001), è una donna moderna, come molte protagoniste scespiriane, “bella e determinata e coraggiosa come Elena”, si legge in Maestre d’amore, è un “uomo-donna”, una “figura trasgressiva”, come Lady Macbeth – ma diversamente da Lady Macbeth e dalla regina Gruoch di Scozia, che ha ispirato a Shakespeare la Lady, Elisabetta regnerà da sola, vergine, senza un uomo al fianco, rifiutando il matrimonio, non delegando il potere in nome della passione e dell’amore o della prosecuzione del proprio lignaggio. E da sola invecchierà, la regina, fino alla decrepitezza, mentre una nuova generazione di donne e uomini, osserva Fusini, sta nascendo. In questo è moderno, Shakespeare, o meglio sono moderni, ossia ribelli e vivi e esemplari di un nuovo mondo che vibra di passioni e tormenti e incanti, i suoi personaggi e soprattutto le sue donne, in quell’unione di maschile e femminile tanto cara a Nadia Fusini, per cui ognuno è o può essere o dovrà giocoforza essere altro da sé, che sia nell’amore (Romeo, Giulietta), nella follia (Amleto, Ofelia) o nella paura (Macbeth, Lady Macbeth). Shakespeare crea davvero un uomo nuovo, sembra dirci Fusini, uno sguardo inedito non soltanto sul mondo ma sullo stare al mondo, cioè sull’umanità che popola il palcoscenico e quindi anche il pubblico e l’Inghilterra intera – e il mondo.
“Fato, stelle, destino – erano tutte metafore per non dire il mio nome” afferma a un certo punto l’Elisabetta de Lo specchio di Elisabetta, proprio a proposito del teatro, di Shakespeare e del suo Romeo e Giulietta; perché lei è il fato avverso dei due amanti sconsolati, lei è la donna/dea che ha fuggito e negato l’amore (la propria capacità di amare) in nome del potere, della Storia. Eppure anche Elisabetta ama, ha amato, come racconta la stessa Nadia Fusini, riattraversando i ricordi della regina ormai vecchia, prossima a morire, per un ritratto che sia al tempo stesso storico e sentimentale e dunque umano e romanzesco. E di altri ritratti e altre donne brilla l’opera di Fusini, dall’amata Virginia Woolf (Possiedo la mia anima, edito nel 2006, ma anche il ritratto dei Meridiani del 1998, che fa coppia con il più recente Meridiano dedicato a Keats) a Katherine Mansfield (La figlia del sole, 2012), dalle grandi scrittrici e poetesse di Nomi (1996) a Simone Weil e Rachel Bespaloff e Hannah Arendt in Hannah e le altre (2013), fino a personaggi femminili quali Fedra (La luminosa, 1990) o Antigone o Giuditta o Medea o Dalila e così via (I volti dell’amore, 2003), passando naturalmente dalle grande donne (e uomini: l’Amleto di Di vita si muore è memorabile) di Shakespeare – insomma: l’opera di Nadia Fusini attraversa la letteratura e le esistenze che per e dentro la letteratura sono vissute e morte, che scrivendo hanno sofferto e amato, per assurgere a un nuovo modo di leggere e di concepire il mondo e l’essere umano.
Fusini ci ricorda che l’uomo, come i personaggi che crea, che non può fare a meno di creare e raccontare, ha bisogno di amore e di pietà per fare fronte allo spavento e all’incanto dell’esistere; ogni suo nuovo libro è un tassello mancante, e perciò necessario, a un affresco letterario e umano che ci parla di noi stessi trasposti nel tempo, dall’epoca elisabettiana ai giorni nostri, dal teatro di William Shakespeare a quello di Samuel Beckett, per un uomo in costante divenire, che si fa e si disfà in continuazione e che disfacendosi e rifacendosi si riconosce, dalle parole di Fedra e di Antigone alle lettere di John Keats o di Virginia Woolf e ai quaderni Franz Kafka o di Simone Weil. “Com’è che il grido della creatura è così bello?” si chiede proprio Simone Weil sulla soglia di Di vita si muore, posta come epigrafe. La letteratura di Nadia Fusini – con grazia, senza pretese di esaustività, nell’incanto del bello e dell’umano e dunque della parola – può essere una risposta possibile, attraverso ogni campo dell’umano sentire, dal trionfo dell’amore allo spavento dell’odio o del dolore o della pietà, fino all’indicibile meraviglia dell’esistere.
Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988 e vive a Roma. Ha esordito con il romanzo E ogni anima su questa terra (Castelvecchi Editore, 2022, finalista premio Berto, finalista premio Flaiano Under 35). Con Castelvecchi ha pubblicato anche il saggio E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! (2023) e il romanzo Al mondo prossimo venturo (2024). A gennaio 2026 l’editore Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.
