Pubblichiamo un estratto dal libro di Dipesh Chakrabarty Clima, Storia e Capitale, a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi e nella traduzione di Andrea Aureli. Ringraziamo editore e autore.
Pubblichiamo un estratto dal libro di Dipesh Chakrabarty Clima, Storia e Capitale, in libreria per Nottetempo, a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi nella traduzione di Andrea Aureli. Ringraziamo editore e autore.
Le nostre vite scisse come umani e la nostra vita collettiva come specie dominante
Il cambiamento climatico di origine umana solleva ampie e variegate questioni di giustizia: giustizia tra generazioni, tra piccole nazioni insulari e paesi inquinanti (sia passati che futuri), tra nazioni sviluppate e industrializzate (storicamente responsabili di gran parte delle emissioni) e quelle di recente industrializzazione. Peter Newell e Matthew Paterson esprimono un senso di frustrazione per l’uso del termine umano nell’espressione cambiamento climatico di origine umana. “Al di là del comodo linguaggio utilizzato per descrivere il cambiamento climatico come una minaccia che accomuna tutto il genere umano”, scrivono, “è chiaro che alcune popolazioni e alcuni paesi ne sono maggiormente responsabili, mentre altri sono le vittime dei suoi effetti. Ciò che rende la questione difficile da affrontare”, continuano, “è che le popolazioni che soffriranno maggiormente sono quelle meno responsabili del problema, cioè i poveri dei paesi in via di sviluppo. Per quanto se ne parli spesso come di una questione scientifica, il cambiamento climatico è innanzitutto una questione estremamente politica
e morale”20. Nel suo commento a favore del loro libro, l’ambientalista indiana Sunita Narain osserva che “sappiamo che il cambiamento climatico è collegato a un modello di crescita economica del mondo”.
La crisi climatica – scrivono John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel loro ponderato libro The Ecological Rift – è “fondamentalmente il prodotto di una spaccatura sociale; la dominazione dell’essere umano da parte dell’essere umano. La forza propulsiva è una società fondata sulla classe, sulla disuguaglianza e sull’acquisizione senza fine”. Una posizione molto simile fu espressa nel 2009, quando il Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari economici e sociali pubblicò un rapporto dal titolo Promoting Development and Saving the Planet. Presentando il rapporto, Sha Zukang, sottosegretario generale per gli Affari economici e sociali dell’Onu, scriveva:
La crisi climatica è il risultato di quel modello di sviluppo ineguale che si è evoluto nel corso degli ultimi due secoli, e che ha permesso agli odierni paesi ricchi di raggiungere gli attuali livelli di reddito, in parte grazie al fatto di non aver dovuto rispondere del danno ambientale che oggi minaccia le esistenze e i livelli di vita degli altri. (“O”, p. VIII)
Nel definire il cambiamento climatico una “sfida allo sviluppo”, Zukang osservava poi come un certo deficit di fiducia denotasse l’atteggiamento dei paesi non occidentali nei confronti dell’Occidente (si veda “O”, p. XVIII). Il rapporto, in effetti, elaborava ulteriormente questa sua osservazione:
Come possono i paesi in via di sviluppo recuperare il divario con i paesi sviluppati e realizzare una convergenza economica in un mondo vincolato dal carbonio, e cosa devono fare i paesi avanzati per alleviare questi problemi: queste sono diventate questioni centrali per i policy makers a livello nazionale e internazionale. (“O”, p. 3)
A quanto ne so, la formulazione originale di questa posizione risale al 1991, quando due famosi e autorevoli ambientalisti indiani, il compianto Anil Kumar Agarwal e Sunita Narain, scrissero un opuscolo intitolato Global Warming in an Unequal World: A Case of Environmental Colonialism, pubblicato a Delhi dalla loro organizzazione, il Centre for Science and Environment24. Quest’opuscolo ha fortemente contribuito a generare l’idea delle responsabilità comuni ma differenziate, nonché la tendenza a fondare il ragionamento a partire dalle emissioni di gas serra pro capite divenute popolari come parte del Protocollo di Kyoto.
Ci sono buone ragioni per sollevare questioni di giustizia. A oggi, solo poche nazioni (dodici o quattordici, se si includono la Cina e l’India nell’ultimo decennio) e una frazione dell’umanità (circa un quinto) sono storicamente responsabili di gran parte delle emissioni di gas serra. Questo è vero. Ma non potremmo differenziare tra gli umani come agenti e il pianeta stesso come agente in questa crisi se non ci rendessimo conto che, mettendo da parte la questione etica intergenerazionale che riguarda il futuro, il cambiamento climatico antropogenico non è intrinsecamente – o logicamente – un problema di passate o consolidate ingiustizie intra-umane. Immaginate la realtà controfattuale di un mondo più equamente prospero e giusto formato dallo stesso numero di persone e fondato sullo sfruttamento di energia a basso costo derivata da combustibili fossili: un mondo di questo tipo sarebbe indubbiamente più egualitario e giusto – quantomeno in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza – ma la crisi climatica sarebbe peggiore! Dato che i poveri del mondo non consumano molto e contribuiscono poco alla produzione di gas serra, nel caso controfattuale citato la nostra impronta di carbonio collettiva sarebbe maggiore e la crisi climatica ci avrebbe investito molto prima e in maniera molto più drastica. Ironicamente è grazie ai poveri – cioè al fatto che lo sviluppo è ineguale e ingiusto – che non immettiamo nella biosfera quantità di gas serra ancora maggiori di quelle odierne.
Per cui, in termini puramente logici, la crisi climatica non è intrinsecamente il risultato di disuguaglianze economiche – è fondamentalmente una questione della quantità di gas serra che immettiamo nell’atmosfera. Coloro che collegano il cambiamento climatico esclusivamente alle origini/formazioni storiche delle disuguaglianze di reddito nel mondo moderno sollevano questioni senz’altro importanti rispetto alle disuguaglianze storiche; ma ridurre il problema del riscaldamento globale a quello del capitalismo (intrecciato con le storie dell’espansione europea e dell’imperialismo moderni) non fa altro che offuscare la natura del nostro presente, un presente che è definito dall’incontro tra processi relativamente a breve termine della storia umana con altri processi più a lungo termine propri della storia del sistema Terra e della vita sul pianeta.
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