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Un’intervista di Giada Ceri a Francesca Fernanda Aversa, consulente editoriale, redattore e editor presso il gruppo Mondadori. Aversa svolge parallelamente l’attività di consulente filosofico ed è coinvolta in progetti di pratiche filosofiche di gruppo presso la Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso Maschile e Femminile, sui quali ha curato recentemente il volume Naufraghi… in cerca di una stella. Un esperimento di pratica filosofica in carcere(Universitalia 2019).

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GC: Da qualche anno conduci un laboratorio di pratiche filosofiche nel carcere di Rebibbia. Come funziona?

FFA: Si inizia esplorando insieme il significato delle emozioni attraverso il racconto delle esperienze vissute. In genere ci si lascia ispirare dalla letteratura e dall’arte, si utilizzano procedure immaginative o stimoli immaginativi iniziali, frammenti di testi poetici, letterari, aforistici. A Rebibbia siamo partiti da temi proposti dai detenuti; successivamente, ero io a proporre una poesia, un testo filosofico, e su quello si lavorava. Dopodiché loro scrivevano qualcosa. Nei giorni seguenti, nell’ora di socialità, si vedevano, condividevano e continuavano a parlare di quello che era stato fatto durante il laboratorio. Spontaneamente hanno cominciato a scrivere delle riflessioni, che poi mi davano. Tutto questo veniva rigorosamente registrato dalla direzione secondo prassi consolidate.

GC: La pratica filosofica quindi esce dallo specialismo accademico e non è neppure una forma di pratica psicologica. In cosa consiste?

FFA: Non ci sono riferimenti a contesti e ambiti già definiti. Il dialogo e il confronto nella relazione sono molto aperti. Si può partire per esempio, nell’incontro di gruppo, da un disagio, che però è inteso in senso esistenziale e viene affrontato senza fare riferimento a categorie psicologiche o psicopatologiche. L’essenza della pratica filosofica, come scrive Pierre Hadot, sta nell’idea di assumere sé stessi come oggetto di conoscenza e di azione allo scopo di trasformarsi, correggersi, purificarsi, edificare la propria salvezza.

GC: Salvezza, immagino, in un’accezione laica.

FFA: Molto laica. Noi facciamo riferimento al tema – antichissimo nella cultura greca – della cura di sé intesa non in senso medico, ma nel senso di epimèleia: avere cura di sé per avere cura dell’altro. Del resto era questo il titolo del progetto di ricerca da cui è nata l’esperienza del laboratorio all’interno del carcere di Rebibbia. In un laboratorio di pratica filosofica si propongono alla riflessione collettiva alcune questioni significative che riguardano la formazione e la trasformazione degli individui, dei legami comunitari, del modo di rivolgersi al mondo. Il fine comune è prendersi cura delle malattie dell’anima, ma il termine “malattie” è preso in un senso molto ampio. E anche il termine “anima” ovviamente va inteso non in un’ottica religiosa, ma di spiritualità laica. La filosofia vicina ai non filosofi, quindi. Nella definizione “pratiche filosofiche” rientrano tante possibili proposte, per esempio il dialogo socratico, i caffè filosofici, la consulenza filosofica individuale, il counseling filosofico, la comunità di ricerca, la filosofia con i bambini.

GC: Quando è nato il laboratorio a Rebibbia?

FFA: All’inizio del 2014, con il patrocinio dell’Università di Tor Vergata nell’ambito del progetto di Teledidattica in carcere, fino al marzo 2020 l’esperienza è stata attiva. Alla fine della pandemia gli incontri sono ricominciati in presenza. Nel primo incontro, che è stato di conoscenza tra me e i detenuti che si erano iscritti, incuriositi dalla proposta, c’è stata la richiesta di una riflessione comune sul tema della sofferenza, a cui ne sono seguiti altri (il potere, per esempio), e abbiamo avviato il confronto secondo le modalità del dialogo socratico aporetico. Aporia significa strada senza uscita, quindi questo dialogo non approda a una definizione, non c’è una risposta conclusa, ma è un cammino che si fa insieme e nel corso del quale c’è come un ampliamento della propria visione. Da dialogo socratico diventa dialogo polifonico.

GC: I dialoghi venivano registrati?

FFA: No. Né in Alta sicurezza né dalle detenute comuni. Però qualcuno dei partecipanti a turno faceva una sorta di protocollo, trascriveva quello che avveniva durante l’incontro.

GC: Quanto durava mediamente ogni incontro?

FFA: Due ore, due ore e mezzo.

GC: A un laboratorio del genere si direbbe possano accedere solo alcuni detenuti: le persone che mediamente abitano i penitenziari italiani spesso hanno problemi psichiatrici o di tossicodipendenza, oppure hanno una detenzione di breve durata.

FFA: Questa fu l’obiezione del garante dei detenuti, al quale avevo proposto il progetto del laboratorio. Il progetto gli piacque, e mi fece un’obiezione analoga alla tua, per cui questo tipo di esperienza si rivolgeva soprattutto a detenuti con lunghe pene. Di fatto è stato proposto all’Alta sicurezza, a persone che hanno pene lunghe se non addirittura ergastoli, anche ostativi. Nel gruppo con cui ho lavorato ci sono tre ergastolani ostativi. Però poi il laboratorio è stato richiesto anche dalle educatrici della casa circondariale femminile di Rebibbia, che ne sono venute a conoscenza, ed è partito proprio con le detenute comuni. L’esperienza fu proposta con un flash mob, su idea di un’educatrice.

GC: Un flash mob in carcere?

FFA: Arrivammo alle due, l’ora in cui le detenute in genere riposano, con dei microfoni, e declamammo in ordine sparso aforismi, versi poetici… Cominciammo da alcune righe tratte dalla Linea d’ombra di Conrad. Ci risposero voci che all’inizio protestarono, dicevano: “Che volete? Stiamo dormendo…” in vari dialetti, e in modo non necessariamente gentile. Però poi pian piano le detenute si incuriosirono e si affacciarono sul ballatoio (eravamo all’interno dei reparti che, a Rebibbia femminile somiglia molto a quello che qualche volta ci viene mostrato nei film, è una struttura circolare e intorno ci sono due ballatoi). Dopo un po’ le detenute scesero tutte, eravamo circondate, e cominciarono a chiedere: che cos’è il laboratorio? Quindi invitammo le scrivane a raccogliere le adesioni attraverso le domandine. Il laboratorio fu presentato ufficialmente nella biblioteca, affollatissima. C’erano persone in piedi anche in corridoio, che ascoltavano.

GC: Solo detenute?

FFA: No, anche alcuni operatori e due insegnanti. Erano incuriositi, perché normalmente si associa la filosofia allo studio che se ne fa a scuola o all’università. Noi non volevamo proporre una presentazione teorica dei contenuti, ma agirla. Quindi, memore di quello che era avvenuto con i detenuti dell’Alta sicurezza maschile, chiesi alle detenute di suggerire argomenti sui quali avevano voglia di interrogarsi, di dialogare, e loro proposero temi come il tempo – ovviamente –, la noia, la maternità, il sogno… Alla fine facemmo una sorta di dialogo socratico improvvisato su “sogno-realtà-desiderio”. Fino al 2016 abbiamo portato questa esperienza alle detenute comuni, che avevano anche pene brevi, con la formula del caffè filosofico, che si può concludere anche in un solo incontro, epperò già lascia dei semi, qualche traccia. Ricordo che il primo caffè filosofico, su richiesta delle detenute che avevano aderito, fu “Miti d’amore”. Preparammo dei foglietti con frasi e immagini di quadri famosi; ciascuna di loro pescava a caso nel contenitore e poi, sulla base di quello che era stato pescato, veniva invitata a fare una sua riflessione, condividere una sua esperienza, mettere in campo un’emozione, una propria tonalità emotiva; e su questo avveniva lo scambio dialogico. Fu un caffè molto bello, che proseguì, viste anche le tematiche emerse, e le angosce personali, con un altro dal titolo “Le mie passioni mi hanno fatto vivere, le mie passioni mi hanno ucciso”, con riferimento a un’opera di Rousseau. I vissuti condivisi erano drammatici, molte di loro si trovavano a scontare una pena che era la risultante di relazioni dannose. Erano state coinvolte in relazioni “amorose” che le avevano portate a commettere reati. Fu un’esperienza molto intensa, tant’è che nel 2016 l’allora direttrice del femminile mi chiese se ero disposta a proporla anche in Alta sicurezza.

GC: Per questa via si portano in carcere anche temi che dentro sono particolarmente scandalosi, come appunto quello dell’amore, in tutte le sue accezioni. Negli istituti penitenziari non c’è un veto esplicito alla relazione anche fisica, ma esistono dei divieti che rendono impraticabile questa parte della vita della persona detenuta e aggiungono alla pena ufficiale un’altra pena, non scritta. Quindi mi figuro il laboratorio filosofico come un’infiltrazione d’acqua, che non sai dove può arrivare.

FFA: Esatto, è una porta d’ingresso. Dopodiché, come dicevo, non si arriva a delle risposte, anche se all’inizio c’è una grande richiesta, e irritazione, da parte di qualcuno: “Io voglio delle risposte”… Invece la bellezza di questi incontri è nell’imparare a sostare nell’incertezza, nel dubbio, nella domanda. Che porta a riflessioni ulteriori.

GC: Tra l’esperienza con i detenuti e quella con le detenute hai osservato delle differenze?

FFA: Nella sezione femminile è stato più facile contattare le proprie emozioni, i propri sentimenti, le proprie ferite, che sono diventate feritoie attraverso le quali riflettere, conoscersi, fare un’autoindagine filosofica. Al maschile questo percorso è stato più difficoltoso. C’erano maggiori resistenze a contattare i vissuti emotivi e quindi abbiamo lavorato molto su questi aspetti.

GC: La differenza è individuale oppure rimanda al genere?

FFA: Le mie esperienze sono di fatto limitate anche se protratte nel tempo. Quella iniziata nel 2014 non era la prima per me. Avevo già partecipato a progetti di scrittura creativa o autobiografica – parlo del 2010 – ai quali ero intervenuta in qualità di filosofico pratico, anche se questa definizione non mi piace, è una definizione solo fino a un certo punto calzante rispetto a quello che si fa… Dunque, conoscevo un po’ l’ambito, sempre a Rebibbia. È un ambito che ha sempre suscitato il mio interesse. Avevo lavorato molto nei centri antiviolenza in zone piuttosto disagiate della mia città. Ostia, Acilia… zone molto periferiche. Il tema della violenza mi interessava esplorarlo anche dalla parte di chi ha commesso reati, quindi partecipavo a convegni e seminari… Ce ne fu uno molto bello, per esempio, “Pensare e raccontare in carcere”, organizzato nel Museo criminologico. Poi un’amica, che ha operato per moltissimi anni a Rebibbia con laboratori di scrittura creativa cui io partecipavo in qualità di ascoltatrice, mi chiese se avevo voglia di dare il mio contributo e aprire una prospettiva anche filosofica. Fin dalla prima volta mi sono resa conto che è un contesto, quello del carcere, in cui le stesse emozioni, gli stessi sentimenti, gli stessi pensieri che appartengono al mondo fuori risultano come amplificati, quindi anche le differenze di genere vengono stigmatizzate. Non pensavo tanto alle differenze legate ai reati commessi o fra detenuti e detenute, ma proprio a questa sorta di stigmatizzazione relativa al genere esistente fuori ma lì dentro particolarmente accentuata. Tra le detenute ho rilevato un maggiore agio nel parlare di sé, nel mettere in campo i propri vissuti – vissuti anche molto drammatici – rispetto a quanto è avvenuto nell’Alta sicurezza maschile, in ritardo e con maggiore fatica, potenziando soprattutto gli strumenti analitico-concettuali. Forse c’era anche un po’ di diffidenza rispetto a qualcuno che veniva dall’esterno ed entrava in un contesto in cui vengono commessi reati visti con un pregiudizio maggiore.

GC: E che portano all’idea per cui la detenzione debba essere una strada, appunto, senza uscita. Curioso: il dialogo aporetico, senza via d’uscita, dentro un’istituzione aporetica, come spesso è il carcere, che produce altro carcere.

FFA: È paradossale che invece il dialogo socratico aporetico fornisca gli strumenti di navigazione. Ricordo che li chiamammo proprio così, facendo riferimento a una metafora marinara del Fedone. Quando cessano i venti bisogna por mano ai remi… La seconda navigazione diventa più faticosa, però è quella che ti permette di creare degli strumenti che forse danno le chiavi d’accesso per l’uscita. Per molti di loro così è stata percepita l’esperienza delle pratiche filosofiche.

GC: Nell’idea prevalente di riabilitazione penitenziaria l’istruzione, la conoscenza occupano un posto ancora marginale e l’esperienza delle pratiche filosofiche sembra minoritaria.

FFA: C’è l’esperienza pregressa di Giuseppe Ferraro in Campania e ce ne sono altre che sono sorte dopo. Quella di Rebibbia è stata un’esperienza pilota. Nel 2015-2016 ne è nata una al carcere di Torino, e poi a Milano-Bollate. A Terni è stato proposto qualcosa del genere, non tanto pratiche, quanto giochi filosofici.

GC: Potrebbe essere un percorso parallelo a quello svolto nella scuola fuori, per poi arrivare a un punto d’incontro. Tuttavia, anche nella scuola la filosofia è per lo più limitata a un gruppo relativamente ristretto di studenti.

FFA: Nell’ambito del Master di pratiche filosofiche dell’Università Roma Tre sono stati realizzati progetti di pratiche filosofiche con studenti non solo dei licei ma anche degli istituti tecnici. Il titolo di uno di questi era “Da una vita allo sbando alle domande pericolose della filosofia”, dove abbiamo lavorato con gli studenti in sinergia con i detenuti. Ricordo l’incontro sul tema della libertà, avvenuto a distanza. Feci leggere a una terza liceo alcuni scritti di detenuti dell’Alta sicurezza che avevano l’ergastolo ostativo, e ci fu una risposta da parte di alcuni di loro, in particolar modo di una ragazza, Chiara, diciassettenne, che inviò le sue riflessioni a uno dei detenuti tuttora all’ergastolo ostativo. Nacque qualcosa di molto profondo. Quindi si produce un cambiamento. Però non parlerei di riabilitazione. È un cambiamento che travalica la dimensione del contesto penitenziario, investe categorie universali, e persino l’operatore. Ha investito anche me.

GC: L’esperienza del laboratorio dunque dice anche che c’è la possibilità di un rapporto diverso tra gli operatori e i detenuti.

FFA: Se da parte degli operatori non c’è rifiuto o contrapposizione ma un senso di condivisione comunitaria credo che si possano conseguire buoni risultati, attivare buone relazioni. Non esiste solo Santa Maria Capua Vetere, anche se, certo, io ho parlato del Nuovo complesso di Rebibbia, altrove non so… Un collega ha provato a fare qualcosa sulla mediazione ad Alessandria ma lì il clima era diverso.

GC: Pensi sia possibile una partecipazione degli agenti di polizia penitenziaria al laboratorio?

FFA: Ne abbiamo parlato con alcuni colleghi. L’idea era proprio questa, in un momento drammatico come quello che si è vissuto e di cui siamo venuti a conoscenza di recente rispetto alle vicende di violenza a Santa Maria Capua e in altre carceri italiane, è importante creare occasioni di confronto e dialogo fra gli operatori che lavorano nel contesto penitenziario, in particolare con gli agenti di polizia. Era un’ipotesi che avevamo già accarezzato l’anno scorso, poi ci sono state le chiusure e ne stiamo riparlando adesso. Le pratiche filosofiche hanno come punto di riferimento fondamentale proprio il dialogo e la relazione; le conoscenze e le competenze in questo ambito non sono necessarie. Ci si confronta su temi che riguardano l’esistenza, il nostro essere nel mondo e il senso che vogliamo dare al nostro essere nel mondo. A Rebibbia il laboratorio ha vivificato… ecco, mi sento di dire questo: le pratiche filosofiche non risolvono problemi, o curano chissà cosa, ma vivificano, fluidificano, rimettono in moto una ricerca di benessere che è volta non a ottenere successo, ma a sentirsi parte viva di questo mondo, di questo universo. Ovviamente è fondamentale che il filosofo pratico che va a realizzare questi progetti abbia fatto e continui a fare un lavoro su di sé, di autoindagine. Il conosci te stesso e il niente di troppo, che erano le due iscrizioni sul tempio di Apollo a Delfi, sono importantissimi perché la relazione è paritetica, fra due dialoganti.

GC: Il carcere è ancora un mondo in cui si ragiona di pena da scontare, di trattamento da subire o a cui partecipare per uscirne emendati, e la dimensione può essere quella del do ut des. Il laboratorio di cui stiamo parlando sta dentro un’istituzione in cui esiste questo binomio, la partecipazione in cambio del beneficio.

FFA: Non a Rebibbia. Lì c’è stata un’adesione iniziale dettata dalla curiosità e poi, dopo qualche mese, una partecipazione convinta. Aspettano il lunedì – io vado ogni lunedì dalle 15 alle 18 – e c’è proprio un’attesa degli incontri, che hanno prodotto cambiamenti non rispetto all’istituzione ma rispetto alle relazioni che ci sono all’interno dell’istituzione e perfino tra i detenuti stessi, tra i detenuti e gli agenti penitenziari. Però ci tengo a sottolineare che Rebibbia è un po’ una realtà a sé stante, e in particolare il Nuovo complesso negli anni ha goduto e gode di una direzione illuminata. Non è stato casuale che nel 2012 vi sia stato girato Cesare deve morire dei fratelli Taviani. C’è stato Carmelo Cantone, direttore, e poi altre figure che ne hanno raccolto il testimone. C’è una discreta collaborazione con gli agenti della polizia penitenziaria e si è venuta a creare una dimensione comunitaria. All’inizio il laboratorio è stato accolto favorevolmente, ma un po’ in sordina, senza un coinvolgimento dell’area educativa. Poi qualche mio collega si è incuriosito. Cosa scrivono? Così è nata l’idea di raccogliere gli scritti dei detenuti in un volume, Naufraghi in cerca di una stella, e questo ha dato visibilità al laboratorio, anche all’interno di Rebibbia. Sono state organizzate presentazioni nel carcere e fuori, cui hanno partecipato docenti universitari di diritto penale, e il volume è stato recensito su varie testate. L’educatrice Deborak Moccia ha partecipato a qualche incontro e ha chiesto una relazione su quello che i detenuti hanno colto in questi anni di laboratorio, una sintesi su ciò che avevamo potuto osservare e condividere.

GC: Che cosa è successo in seguito alla chiusura dovuta alla pandemia?

FFA: Il laboratorio esiste tuttora dopo la fine del lockdown. I detenuti dell’Alta sicurezza durante la chiusura hanno avuto finalmente il servizio di posta elettronica, quindi abbiamo potuto comunicare tramite mail, c’è stato uno scambio per iscritto di contenuti filosofici. Io inviavo poesie, brani, per esempio un testo di Marco Aurelio sull’amicizia, che mi venivano restituiti con alcune riflessioni. Questo ha mantenuto viva anche in loro una postura di fondo di accoglienza dell’incertezza pur in un periodo drammatico come quello che abbiamo vissuto. Alcuni si sono laureati… Credo che un gruppo di pratiche filosofiche fornisca una postura di maggiore fiducia, di minore paura del fallimento. Con i ragazzi delle scuole e con i detenuti abbiamo dialogato molto sul tema successo/fallimento, sul confronto con le proprie fragilità. Abbiamo avuto moltissime richieste dagli studenti delle scuole di Roma e del Lazio per le PCTO, l’alternanza scuola-lavoro, che hanno chiesto di venire in carcere. E la relazione è avvenuta anche nella forma online. Abbiamo chiamato il progetto Pathemata e mathemata: dalla sofferenza e dal pathos può nascere conoscenza.

GC: Delle pratiche filosofiche, a scuola e in carcere, mi sembra fondamentale la dimensione della relazione.

FFA: E di decentramento dell’io. Aggiungo poi la componente del piacere, l’eudamonia, la ricerca della virtù intesa in senso lato, come piacere di esistere, di entrare in relazione con l’altro.

GC: Ecco, nominare il piacere nei luoghi della pena può essere un bel grimaldello.

FFA: Il mio timore è che la filosofia in carcere finisca per essere considerata un lusso. Invece anche nell’ambito delle PCTO abbiamo aperto la possibilità non solo ai licei, ma anche agli istituti tecnici. Ci sono stati scambi, fra gli uni e gli altri, al limite della commozione. Vorrei che trapelasse anche questa partecipazione affettiva degli incontri, che hanno a poco a che vedere con la filosofia accademica, o con la lezione frontale.

GC: Coinvolgere anche gli agenti di polizia penitenziaria in una pratica che contempla la fragilità come categoria dell’umano pare una bella sfida. Ma la dimensione della relazione mi sembra fondamentale perché, di fatto, in carcere ci stanno anche loro.

FFA: Anche gli agenti vivono condizioni di grande disagio, fanno turni massacranti… A Rebibbia ho trovato il desiderio di essere visti in modo diverso, di avere accesso a strumenti che in passato non hanno avuto occasione di utilizzare.

GC: Occorre allargare il campo, sì. E c’è da ridurre il danno che il carcere produce. È un danno che produce per tutti, quindi ci vuole la disponibilità anche da parte degli agenti a svolgere un ruolo che non li veda come meri guardiani. Il carcere può essere un laboratorio sperimentale, in questo senso. Come dicevi, dentro si amplifica quello che c’è già fuori.

FFA: Il carcere è un luogo estremo, e relazione è la parola-chiave. Relazione con l’altro da sé, ma anche con l’altro in sé stessi. Con lo straniero e con le molteplicità che ci abitano, con la nostra perturbante alterità.

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Autore

giadaceri@minimaetmoralia.it

Giada Ceri (Firenze, 1972) ha lavorato presso case editrici, riviste (“Exibart” e “Testimonianze”), organizzazioni del Terzo settore impegnate nell’ambito penitenziario. Ha insegnato la lingua italiana a persone straniere (soprattutto migranti e immigrate). Dal 2020 lavora come docente di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato "L’uno. O l’altro" (Giano Editore, 2003), "Il fascino delle cause perse" (Italic Pequod, 2009), "Gli imperatori. Sei volti del potere" (Melville Edizioni, 2016), "La giusta quantità di dolore" (Exòrma Edizioni, 2018). Nel 2014, per la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, ha curato il Quaderno «È una bella prigione, il mondo» sui temi del carcere italiano contemporaneo. Ha scritto per volerelaluna.it e attualmente collabora, oltre che con minima&moralia, con la rivista «Una Città» e il blog «Il primo amore».

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