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A teatro di rado si vedono spettacoli nuovi che abbiano anche una bellezza e un’aura classiche. Di solito le novità sono eclettiche o sperimentali o comunque di difficile interpretazione, e si dimenticano facilmente. Per fare in scena qualcosa di nuovo e di buono – soprattutto di buono – occorre non soltanto conoscere i classici ma anche saperli smontare e rimontare all’uopo. Da noi lo ha fatto Valeria Parrella con una serie di pubblicazioni puntuali e decisive.

“Quando scrivo per il teatro non sto scrivendo veramente per il teatro” afferma Parrella nella nota al suo secondo testo teatrale, Ciao maschio. “La realtà è che ci sono cose, storie, argomenti che a me riesce facile scrivere come novelle. Ma a volte affiorano pezzi più profondi, più vaghi e quindi meno strutturati e strutturabili in trame certe, che non so dove collocare.” Così nasce il suo teatro, che finora consiste principalmente in cinque pubblicazioni: Il verdetto (2007), Ciao maschio (2009), Antigone (2012), Assenza (2015) e Il segreto del talento (2023). A questi si aggiungono Tre terzi (insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale, 2009) e Didone, contenuto nel volume collettivo Le Nuove Eroidi (2019). Ho assistito alla messa in scena di soltanto due dei suoi testi teatrali: Il verdetto, al Teatro Nazionale di Napoli, e Antigone, al Théâtre de Chaillot di Parigi, che è più di una semplice variazione sul mito della sorella di Polinice. Entrambi gli spettacoli mi colpirono molto. A proposito del suo Antigone Parrella ha scritto: “Le opere della classicità non si attualizzano: sono già attuali. L’unico compito che si può dare chi voglia mettervi mano è quello di cercare quali siano le porte, oggi, che girano su quei cardini di sempre.” Sono parole che fanno riflettere.

Ho sempre amato la scrittura di Valeria Parrella. È forse la nostra migliore autrice di racconti brevi – qui valga il femminile sovraesteso – e per questa ragione ha una forza stilistica che le consente di variare toni e ritmi con grande naturalezza. Sa anche essere profonda e talora estrema (“Sei un codardo perché sai che io non mi alzerò da questo letto per darti una testata in bocca e lasciarti sul pavimento a sanguinare” dice o pensa di dire a un certo punto la narratrice di Lo spazio bianco), pur tenendo presente il “fren dell’arte”, cosa poco comune fra gli scrittori contemporanei. Non è tuttavia una grande romanziera; la sua penna predilige la forma breve e i suoi universi narrativi sono sempre relativamente ristretti, sebbene il suo romanzo più lungo, Lettera di dimissioni, di 180 pagine, sia bello e originale e anche – nel senso più onesto di un termine talora troppo abusato – politico. Difatti Lettera di dimissioni è un libro che affronta la crisi non soltanto politica e artistica ma anche morale della sinistra italiana; in questo senso credo che sia un’opera poco o nient’affatto capita dal nostro mondo culturale, perché non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, o leggere. Ma non è di questo che voglio scrivere qui.

Mi interesserò invece all’ultimo romanzo di Valeria Parrella, La Fortuna, uscito nel 2022 per i tipi di Feltrinelli. È uno dei suoi libri che ho amato di più, certamente il più ricco e il più fantasioso; in fin dei conti può essere considerato un romanzo d’avventura travestito da romanzo di formazione.

Lucio è un ragazzo di Pompei che sogna di comandare una nave imperiale e solcare i mari ma che ha un occhio cieco e che perciò teme di non poterlo fare. Qui torna un tema comune a diverse opere di Valeria Parrella, evidentemente autobiografico: la disabilità. “Odio il mio rango, e odio quest’occhio, e odio Pompei” dice Lucio, e ciononostante nel corso del romanzo riuscirà – oltre a scoprire l’amore e l’avventura e dunque la vita – a rivoltarsi a un destino che sembrava segnato, imbarcandosi su una nave chiamata per l’appunto “La Fortuna”. La sua disabilità, l’occhio cieco, alla fine può rivelarsi una forza o comunque un segno di distinzione.

Il resto della trama è Storia, cioè tragedia, perché Pompei finisce nella cenere. “Le persone hanno un’idea vaga della catastrofe, finché non se la trovano davanti” scrive Lucio. “E molti, per loro sorte felice, non se la troveranno mai davanti. Ne hanno un’idea fatta sui testi antichi e sulle tragedie viste a teatro e allora immaginano. Immaginano che nella catastrofe, quando una civiltà viene risucchiata dalla guerra o dal mare, o un’esistenza non tornerà mai più come prima, le donne si battano il petto come le troiane. E si dicano parole alate come le avrebbe dette Enea lasciandosi alle spalle Ilio in fiamme. Immaginano postura da eroi e grandezza. Invece nella catastrofe non è possibile alcuna postura, nessuna grandezza.”

Il seguente passo, come gran parte del romanzo, mi sembra esemplificativo di ciò che Parrella ha tentato di fare con La Fortuna, e spiega perché ho cominciato questo mio articolo con il teatro e non con le altre sue opere. Il punto è che nei testi teatrali, come ha osservato lei stessa in una conversazione con Lella Costa inclusa in Ciao maschio, Parrella usa “un tono alto, altissimo”, mentre nei racconti e nei romanzi fa sempre attenzione a “registrare una lingua possibile”, cioè autentica e facilmente accessibile al lettore contemporaneo.

Naturalmente leggendo La Fortuna si è portati a pensare a un’altra autrice di lingue “alte”, Marguerite Yourcenar, che già era posta in esergo ne Il verdetto, tuttavia con questo romanzo Parrella tenta anche qualcosa di inedito, ci tengo a ripeterlo, facendo coincidere il caos di un mondo riccamente narrativo – quel suo talento tanto evidente nei racconti – con una lingua mai vista altrove, “alta, altissima”, simile a quella che adopera nei testi teatrali, una lingua dunque che sia altro da noi e che nondimeno ci suoni vicina grazie alla forza della narrazione, al personaggio romanzesco – un ragazzo, un eroe – di Lucio. D’altra parte, occorre sottolinearlo, La Fortuna è il primo romanzo non “autobiografico” di Valeria Parrella. Forse è perfino il suo primo romanzo tout court, perché in Lo spazio bianco, in Tempo di imparare e in Almarina (Lettera di dimissioni è un caso diverso) si cerca una forma nuova che può anche non essere inclusa nel “romanzesco”. Queste però sono mere etichettature artistiche e quindi lasciano il tempo che trovano: limitiamoci a dire che Parrella scrive e racconta.

La Fortuna ha avuto un buon riscontro critico ma non un grande successo di pubblico, come era invece accaduto ai primi racconti di Valeria Parrella – due raccolte memorabili: Mosca più balena e Per grazia ricevuta – e al suo primo romanzo, Lo spazio bianco. Parrella, pur trasponendosi in un’altra finzione narrativa, ha reagito con Il segreto del talento, il suo ultimo testo teatrale, nel quale mette in scena due attrici, La Dernier e Melina, la prima aspirante al vero e sacro “talento”, il cui segreto è custodito materialmente dal Maestro, non a caso un uomo, e la seconda stufa di tutto (“M’aggio scucciata”), al punto di volersi riempire le tasche di petardi per lanciarli su critici e giornalisti e drammaturghi e poliziotti. Difficile capire quale delle sue protagoniste Parrella senta più vicina: forse entrambe, forse nessuna delle due. Ma se penso a La Fortuna, a ciò che ha tentato di fare e che infine ha fatto, riuscendo a scrivere un romanzo a un tempo epico e di formazione, un libro nel quale a momenti sento riaffiorare la libertà dei miei vent’anni, mi viene da dire che la sua arte narrativa è al meglio e che Valeria Parrella è senz’altro una delle nostre scrittrici migliori. Aspettiamo il suo prossimo libro, romanzo o novella o raccolta di racconti che sia. Gli scrittori di talento non si dimenticano.

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Autore

edopisani@minima.it

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988 e vive a Roma. Ha esordito con il romanzo E ogni anima su questa terra (Castelvecchi Editore, 2022, finalista premio Berto, finalista premio Flaiano Under 35). Con Castelvecchi ha pubblicato anche il saggio E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! (2023) e il romanzo Al mondo prossimo venturo (2024). A gennaio 2026 l’editore Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

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