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Pubblichiamo la prefazione di Gianni Montieri al libro di Barbara Coacci La consistenza, uscito per Arcipelago Itaca.
Tuffarsi e, prima piano, poi più rapidamente, nuotare, mantenendo un’andatura a volte costante, altre irregolare. Scivolare sott’acqua e l’attimo dopo ritornare in superficie per respirare. Braccio sinistro, braccio destro, arrivare al pontile, girarsi sul dorso, ritornare indietro. In questa nuotata solitaria avvertire non soltanto la fluidità dell’acqua, ma anche la sua resistenza. Siamo in una densità intermittente, tra quella del “sasso / che scende lentamente in questo acquario” e quella dell’aria al riemergere da una bracciata, “con tutta l’acqua che scivola / fuori dallo sguardo”. Come una nuotatrice, un nuotatore, ci si potrebbe sentire – così mi sono sentito – leggendo le poesie raccolte ne La consistenza di Barbara Coacci, suo secondo libro e conferma di un talento raffinato.
Ricordo il tratto rigoroso del suo esordio, Nessuna nuova, pubblicato, con l’interessamento di Giuliano Mesa, da La Camera Verde una quindicina di anni fa; lo ritrovo oggi consolidato dall’esperienza, affinato dai mutamenti che normalmente avvengono e si stratificano in noi. Nascite e morti, ma anche giornate nelle quali non accade niente e ‘nuotiamo’ senza sforzo apparente. La scrittura si è fatta ancora più nitida, capace di risuonare negli interstizi del quotidiano, scoprirne la segreta magnificenza “nel solco azzurrino / delle vene”, senza cedere all’enfasi.
Il libro è articolato in quattro sezioni, capitoli, lunghe bracciate. Ciascuna tiene conto di “tutto quell’andirivieni”, del movimento continuo delle cose, delle vite. Le parole appartengono a un lessico condiviso, eppure, nel loro ritmo, scarto, sottrazione, sembrano pronunciate per la prima volta. Eccolo il talento: l’effetto non è di straniamento, ma di una precisione rivelata. Le poesie sono in grado di commuovere e di giocare, piene di un’amara ironia, di un senso di perdita mai cupo, di una dolcezza timida, a volte trattenuta e poi liberata quando il termine esatto segna lo spazio bianco e lo rivela. Nel confronto con l’immanenza della vita materiale, coi suoi carichi e frizioni, e nel riconoscimento della vastità fluida del tempo e della memoria, prendono forma le meditazioni liriche di questi testi. Al cuore sta quell’“aria di famiglia” inscritta nei gesti minimi, tra almeno tre generazioni, in una misteriosa circolazione di mandati che continua a sorprenderci – noi stessi, le stesse persone eppure persone diverse: figlia, madre di figlia, figlia di padre, figlio di madre, madre-moglie, compagni, e via di seguito.
“Non eravamo pronte”, così comincia il libro. Una condizione non di eccezione, ma comune, alla vita e alla scrittura. In questa prospettiva la consistenza cui allude il titolo non è una certezza raggiungibile (“nessuna consistenza rassicura”), e forse neanche desiderabile, bensì una qualità da attraversare e sperimentare.
Come quando nasce una figlia tanto voluta e no, non si è pronti al “gioco” fatale della fragilità, che riscrive completamente la coscienza del genitore: “mia minuscola bimba di cristallo / mio uovo di corallo frettoloso / mia misura”. Forse la parte con la tensione emotiva più alta è quella in cui Coacci viaggia dentro la morte del padre. Come stare in questa perdita ‘naturale’ e immedicabile? È un processo che non può esaurirsi, prosegue nel “tempo fermo”, ma non solitario, della memoria. Il genitore muore ma la conversazione con lui continua: “Avresti amato Eraclito”. Ci sono cose da dire e non dette, eredità e orizzonti inscritti in una vocale: “beby, dicevi, con la e aperta, / spalancata”.
Non si finisce mai, si ricomincia. Il nuovo che viene continua a venire per sempre, chi ci lascia non lo fa per davvero, continua a lasciarci ogni giorno e – nelle cose sue e nostre – continua a lasciarci immersi nella “memoria dei corpi”.
La consistenza è un pieno e un vuoto, è un piano inclinato, il pieno scivola a valle e si gonfia nel suo rotolare in discesa mentre il vuoto risale e sparge all’aria quel che ci tocca riempire, o soltanto ascoltare. Forse le poesie di Coacci sono tutte poesie d’amore, ma “Amore è una parola imprecisa” per descrivere quella densità di legami indagata in questi testi, delicata e inevitabile; nuotiamoci dentro.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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