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Un’opera ben costruita inizia la sua traiettoria di significazione dal titolo, cosa non scontata come ha ben spiegato Pier Vincenzo Mengaldo nella sua trattazione dell’argomento (“i titoli fanno certamente parte integrante del testo relativo, ma non sempre ne chiariscono il senso o almeno l’avvio[1]”).

Resistenza e sparizione di Sergio Bertolino, edito da Avagliano e con una postfazione di Giancarlo Pontiggia, già dalla copertina rievoca le grandi questioni filosofiche del Novecento: la serrata critica derridiana al logocentrismo e al fonocentrismo platoniani, per altro fondativi della metafisica occidentale, nonché l’altrettanto serrata critica alla metafisica di Heidegger in favore dell’acquisita distanza da quest’ultima verso un percorso di decifrabilità dell’espressione dell’individuo nel suo tempo e in ogni altro tempo, attraverso l’impronta della scrittura fatta di segni che continuano a sfuggire ai loro significati più statici e spesso illegittimamente normativi. Presenza nel momento contro sopravvivenza nelle epoche, faccenda collettiva ma anche privatissima.

Per converso, è un apparente scenario bellico quello che semanticamente risulta dai primi testi di questo libro, una guerra compiuta nel proprio “letto di calugine”, da cui “non restano che segni”, gli stessi, forse, provando a parafrasare, di cui parlava Derrida nella sua Grammatologia: “Scrivi / è un’etica la forma”, chiosa Bertolino.

Il tono alto, non ancora aulico per via dell’ingresso di modi di dire e locuzioni del linguaggio parlato, richiama un’epica destoricizzata (alla luce de “l’inattualità / di questa storia”, scrive l’autore) e anti-realistica benché “elementale”, capace di svolgere un discorso diffusivo, trasversale, in cui il referente (anche talvolta apertamente sentimentale) sembra giocare al nascondimento per suggerire sia la facoltà di relazione perfino nella irrelazione, sia il mutuo riconoscimento socializzante (“il mio cuore / contro il tuo semplificato”).

Tra questi testi emerge, però, anche una forte radice di solitudine, un discorso altro, non secondario e personalizzato, dell’io con sé stesso: “e punto i piedi dove credo / sia la traccia, per odiarmi”.

Il paesaggio del sud sembra cristallizzare, con la sua arsura, il ricorrere della sete già dal precedente libro dell’autore e con la vegetazione specifica mediterranea (fichi, salicornie, verdolini, limoni), quell’umanissima esigenza di ristoro che è anche ossessione e dipendenza dell’uomo dalle sue stesse necessità (o velleità), dal bisogno di essere altro, sempre altro, e dalla sua farraginosa se non impossibile relazione con il numinoso (quel ganz Andere di Rudolf Otto, il “totalmente Altro” sacrale che affascina, abbacina e talvolta – forse – imprigiona, finanche nella malattia mentale come suggeriscono gli antropologi). Ma il sud non è solo bisogno compulsivo: è anche “rabbia che si volle altrove”, emigrazioni imposte, lontananza irrisolta, dislocazione psicologica, sforzo sovrumano di essere (dura lex, sed lex: resistenza O sparizione).

Le formule neodialettali adottate dall’autore in una delle sezioni trascinano la sonorità spiccata di questi versi (Bertolino è anche musicista) in una auto-prosodia latamente salmodiante, confessionale e intima, come un discorso fatto in privato. Sonorità messa in chiaro, per altro, dallo stralcio di uno spartito, tra “creazione” e decreazione (per dirla con Simone Weil ripresa poi da Anne Carson, ma senza dimenticarci la decostruzione derridiana).

Non stupisce la presenza simbolica del vento “che strappa” il tempo, la giovinezza e finanche l’alterità di cui ciascun individuo è originariamente dotato: “chi diventa la mia legge? // Chi, l’altro me se mi cammina / come un buio arzillo, / o questo grillo, il collare, l’ambizione”. Così come quella del “puer” ferito, quel fanciullino che dalla classicità giunge al Novecento con Pascoli e poi, con non poca fatica, ai tempi nostri, durante i quali la sua unica forza risiede quasi esclusivamente nella sua disillusione (un bambino vecchio). E non stupisce nemmeno il ben poco velato richiamo dantesco alla “discesa” che, però, non è dentro di sé o sotto di sé, bensì “dietro”, come uno strascico riavvolto, una tensione verso ciò che non è frontale, verso “il senza nome [che] rifiorisce” dalla necessaria disgregazione (personale, individuale, amorosa, di pensiero) che tutti percepiamo oggi.

Si possono provare a indovinare molte ascendenze letterarie dell’autore, poeta di tante letture, affinità formali (sempre nel senso di questa forma poetica crocianamente distinta da tutto il resto) come il verso piano, elegante, esistenzialista di Luzi; l’afflato solenne di Rilke, che è nominato esplicitamente nel suo blu “ravvivato nella sete”, ma anche di Cvetaeva, con i suoi trattini che sono veri e propri pronunciamenti di silenzio compartecipi dei testi, così come il primo Montale, quello meno prosaico e più ermetico. Forse però, in questo caso, tale sforzo non sarebbe utile a comprendere il senso genetico di questo libro, fondato su una radicale percezione di estraneità dalla modernità ma di natura esplorativa, commutativa (e nemmeno la giovane età di Bertolino servirebbe a contestare questa ipotesi ermeneutica).

Tornando al titolo, per una illusoria assonanza mi viene da pensare anche a Differenza e ripetizione[2] di Gilles Deleuze, tra identità, differenza, eterni ritorni e abitudini (o vizi) etico-comportamentali in relazione non solo a come funziona l’uomo in generale ma anche alla sua volontà.

E proprio quel fumus di volontà che attraversa il libro, sia nella disperazione che nell’amore e nelle possibili valvole di salvezza, appare come una credibile chiave dirimente dell’opera, tutta intrisa però di un filo di saggezza scomposta, visionaria, che rasenta e assomiglia alla follia, quel trascendimento dalla norma (che sia formale o sostanziale) di cui si sente ancora molto bisogno in poesia e, probabilmente, nella vita.


[1] Pier Vincenzo Mengaldo, Com’è la poesia, Carocci Editore 2018.

[2] Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore, 1997.

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Autore

gblanco@minima.it

Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.

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