Pubblichiamo, ringraziando l’editore Mimesis, un estratto dal libro “Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor“, curato da Benedetta Centovalli, che tratteggia un ritratto della scrittrice americana attraverso saggi di traduttori, scrittori, editor e critici (Romana Petri, Sandra Petrignani, Luca Doninelli, Mario Andreose, Giuseppe Zucco, Fernanda Rossini tra gli altri) e due interviste a Flannery O’Connor inedite in traduzione italiana. Pubblichiamo qui una parte del saggio della scrittrice Angela Alaimo O’Donnell dedicato alla contraddittoria questione razziale nell’opera di O’Connor e, in particolare, la sua analisi di due racconti, Punto Omega e Rivelazione.
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“The Habit of Being” e le dichiarazioni razziste di O’Connor
Prima di addentrarci nella visione profetica di O’Connor nei suoi racconti, ritengo doveroso affrontare direttamente la spinosa questione delle affermazioni razziste di Flannery nelle sue lettere.
Mi sono dedicata alla delicata indagine dell’atteggiamento di O’Connor verso la questione razziale perché percepivo che sotto la superficie dei suoi racconti c’era qualcosa che andava oltre le conoscenze critiche già in mio possesso. Avevo bisogno, quindi, di penetrare più in profondità nel pensiero di O’Connor sugli afroamericani, le leggi Jim Crow e i diritti civili, e i modi in cui la Chiesa sosteneva o ostacolava la causa dell’integrazione nel Sud. Inoltre, da insegnante, avevo la necessità di poter affrontare con una profonda cognizione di causa le discussioni con i miei studenti, in questi ultimi anni molto più sensibili alle questioni razziali e quindi molto più attenti e critici della rappresentazione che ne fa O’Connor. Con mia grande sorpresa ho constatato che non esisteva alcun libro dedicato a questo tema e quindi mi sono resa conto che avrei dovuto scrivere io il libro di cui avevo bisogno.
L’effetto che questo progetto ha avuto su di me è diverso da quello di ogni altro mio libro. La mia intimità con Flannery è aumentata.
Ho consultato gli archivi del Georgia College di Milledgeville e della Rose Library dell’Emory Institute di Atlanta, e ho avuto accesso alle lettere di Flannery nella loro forma originale, molte delle quali mai pubblicate. In molte di esse, ha fatto confessioni ed espresso idee relative alla questione razziale che non avevo mai letto in The Habit of Being, la raccolta di lettere di O’Connor curata da Sally Fitzgerald. (Come nota a margine, la decisione di escludere questi passaggi e lettere inquietanti da The Habit of Being è stata presa dalla madre di Flannery, Regina, nel tentativo di proteggere la reputazione della figlia defunta.)
Il contenuto delle lettere mi ha scioccato.
Sapevo delle conseguenze del suo essere cresciuta in una cultura profondamente razzista e del suo essere stata testimone dei tumulti del movimento per i diritti civili.
Avevo letto le lettere scambiate con l’amica Maryat Lee, in cui O’Connor interpreta il ruolo della irriducibile razzista del Sud e fa battute volutamente razziste per prendersi gioco delle idee “woke” dell’amica.
Sapevo che utilizzava consapevolmente il termine “negro” (the N-word) nella sua corrispondenza e nella sua narrativa riferendosi agli afroamericani rifiutando le nette obiezioni dei colleghi scrittori e degli editori.
Eppure nessuna di queste conoscenze ha diminuito l’impatto delle crude e inedite dichiarazioni razziste scritte di suo pugno.
Le affermazioni esplicite non sono molte, almeno non nelle lettere che ho letto, ma quelle presenti feriscono profondamente.
Citerò solo un esempio. In una lettera inedita scritta a Maryat Lee, l’amica di origini sudiste e di mentalità liberale che viveva e scriveva a New York City, O’Connor scrive:
Sai, sono un’integrazionista per principio e comunque una segregazionista per gusto. Non mi piacciono i negri. Mi danno tutti fastidio e più ne vedo, meno mi piacciono. Soprattutto gli ultimi.
La lettera è datata 3 maggio 1964, pochi mesi prima dell’approvazione del Civil Rights Act e della sua morte.
Anche considerando il fatto che questa lettera fa parte di una lunga corrispondenza tra le due amiche, che metteva in campo una sorta di gioco di ruolo, con Maryat nel ruolo dell’intellettuale liberale del Nord e Flannery che interpretava maliziosamente il ruolo della razzista bianca del Sud, è sconcertante e inquietante come O’Connor esprima apertamente la sua preferenza persona- le per la segregazione e ammetta la sua chiara avversione per gli afroamericani. Come molti bianchi del Sud suoi contemporanei, accetta in linea di principio che l’integrazione è la politica giusta da perseguire, ma non le piace. Inoltre, sembra certa che la sua antipatia per i neri non avrebbe potuto che aumentare con la loro crescente partecipazione alla vita quotidiana dei bianchi. Sembra sconcertante questa sua somiglianza a uno dei suoi personaggi più apertamente razzisti, la madre di Julian in Punto Omega. È una donna anziana che si lamenta del fatto che l’integrazione comporta che i neri sull’autobus sono ora “peggio delle pulci” e accetta che i neri debbano elevarsi “ma restando al loro posto”. Sebbene O’Connor sia meno estrema e più accorta per quanto riguarda la questione razziale rispetto ai personaggi che crea, passaggi come questo suggeriscono che si tratti più di intensità che di qualità.
Detto questo, vale anche la pena notare che O’Connor conosce i sentimenti dei suoi personaggi bianchi razzisti perché lei stessa li ha provati: pregiudizi e ostilità che sono nell’aria che O’Connor respira e che, inevitabilmente, sono diventati parte del suo modo di interpretare il reale. Dalle lettere traspare con chiarezza che O’Connor non era un modello di virtù e certamente non era una santa (nonostante alcuni dei suoi ammiratori abbiano cercato di sostenere il contrario) ed era ben consapevole dei propri difet- ti. Ammette nella lettera del 2 agosto 1955:
Non sono una mistica e non vivo da santa. Non che possa vantare peccati interessanti o piacevoli (ho un forte senso del diavolo), ma so tutto su quelli comuni: superbia, gola, invidia e accidia, e, ciò che è più importante, le mie virtù sono pavide quanto i miei vizi. Ritengo che in certi casi il peccato avvicini maggiormente a Dio […]. È facile acquisire una conoscenza adeguata del diavolo: basta resistergli.
Leggendo le lettere inedite, soprattutto quelle indirizzate a Maryat Lee, molte sono state le questioni che ho dovuto affrontare, in primis la domanda: È possibile che una persona nutra pensieri razzisti e, allo stesso tempo, scriva storie che criticano e denuncia- no i mali del razzismo? Dopo ampia riflessione, la mia risposta a quella domanda è stata – ed è – sì. Infatti, come sostengo nel libro, chi può scrivere di personaggi razzisti meglio di uno scrittore che conosce il razzismo dall’interno, che ne soffre e lo comprende a fondo? Ciò apre altresì la concreta – e profondamente cattolica – possibilità che le storie di O’Connor, soprattutto quelle che denunciano i mali del razzismo, siano una forma di penitenza, consapevole o inconsapevole: un tentativo di riparare al suo fallimento d’amore ed empatia, lasciando in eredità parabole profetiche che narrano dure verità sulla questione razziale in America.
“Punto Omega”: dal pratico al profetico
Nei suoi racconti O’Connor non affronta spesso il tema razziale e quasi mai lo fa direttamente. La sua immaginazione profetica le consente la duplice prospettiva che comprende il contesto concreto e immediato e quello dell’eternità. Questa duplice visione emerge con chiarezza nel suo racconto iconico Punto Omega (Everything That Rises Must Converge, 1961). Nello spazio simbolico di un autobus, chiaro riferimento al sorgere del movimento per i diritti civili nel 1955 grazie a Rosa Parks, O’Connor ritrae un ampio spettro dei comportamenti relativi a razzismo e diritti civili e li porta a confliggere violentemente. Dapprima, incontriamo la madre di Julian, un’anziana signora bianca che rimpiange i tempi della schiavitù, quando i neri erano (in teoria) felici e ognuno sapeva stare al proprio posto.
Quindi facciamo la conoscenza di suo figlio Julian, il cui razzismo è più sottile, perché, formatosi nella politica liberale progressista del Nord, si illude di esserselo lasciato alle spalle. In breve, si comprende che, nonostante tutto, anche lui è stato modellato dalla cultura razzista e ne è afflitto quanto sua madre.
Infine, incontriamo la robusta madre afroamericana che sale sull’autobus dopo di loro. Dopo aver sopportato il loro atteggiamento condiscendente e il loro comportamento razzista, sfoga la sua comprensibile rabbia contro di loro e contro il bigottismo, l’intolleranza e l’odio che hanno afflitto i neri americani per quattrocento anni. Scesi dall’autobus alla stessa fermata, la giovane afroamericana aggredisce fisicamente la madre di Julian, che muore sul marciapiede a causa di un attacco di cuore provocato dal colpo ricevuto.
Il fulcro narrativo della storia si sviluppa essenzialmente sull’autobus: un viaggio purgatoriale, durante il quale la mancanza di comprensione e compassione per le circostanze e i limiti reciproci conduce i tre personaggi alla follia, alla crudeltà, alla violenza e alla morte. O’Connor presenta gli eventi in modo distaccato: il narratore non esprime né genera maggiore o minore empatia per nessuno dei tre personaggi, né per l’anziana signora razzista, né per il figlio ignorante e neppure per l’infuriata donna nera. Tutti sono colpevoli, tutti si comportano male e nessuno ha il monopolio della verità.
La storia si conclude con la terribile morte dell’anziana, il dolore che Julian deve affrontare e il senso di colpa per il suo ruolo nella morte della madre, e la giovane nera che trascina via il suo bambino nell’oscurità della sera, dopo che questo ha assistito alla scena di violenza. O’Connor ci conduce in un luogo oscuro, solleva uno specchio di fronte alla società americana e ci costringe a osservare ciò che preferiremmo non vedere: che, nonostante i sacrifici del movimento per i diritti civili, nonostante i progressi compiuti nella creazione di una società più giusta ed equa, il razzismo affligge ancora il Paese e ha ancora un posto nell’anima e nel pensiero americani. Il messaggio è vero oggi come lo era nel 1961, basta guardarci intorno e constatare cosa sta succedendo in America in questo preciso momento storico.
Uno degli aspetti più potenti della storia è il presupposto non detto, ma espresso dalla scelta del titolo stesso ispirato dagli scritti di Teilhard de Chardin, che solo nell’aldilà gli esseri umani raggiungeranno e godranno della pace e della comunanza fraterna tra le razze a cui aspiriamo in questa vita. Suo maestro spirituale, Teilhard de Chardin, nella sua opera L’ambiente divino, descrive un mondo che si sta gradualmente evolvendo, procedendo verso la sua trasformazione finale o divinizzazione. Nella visione profetica del teologo, la materia e lo spirito operano insieme, l’In- carnazione è un unico evento continuo che inesorabilmente darà forma al mondo fisico – e a tutti coloro che lo abitano – nel Corpo Mistico di Cristo.
Nella visione cattolica di O’Connor, la Parusia non può essere realizzata attraverso la politica e le proteste, le manifestazioni e la legislazione, cioè attraverso il solo sforzo umano, ma solo la grazia di Dio può realizzarla. Questa, ovviamente, non è una visione che incontra il consenso popolare. Il loro pragmatismo conferma gli americani nella convinzione che gli esseri umani possano realizzare il progresso. La visione di O’Connor invece è profondamente differente: ci invita a vedere le azioni delle persone sull’autobus nel contesto dell’eternità, a vederle come le vede Dio, a comprendere la nostra follia, i nostri limiti, e a riconoscere e dichiarare, insieme al saggio e malinconico Puck di Shakespeare: “Che sciocchi sono questi mortali!”.
Come scrittrice cattolica, O’Connor volge sempre lo sguardo alla palma della vittoria. Non alla palma temporale del pronto miglioramento delle condizioni sociali, ma a quella eterna della redenzione dei peccati, sociali e d’altro genere.
Rivelazione
Il racconto che mostra più chiaramente questo punto di vista di O’Connor è uno degli ultimi che ha scritto, Rivelazione. La signora bianca Ruby Turpin è un modello di “ambivalenza radicale”, in quanto non vede alcuna contraddizione tra il suo netto rifiuto dell’umanità degli altri esseri umani e la sua identità di cristiana. Infatti, è convinta di essere una buona cristiana, cerca di fare sempre la cosa giusta, si congratula con sé stessa per la sua pietà verso gli altri, professa pubblicamente il suo amore per Gesù, canticchia canzoni gospel alla radio e ringrazia Dio per essere stato così buono con lei. Quando in realtà è una razzista convinta, una peccatrice compiaciuta che non ha la minima idea dei propri peccati o del pericolo spirituale che corre. Nel profondo del suo cuore, così come nelle sue parole, tradisce il suo disprezzo per i neri e per la cosiddetta “feccia bianca”, white trash, che occupa spazio e posti a sedere nella sala d’attesa del medico.
È qui che fa il suo ingresso Mary Grace, una ragazza dall’indole ipersensibile e dall’aspetto poco attraente che si trova per caso nello studio medico. Mary Grace ha frequentato il college nel Nord (motivo narrativo che O’Connor reitera con predilezione) e non sopporta il vacuo razzismo della conversazione di Ruby. In un impeto di rabbia, scaglia un tomo contro la signora Turpin, le dice “torna all’Inferno da dove sei venuta” e la chiama “brutta scrofa brufolosa”. La signora Turpin è sconvolta, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente, dall’insinuazione di essere destinata all’inferno.
Tutti i nodi vengono al pettine dopo la scena dello scontro violento, durante la quale la signora Turpin accoglie il messaggio che le è stato inviato da Dio: da brava donna cristiana, non ha alcun dubbio che Dio possa e voglia parlarle attraverso un angelo dal nome appropriato, Mary Grace. La signora Turpin è dapprima perplessa, ma poi si infuria con Dio per aver osato inviarle un messaggio così umiliante. Mentre marcia verso la fattoria che amministra per attendere alle sue faccende, la signora Turpin è sopraffatta da tre visioni concesse da Dio che lei ha evocato urlando “Chi ti credi di essere?”.
La prima visione le rammenta la fragilità dell’esistenza e la comunanza della nostra umanità con la visione dell’amato consorte che ha un incidente mentre guida il camion sulla strada che riporta i loro braccianti neri dai campi: il suo cervello e quelli dei braccianti si spargono sulla strada, tutti in un unico ammasso oltre ogni segregazione.
La seconda visione le svela il mistero della creazione, il fatto miracoloso che ogni vita su questa terra è amata e divina: mentre guarda nel porcile i maiali che ha lavato violentemente con un tubo, li vede che “parevano palpitare di una vita segreta”.
La terza visione è quella che la turba più profondamente: vede una processione di anime che attraversano il cielo muovendosi fragorosamente verso il paradiso. In testa procedono coloro che Ruby ha più vituperato e disprezzato: i neri, i pazzi e i poveri bianchi che ballano, cantano, saltano e battono le mani. In coda ci sono le anime di gente come lei e il marito Claud, che procedono solennemente, persone perbene che hanno sempre tentato (invano) di fare la cosa giusta. Ruby nota che “solo loro cantano intonati” e che “perfino le loro virtù vengono arse nel fuoco”.
Per Ruby questa si rivela una visione redentrice, poiché fino a ora ha percorso la strada della perdizione. La visione le offre l’occasione di vedere i suoi simili come li vede Dio e di vedere sé stessa come Dio la vede. La profezia pronunciata da Cristo nel Discorso della montagna, secondo cui “i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”, si è compiuta. I suoi precedenti pregiudizi e preconcetti svaniscono mentre assiste alla grandezza della misericordia di Dio, al suo amore per coloro che sono considerati gli ultimi, e alla sua fortuna di essere ammessa al banchetto per quanto infausto possa essere il suo posto a tavola.
La maestria di O’Connor di passare, nel corso di poche pagine, dalla quotidianità dello studio medico alla illuminazione profetica concessa a Ruby Turpin mentre lava i maiali nel porcile è un chiaro esempio della visione profetica di Flannery in azione. Lungo il percorso si susseguono numerose scoperte, la principale delle quali è quella della signora Turpin che scopre di poter essere “sia un maiale che me stessa”, una donna che aspira alla santità e allo stesso tempo una peccatrice così impantanata nel proprio peccato da non riuscire a vederlo.
I racconti di O’Connor dimostrano, ogni volta di più, che lei possedeva un’immaginazione che le permetteva di superare i limiti dei suoi pregiudizi personali e, di fatto, la aiutava a liberarsene. Nonostante la sua deformazione culturale e religiosa, nelle sue storie O’Connor è riuscita a sviluppare una comprensione razziale più complessa, sfumata ed empatica di quella a cui poteva condurla il discorso sociale e politico del suo tempo. È stata in grado di indicare lo spirituale e l’eterno, di invocare la profezia, di muoversi nella direzione in cui la sua immaginazione cattolica la chiamava.
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