In italiano non abbiamo una parola per raccontare l’amore che finisce se non la sua negazione, dis-amore, il contrario per prefisso. In coreano, invece, esiste un verbo dedicato a un fenomeno molto specifico: 정이 떨어지다 (jeong-i tteoreojida), “il jeong cade”, “si stacca”. Il 정 (jeong) è un concetto che i coreani stessi faticano a spiegare agli stranieri: non è 사랑 (sarang, l’amore romantico, passionale), non è 우정 (ujeong, l’amicizia). È un legame che non si sceglie, si deposita – per tempo condiviso, prossimità fisica, gesti materiali ripetuti, abitudine. Lo si può provare per un vicino di casa, un ristorante frequentato per anni, un cappotto consumato che non si riesce a buttare. Quando cade, non cade per una decisione: cade suo malgrado, mentre la persona vorrebbe continuare a provarlo.

C’è una precisione ulteriore, in questo lessico, che tocca da vicino qualcosa che Federica Gregoratto descrive. In coreano, non tutto cade allo stesso modo: innamorarsi si dice 사랑에 빠지다 (sarang-e ppajida), dove 빠지다 significa affondare, immergersi (lo stesso verbo che si userebbe per l’acqua – o per una dipendenza). Il jeong, quando finisce, non affonda: 떨어지다 (tteoreojida) è il cadere di una foglia, di un bottone, di qualcosa che si stacca da una superficie a cui era rimasto attaccato. Due cadute, in due direzioni opposte: una ci inghiotte, l’altra si stacca da noi, lentamente, quasi senza che ce ne accorgiamo.

Le ragioni del disamore (Nottetempo, 2026) apre il capitolo sulle scelte proprio dall’espressione inglese falling in love. Nella nostra cultura, lo consideriamo un accadimento al di là dell’intenzione cosciente. Il coreano, con due verbi diversi per due cadute diverse, sembra intuire già nel lessico ciò che Gregoratto dimostra con la filosofia: non tutte le cadute sono uguali e che quella lenta e materiale, fatta di abitudine più che di travolgimento, lascia più margine di scelta – e dunque di responsabilità – di quanto la “caduta” lasci credere.

Tra le piste che percorre per spiegare perché un amore finisce, quella che mi ha colpito di più, forse perché meno consolatoria, anzi quasi contabile è, riprendendo la sociologa Eva Illouz, che ci disinnamoriamo anche quando smettiamo di convincerci che restare in una relazione “ci convenga”, da un punto di vista che può essere, senza vergogna, economico.

Già Marx, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 notava già come il denaro “muti l’amore in odio, l’odio in amore”. Gregoratto riattualizza questa tesi senza sconti: il capitalismo, scrive, ci insegna a pensare a noi stessi come «un insieme di attributi emotivi da massimizzare». Ognuno diventa un progetto di autorealizzazione permanente, e il partner vale finché rende – «se però è carente su molti punti […] bye bye baby».

Illouz chiama questo processo “scucitura”: lo schema della fantasia romantica si disfa secondo tre copioni ricorrenti (l’epifania improvvisa, l’accumulo lento di frustrazioni, la violazione traumatica che non si rimargina) ma sotto ai copioni agiscono le stesse forze sociali, prevedibili quanto un bilancio trimestrale. Non stupisce che il film più recente citato nel libro, Materialists (2025) di Celine Song, traduca la retorica del cuore nel linguaggio dell’ufficio contratti.

Oggi, il 78% di chi usa le app di incontri dichiara, in un sondaggio Forbes Health del 2024, uno stato di burnout emotivo, mentre Match Group e Bumble chiudono il 2025 con ricavi fermi o in calo e utenti paganti in fuga. Non è la fine dell’amore romantico: è la fine, semmai, del suo mercato più recente, quello che prometteva efficienza e restituiva solo stanchezza. Il “sistema di relazioni negative” di cui parla Illouz – instabili per definizione, sempre sostituibili – si è tradotto, con una letteralità quasi comica, in un prodotto che i suoi stessi utenti dicono di detestare mentre continuano, mestamente, ad abbonarsi.

E se il mercato dell’incontro delude, subentra quello della compagnia. Il capitalismo globale crea solitudine e poi te la rivende, scrive Gregoratto citando James Muldoon e il suo Love Machines: bot addestrati a fornire “riconoscimento, rassicurazione e affetto” a chi non li trova altrove. Non è un’iperbole letteraria: le app di compagnia AI, da Replika a Character.AI, hanno superato quest’anno i 40-50 milioni di utenti nel mondo, in un mercato che gli analisti stimano in decine di miliardi di dollari entro il 2035. Non sostituiscono l’amore: gli somigliano. Ci fanno dimenticare, per qualche ora, che non lo è. 

Se il disamore è anche, come argomenta Gregoratto, una scelta («se l’amore è un verbo, lo è anche la sua fine»), allora la stessa struttura economica che ci disinnamora può essere rifiutata, non solo subita. Qui il richiamo ad Adorno: l’amore può “rappresentare, entro la società, una società migliore”, non come rifugio ma come resistenza consapevole, perché “non ama se non chi ha la forza di tener fermo all’amore” – continuando a scegliere un legame anche quando, calcoli alla mano, converrebbe lasciarlo andare. Non è un gesto romantico: è uno sciopero contro la stessa logica dello scambio di cui parla Marx, quella per cui il denaro “muta l’amore in odio, l’odio in amore”.

C’è un’immagine, questa volta linguistica, che rende visibile quanto possa essere la società, non l’individuo, a decidere per noi: il carattere tradizionale cinese per “amore”, 愛 (ài), contiene al centro il radicale 心, cuore; quando negli anni Cinquanta la Repubblica Popolare varò la riforma di semplificazione dei caratteri (intervento pensato per velocizzare l’alfabetizzazione) quel cuore fu tolto e sostituito con 友, amico, diventando: 爱. Un decreto, così come il mercato, possono togliere il cuore a una parola e, allora, rifiutarsi che sia il mondo, da solo, a decidere cosa ne resta, mi sembra ancora più rivoluzionario. Il merito, non da poco, di Gregoratto è di aver rimesso in circolo una domanda che la cultura terapeutica contemporanea preferisce individualizzare: se il problema non sei tu, non è nemmeno solo lui o lei: “It’s the world, stupid”, scrive Gregoratto. Il disamore, prima di essere una ferita da elaborare in seduta, è un sintomo da leggere in controluce.

Forse è qui che il libro e il lessico coreano si toccano più da vicino: non nel dire che il disamore accade, ma nel suggerire che ci sono cadute e cadute e che riconoscere la differenza è già una forma minima, ma reale, di responsabilità. Continuare a scegliere un legame che si sta staccando da solo, non è meno politico che deciderne la fine. È, semmai, l’unico gesto che ci resta quando è il mondo, non il cuore, ad aver smesso di reggerlo.

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Autore

i.padovan@minima.it

Ilaria Padovan nasce a Pavia nel 1990 e lavora in consulenza a Milano. Suoi racconti sono comparsi su «Topsy Kretts», «Crunched», «Risme», «Turchese», «Grado Zero», «Yanez»., «Pastrengo», «Wertheimer», «Gelo». Si è classificata terza a «8x8, si sente la voce 2024». Ha tradotto dall’inglese per «Turchese». Collabora con Treccani, Il Tascabile, The Vision e Limina.

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