Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.

«Uno scrittore di racconti che ha un minimo di apprezzamento per il proprio lavoro leggerà Cortázar e Bioy Casares», sosteneva Roberto Bolaño in un decalogo indirizzato agli scrittori o aspiranti tali, e senz’altro estenderei il consiglio di Bolaño anche a chi non abbia alcuna intenzione di scrivere un racconto ma desidera leggere un grandissimo autore. Quando scrisse Diario di una guerra al maiale era il 1969, Bioy aveva superato da un bel po’ i cinquant’anni, e nella circostanza di questo libro il dato anagrafico non è affatto un dettaglio, perché i maiali a cui viene mossa guerra nel romanzo sono gli anziani. Bande di giovani danno la caccia ai più adulti all’insegna della rivolta, rinfacciandogli storture e orrori variamente assortiti.   

La storia raccontata nel romanzo assume la forma di una cronaca, una manciata di giorni negli anni Sessanta tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, e gira intorno a Isidoro Vidal, un uomo quieto, in età matura, al confine con la vecchiaia; un passo prima o mezzo passo dopo, difficile stabilirlo con esattezza. A Buenos Aires è inverno e la temperatura è gelida, il freddo punge la pelle. Le abitudini quotidiane scandiscono le giornate di Vidal: «il mate, il riposino pomeridiano, la fretta di andare in plaza Las Heras per approfittare del sole pomeridiano, le partite di truco al caffè».

Qui, nei bar del quartiere Palermo, Isidoro Vidal incontra i suoi amici, coetanei o con qualche anno in più. Arévalo, Néstor, Rey, Jimi, Dante, figli di una Buenos Aires che assorbe dall’Europa annullando ogni sorta di neutralità antropologica. Una sera, uscendo dal tepore di un caffè, la combriccola scopre di essere diventata un bersaglio. La vittima del primo assalto è don Manuel, il giornalaio, e da questo momento nessuno è più al sicuro. La guerra è cominciata, anche se nessuno l’ha formalmente dichiarata e malgrado non siano state espresse delle motivazioni concrete, plausibili, al di là di qualche accusa generica.

Amico e gemello letterario di Borges, con Diario della guerra al maiale Bioy era al quarto romanzo e nel libro emergono tutti gli elementi che lo avevano già reso un indiscusso autore di riferimento per la migliore narrativa sudamericana dai tempi dell’esordio con L’invenzione di Morel. Più che l’elemento fantastico, il tocco inconfondibile nella narrativa di Bioy, nel Diario domina l’allegoria, che attraversa e pervade i fatti così come vengono raccontati in un andamento lineare, quasi asettico. Nella lucida cronaca di quanto leggiamo – le occhiatacce di sfida, le bottiglie scagliate contro, gli omicidi, l’atmosfera sinistra e tetra – plana l’elemento conturbante che spiazza i lettori per indurre sentimenti di avversione o pietà, sconcerto o immedesimazione.

Lentamente, Isidoro Vidal diventa un fuggiasco braccato nel recinto della città, mentre gli amici di una vita soccombono o rischiano di soccombere minacciati da una gioventù decisa a eliminarli. Per sfuggire agli agguati a volte tocca umiliarsi e nascondersi in soffitta, o sentirsi rifiutare un pasto al bar o al ristorante perché la solidarietà verso vittime e perseguitati non appartiene certo a questo mondo («L’amicizia era indifferente, l’amore sordido e sleale, e soltanto l’odio si realizzava appieno»).
Il conflitto non dà tregua e nel presente incerto e violento affiorano ricordi dal passato, prossimo o più distante. Avvenimenti collettivi o individuali, mescolati nelle biografie dei personaggi.

La città che è cambiata, l’umanità di un tempo oramai perduta, un matrimonio finito. Il panorama sentimentale, altrettanto fitto e delicato. Le attenzioni irriguardose se non violente dei maschi adulti verso le donne più giovani rappresentano parte dell’accusa che i ragazzi rivolgono agli anziani. E tuttavia per Isidoro Vidal, insolito ma tenace combattente, la salvezza è destinata ad assume le sembianze dolci e comprensive di Nélida, una ragazza che abita il suo stesso caseggiato.
D’altro canto, a dispetto del tono narrativo asciutto portato avanti da Bioy, nel racconto irrompono immagini stupende, che si tratti di piccoli scorci soltanto intravisti o di riflessioni che l’autore affida a Vidal e ai suoi compagni, lasciandole emergere con naturalezza.

Così, un pomeriggio, dopo l’ennesima veglia funebre, mentre Isidoro è in automobile con Arévalo e Rey, attraversando questa Buenos Aires mutata e mutante, i tre arrivano a una visione: il passato è come un pozzo dove cadono via via persone, animali e cose, un pozzo che dà le vertigini. E poi c’è il futuro, vertiginoso a sua volta, perché viene immaginato come una voragine al rovescio, e «dal bordo si affacciano persone e cose nuove, come se dovessero rimanere lì, ma cadono anche loro e spariscono nel nulla».

Condividi

1 commento

  1. Un articolo interessante dedicato a Bioy Casares e a Diario della guerra al maiale.
    Un’ottima occasione per approfondire un’opera che affronta temi profondi come l’età, il conflitto generazionale e la società.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

gavroche1983@yahoo.it

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell'agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.

Articoli correlati