Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Daniele Petruccioli Il partito disarmato, in libreria per Kalòs editore.
di Daniele Petruccioli
Mia si era alzata presto. Aveva dormito poco. Era inquieta. Sapeva che ai compagni di Lotta continua questo fatto del separatismo non piaceva. Era nel servizio d’ordine. Lei così minuta, con quel sorriso egiziano, gli occhi enormi e scuri, da cerbiatta, come si diceva, e la voce delicata di contralto, si chiedeva sempre come avesse fatto a entrarci. La faceva sorridere.
La sera prima, coi compagni di Lc aveva litigato fino a sgolarsi. Rivendicavano il fatto che la legge sull’aborto era obiettivo di tutto il movimento. Dicevano che avevano il diritto di presenziare a quel corteo. Il diritto! E il nostro diritto di uscire in strada senza uomini, una volta tanto? Figuriamoci. Gli era scattata subito la mania del controllo, a quelli.
Si mosse a piedi. Un esercizio che aveva imparato in Lc. Abitava in centro, verso la Suburra, perciò la strada per la piazza non era molto lunga, anche se tutta in salita. Prese per le strade dietro via Cavour, che attraversò prima della biforcazione per verificare – con un veloce sguardo dei suoi grandi occhi marroni – se per caso ci fossero già le camionette della polizia o dei carabinieri giù, all’incrocio coi Fori imperiali. Niente. Nemmeno un’auto solitaria. Questo non escludeva eventuali agenti in borghese sparpagliati ai diversi incroci – anzi quelli c’erano sicuramente – ma insomma la situazione non sembrava militarizzata, almeno per il momento. Del resto sono solo femmine, dovevano aver pensato i brigadieri.
Sboccando su via Giolitti da via Gioberti, che aveva percorso seguendo le rotaie del tram, Mia non poteva credere ai suoi occhi. Una fiumana. Un’onda, una marea di donne scorreva con allegria determinata verso l’immenso piazzale della stazione. Erano giovani, in molte avevano la gonna colorata e ampia che era diventata un po’ il simbolo del movimento, portavano giacche, camicette, giubbotti. Avevano volti fermi e chiusi e insieme ridanciani, mobilissimi ma pieni di una luce nuova nuova, e inaccessibili. Avevano i capelli pieni di vento, che sbattevano nell’aria più degli striscioni. Andavano tutte giù. Andavano tutte là.
Mentre tagliava e scendeva passando sotto gli alberi e tra le bancarelle al centro del viale, la piazza in fondo si aprì meglio allo sguardo di Mia. Erano tutte donne. Non c’era dubbio che fosse un corteo separatista. Impossibile non rendersene conto. Il cuore le fece un saltello, e anche le gambe.
Onde di donne andavano a infrangersi intorno alla fontana, lasciando alcune gocce colorate sedute sul bordo a dondolare le gambe allegramente. Correnti più o meno forti, più o meno ampie si spostavano visibilmente in questa o in quella direzione. Tutte erano raccolte da quel mare. Tutte, ciascuna a modo suo ma insieme, andavano a comporre quel mattino decembrino proprio a metà degli anni Settanta, che andava invadendo la Storia con il suo grande accordo polifonico. Mia si sentì inglobata. Sentì che diventava una nota musicale.
Non faceva in tempo a pensare, non faceva in tempo a fermarsi. Aveva la mente, le gambe, il cuore in movimento. Si sentiva giovanissima e leggera eppure antica e con radici saldamente ancorate sotto i sampietrini. Non riusciva a star ferma, non riusciva a stare zitta. Gridava con le altre “L’utero è mio” e tutti gli altri slogan, entrava in caroselli e girotondi, ballava, saltava e sorrideva, salutava tutte ma non si fermava mai con nessun gruppo.
Quel giorno di dicembre, correndo e gridando e cantando e sorridendo attraverso il corteo, Mia si sentiva collegata a ogni corpuscolo di quella marea. Di quel corpo. Era finalmente un corpo femminile quello con cui faceva corpo il suo corpo piccolo. Era un corpo grande, immenso, con un sesso come il suo, con un utero, ghiandole mammarie e una voce che riconosceva come assolutamente propria. Non era una somma. Non era un esercito. Era, finalmente, un organismo.
Pure, in quell’esaltazione intima e collettiva, Mia non riusciva ancora a liberarsi dalla sensazione di inquietudine che la perseguitava. Quell’ansia che l’aveva fatta uscire presto, girare a lungo in tondo, perlustrare le strade e gli incroci, la sentiva ancora latente.
La nota aguzza, il senso di allarme le si riacutizzò alla vista dei Fori imperiali. Forse perché in quel punto ci era già passata al mattino e aveva voltato la testa verso valle, la vista del vialone mussoliniano laggiù in basso le fece di nuovo sentire forte un pericolo possibile.
La luce giù all’incrocio la chiamava. Mia si spostò leggera ai margini della fiumana di donne e affrettò il passo per raggiungere la testa del corteo. Sgattaiolò sulla destra e si fermò all’incrocio con i Fori. Lì si fermò, indecisa. Vide, sulla sinistra, alcuni di quei capannelli rilassati che sempre si formano sui Fori, dove l’eccitazione per la fine di un corteo e la voglia di chiudere in fierezza si prende una pausa tranquilla e romanesca sulle panche di marmo all’ombra inutile degli imperatori o a quella utile dei pini altissimi. Sempre ipnotizzata dalla luce, fece per muoversi in avanti ed entrare decisa in via dei Fori, quando sentì come una spinta sulla schiena. Partiva da un suono. Il corteo alle sue spalle aveva cambiato voce.
Un po’ sopra il centro ma ancora abbastanza prima della coda, il corteo ondeggiava in sussulti discontinui. Grida non più ritmate, né rimate, provocavano un innervosirsi dei corpi che riverberava da un punto preciso, lì dove sulla via sboccava una rampa di gradini dalla Suburra. Mia cercò di correre in salita, ma era quasi impossibile. Le compagne venivano giù in modo rapido e sconnesso, sbarrandole la strada e impedendole la visuale. Era chiaramente un tentativo di sfondamento, ma Mia non riusciva a capire se era riuscito o no.
Si fermò, respirò. Si ricordò come fare. Spostandosi a destra, sulla sinistra del corteo che veniva giù in direzione contraria alla sua, riuscì a trovare un minimo di spazio. Si arrampicò sui gradini del liceo scientifico, cercando di guardare oltre le teste. Davanti a lei, dall’altra parte della strada, soltanto un po’ più a monte, distinse vagamente uno striscione mezzo appallottolato, teste maschili e femminili raccolte insieme. Quelle maschili soprattutto (almeno così pareva) erano concentrate in un punto oltre il fianco destro del corteo. Digradavano verso i vicoli sopra ai Serpenti e vociavano forte. Le compagne del servizio d’ordine della manifestazione sembravano reggere l’urto. Ma quelli premevano. Mia scattò di nuovo.
Non avrebbe saputo dire, in seguito, come fosse riuscita ad attraversare la fiumana del corteo sotto attacco, che sussultava come un corpo in agonia. Non era nemmeno tanto sicura di cosa fosse successo. Sapeva solo di essere sgattaiolata tra gambe, sgusciata tra corpi, guardato le schiene delle compagne del servizio d’ordine che tenevano duro, che gridavano no. Poi aveva visto le facce. Le facce ben conosciute dei suoi compagni uomini. Stravolte. Aggressive. Violente. Quella violenza l’aveva contagiata.
Si era scaraventata in avanti, e si era ritrovata al di là. Non sapeva come. Probabilmente, anzi sicuramente aveva dovuto arrampicarsi sulla schiena di qualcuna del servizio d’ordine del corteo, anche se le pareva impossibile e non se lo ricordava affatto. Comunque in un modo o nell’altro si era ritrovata faccia a faccia con i suoi compagni di ogni giorno, molti dei quali erano gli stessi con cui aveva discusso la sera prima. Non ci voleva credere, non poteva credere a quella prepotenza, a quell’infantile impuntatura, che per un’imbecille questione di principio (Dio, il principio!, ricordava di aver pensato Mia: l’idiozia dei principi, e dell’onore!) rischiava di rovinare tutto, che stava per distruggere il momento più alto del movimento femminista fino a quella data, come un bambino prende a calci il castello di sabbia costruito da qualcun altro. Da qualcun’altra. Per ripicca.
Mia, già fuori di sé, piccola piccola davanti a quegli omoni, gridando nemmeno lei sapeva cosa con faccia stravolta, reagì a quell’infantilismo nel modo più naturale, come aveva visto fare cento volte davanti ai capricci dei bambini.
Mollò un ceffone – forte – al primo uomo che si era trovata davanti.
Il corteo è finito. Via Cavour è di nuovo vuota, le saracinesche dei negozi sono sollevate, i passanti e le automobili ricominciano a circolare. Qualche cartaccia svolazza qua e là, al modo polveroso e pigro delle romane cose millenarie.
Nei collettivi, nei piccoli gruppi, nelle redazioni dei giornali e delle riviste si tirano le somme di una manifestazione che è stata insieme inizio e punto di rottura. Lo spezzone di Lotta continua che ha tentato di intrufolarsi senza il consenso delle donne in un corteo separatista è stato fermato. Dopo un accenno di scontro con il servizio d’ordine della manifestazione – si dirà – che ha resistito compatto e deciso – si scriverà – gli uomini hanno dovuto aspettare di aggregarsi insieme alle altre delegazioni maschili, in coda al corteo. Le femministe milanesi di Lc firmeranno un documento durissimo contro l’organizzazione e il suo gesto di violenza nei confronti delle compagne di Roma, che porterà a un congresso straordinario di Lotta continua e, nel giro di un anno, al suo scioglimento. Il movimento femminista entra per contro nel suo quinquennio di maggior forza che, da poco dopo la promulgazione della legge e la vittoria nel referendum sul divorzio, porterà, soltanto mesi dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, all’approvazione della legge sull’aborto sancita poi dal referendum. Poi gli anni Ottanta, il riflusso, la guerra del Golfo, il disfacimento dell’Unione sovietica ecc. ecc., e anche il femminismo – si dirà, si scriverà – sarà finito.
Ma adesso non c’è niente di tutto questo, a via Cavour. Adesso, a via Cavour, seduta sui gradini del portone chiuso del liceo scientifico c’è una donna piccola e minuta con due grandi occhi marroni e scarpe basse che piange, scossa dai singhiozzi, tra le automobili e i passanti che provano a ignorarla.
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