“La loro illusione dissennata, e sempre identica, di non voler morire mai”.
Doveva arrivare il tempo in un cui Giordano Meacci si sarebbe spostato, parole e bagagli, a sud, quanto più a sud possibile, al sud del sud del mondo. E doveva per noi lettrici e lettori il tempo in cui quel meccanismo fatto di immagini, ossessioni e linguaggio sarebbe ritornato. Per entrambi i tempi dobbiamo guardare a oggi, oggi che è il 2 ottobre 2026, oggi che esce il suo nuovo romanzo, Anarchica è la morte, edito da La Nave di Teseo.
Meacci e la sua scrittura vivono ai margini del linguaggio, al solo scopo di allargarne i bordi, dilatarne i confini. Per Meacci la lingua, la sintassi, la grammatica sono un orizzonte verso cui tendere. Come ha ben raccontato Eduardo Galeano, l’utopia è irraggiungibile perché è l’orizzonte e l’orizzonte non lo si raggiunge mai, ma la sua essenza sta proprio nello spostarsi in avanti e immaginandola, cercandola, ci spostiamo anche noi. L’utopia ci costringe ad andare avanti. Il linguaggio per Giordano Meacci funziona allo stesso modo. Consiste nello spostarlo in avanti frase per frase, capitolo per capitolo, libro per libro (tanto per rubare un po’ di tempo e ritmo all’amato Faber), farlo avanzare, rinnovandolo, senza raggiungerlo mai, come se le parole non esistessero stando ferme, ma fossero sempre in volo come farfalle, o falene notturne, scrivi, ne trovi una, ne inventi un’altra perché non l’hai vista benissimo. Non l’hai colta. Non raggiungiamo il termine della lingua, soltanto scriviamo, pare dirci Meacci, inventiamo, ma soprattutto giochiamo, perché anche in questo nuovo romanzo, lo scrittore romano ci invita al gioco, e così ci diverte e, allo stesso tempo, ci commuove. Non con il cosa (l’oggetto della vicenda narrata) ma con il come (la modalità con cui viene scritta).
Lei lì, di passaggio ma ferma, incredibilmente da sola, lo statuto sonoro del vento a confortarla di normalità quando tutto, in questo preciso istante, le sembra decisamente incerto. E fuori tempo.
Facendo finta che si tratti di una trama, vediamo in breve cosa accade nel romanzo. Una donna, una Signora (ma chi è?) viaggia nel paesaggio a sud del sud del mondo. E il suo viaggio è un cammino e mette in quei passi i suoi ricordi, annodando una all’altra tutte le cose, tutte le vite che è stata, ma anche quelle che non è ancora stata, quelle che vorrebbe diventare. In un posto: La Casa di Sassi sul Fiume, un uomo la aspetta, si chiama Vasco Natal Montero, anche lui colmo di memorie, sogni, malinconie. La casa gli somiglia, ci sta, in mezzo a libri, ricordi, dipinti, rovine e macerie di sé. La casa esiste, Vasco l’ha inventata, dopo un lungo tempo, quasi come un termine per prepararsi all’attesa di lei.
Lei che è molto nota e al contempo sconosciuta. Lei che ha un legame con Vasco. Cosa sono l’una per l’altro? Meacci ci porta fino al punto in cui potranno dirsi le cose, e chissà quali. Tutto intanto sarà forse finito.
Un tratto di binari riaffiora come da una marea che si ritragga per puntare, staccionata lungo staccionata, verso una fine almeno parziale delle terre che possa, poi, proteggerlo da un tuffo di decine di metri sugli scogli.
E poi esiste Balthazar Páramo (che fa di cognome come un personaggio di Rulfo), poeta argentino, ribelle e romantico, che forse ha già raccontato questa storia in passato, come se l’avesse sognata, dipinta in un tempo che non conosciamo. Páramo ha scritto chissà dove, quando e in che lingua. Dopo, forse un vento, forse il poeta stesso, forse la volontà della Signora e di Vasco, forse Meacci addirittura (ma lui forse negherebbe) hanno trasportato la vicenda in questa nostra lingua così mobile, così musicale, piegata e ondulata dai corsivi, dagli accenti, dal ritmo poetico, dal canto che voltando pagina ogni tanto ci pare di sentire.
Per essere innamorati bisogna essere più di sé stessi, altrimenti è solo un inganno della solitudine.
Personaggi misteriosi e affascinanti, strani meccanismi, in questo romanzo pare sempre che tutto stia per sfumare e invece tutto pare miracolosamente tenersi. In Meacci pare che la memoria nasconda l’idea possibile di futuro, che la parola sia la vita stessa o che comunque la consenta. Il silenzio – lo spazio senza parola – può essere raccontato solo dal suo opposto. Così come la solitudine la vediamo bene quando finisce, quando due, dopo tanto attendersi, tanto vagare, si incontrano ai confini del mondo e lo scontornano.
Meacci ci ricorda che non è ancora tempo di rinunciare al romanzo e noi concordiamo. Il libro comincia con Naturalmente, una prefazione, non termina con una conclusione, la storia prosegue.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
Altre info qui:
https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/
